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Economia Civile

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Ripubblichiamo un breve articolo del 2011, che può offrire qualche indicazione utile per gli scenari che si apriranno dopo le elezioni

di Luigino Bruni

Cinema-Pirati-dei-CaraibiUn gruppo di 5 pirati trova un tesoro di 100 lingotti d’oro in un’isola deserta. Tra loro vige questa regola: il più anziano deve fare per primo un’offerta di accordo per ripartire il tesoro trovato, ma se non raccoglie la maggioranza dei voti (il voto del più anziano vale doppio in caso di parità) viene eliminato dagli altri quattro compagni (gettato fuori dalla nave), e sarà il secondo più anziano a fare la sua offerta di ripartizione con la stessa regola, e così via.

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Se i pirati sono razionali e auto-interessati, l’offerta ottima che il più anziano deve fare per ottenere il consenso è la seguente: offrire un solo lingotto al terzo e uno al quinto, e tenere per sé i restanti 98.

(La dimostrazione non è banale ma può essere intuita ragionando a ritroso partendo dalla fine: perché il 3° e il 5° pirata – gli unici ai quali il primo chiede il voto – dovrebbero rifiutare l’offerta? Se infatti non la accettano eliminando il primo, il “pallino” passa al secondo, che offrirà ai tre rimanenti che cosa? Offrirà 1 al quarto (il penultimo), e zero agli altri due, che sono esattamente il 3° e il 5° ai quali l’anziano aveva offerto 1: ed essendo il loro un confronto tra 1 e 0, accetteranno l’offerta del più anziano).

Questa storiella è una buona rappresentazione di come si raggiungono gli accordi tra individui razionali e auto-interessati in contesti di scelte non ripetute o tragiche, quando esiste un’asimmetria di potere tra le parti, e quando c’è qualcuno che ha il potere di fare la prima mossa, sapendo però che se non passa esce dal gioco, e il potere passa al secondo, e così via. Il messaggio che proviene da questo gioco è il seguente: non si cerca mai l’accordo con il secondo, ma con l’ultimo, se si vuole evitare di essere eliminato, pur avendo un ampio potere.

Ora, immaginiamo che i gruppi siano 5, ordinati in numero di voti ricevuti al primo turno. Che cosa consiglia in questo caso la logica di questo gioco? Il primo dei cinque, se non vuole sbagliare offerta e lasciare il campo al secondo, deve allearsi con due gruppi minori, il terzo e soprattutto il quinto, il più debole. Non deve cercare il terzo e il quarto, ma il terzo e l’ultimo, poiché il quarto non accetterebbe l’offerta, o la accetterebbe con minor probabilità rispetto a 1 e 3 (ma vorrebbe più di 1 lingotto, poiché otterrebbe almeno la stessa offerta di 1 dal secondo). Cioè le alleanze tendono a divenire: 1-3-5 da una parte, 2-4 dall’altra. 

Altri due corollari:

1.    Il primo proponente si può salvare (non venire gettato giù dalla nave, o vincere) non se offre una divisione equa (20 ciascuno), ma se offre una distribuzione fortemente iniqua: se, infatti, avesse offerto distribuzione diversa da (98, 1, 1), sarebbe stato gettato giù dalla nave da una ciurma razionale (non avrebbe trovato l’accordo, poiché i giocatori avrebbero potuto offrire al secondo turno la stessa allocazione, ma con uno in meno (25 ciascuno, 100/4), e così via.

2.    Il gioco cambia radicalmente quando i pirati sono tanti e superano una soglia. Se ad esempio con un tesoro di 100 i giocatori fossero più di 200, il primo proponente si salverebbe la vita (o eviterebbe un bagno nell’oceano) solo se propone una divisione del denaro dove non tiene niente per sé (dovrebbe dare un lingotto ad ogni pirata numerato pari, fino al 198°).

Possono queste riflessioni servire a qualcosa di pratico? Chissà!

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I pirati e le elezioni

I pirati e le elezioni

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Uno studioso che cita Dante e capovolge il pensiero dominante. Intervista esclusiva con il Premio Nobel.

a cura di Luigino Bruni

Pubblicato su Città Nuova n.3/2013 il 10/02/2012

Sen_YunusPer capire chi è Amartya Sen, un buon punto di partenza sono le ultime parole del suo libro del 2010, L’idea di giustizia (Mondadori): «La filosofia può esercitarsi con esiti di straordinario interesse su una varietà di questioni che non hanno nulla a che fare con le miserie, le iniquità e la mancanza di libertà che affliggono la vita umana.

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La filosofia, però, può anche contribuire a dare maggiore rilevanza alle riflessioni sui valori e sulle priorità, nonché a quelle sulle privazioni, le angherie e le umiliazioni cui in tutto il mondo gli esseri umani sono soggetti». Sen è soprattutto per il secondo esercizio della filosofia, e dell’economia, e chiunque oggi voglia fare altrettanto, deve incontrare il magistero di Sen su questi e altri temi. 

Sen (ottant’anni) è uno degli intellettuali globali più influenti oggi in circolazione, ed è anche un grande economista (premio Nobel nel 1998), perché è più grande della scienza economica, incarnando così con la sua vita e opera una frase cara a molti economisti del passato: «Un economista che è solo economista è un cattivo economista».

Sen è stato uno studioso che non solo ha portato contributi rilevanti in temi classici dell’economia e ormai della filosofi a politica, rispondendo meglio ad alcune domande di sempre su povertà, diseguaglianza, scelte collettive. Sen ha anche cambiato le domande della scienza economica
inserendo fra i temi di cui anche l’economia deve occuparsi il tema dei diritti, della libertà e quindi delle ormai note capabilities (la reale capacità di fare ed essere). Da queste nuove e antiche domande, Sen è arrivato ad occuparsi di well-being (ben-essere), altra sua parola chiave, un concetto che egli ha voluto distinguere da happiness (felicità).

Per Sen il well-being si misura sulla base di che cosa una persona fa, non di quanto sente (happiness): quindi è faccenda di libertà, diritti, capacità e funzionamenti. Per capire, allora, il messaggio di Sen occorre accostare la sua opera, molto vasta, ai classici del pensiero, Adam Smith, J.S. Mill, Karl Marx, o J.M. Keynes; economisti che avevano posto al centro delle loro riflessioni i grandi temi dello sviluppo, la ricchezza delle nazioni e la pubblica felicità, e quindi il grande tema della distribuzione del reddito, della povertà e della ricchezza, la disuguaglianza e l’equità.

Nomi che si incontrano sempre nei testi e nelle lezioni di Sen, compresa l’ultima tenuta a Roma il 18 gennaio 2013, in occasione del Festival
delle scienze, quest’anno dedicato alla “Felicità”, dove ha parlato di felicità, diseguaglianza, Europa.

Sen ha parlato di happiness, in particolare, all’interno di un ricco dibattito che va avanti da almeno 40 anni. L’economista indiano ha iniziato ad occuparsi di benessere, o well-being, come ama dire, all’inizio degli anni Ottanta. Il periodo in cui è iniziato il filone di ricerca sull’“Economia della felicità”: studiavano la felicità delle persone sulla base dell’ipotesi di poter misurare la felicità soggettiva grazie a dei questionari. La domanda principale nei formulari è la seguente: «Pensa alla peggiore situazione nella quale potresti trovarti: assegnale zero punti; ora pensa alla situazione migliore in assoluto, e assegnale 10. Valuta, infi ne, la tua situazione presente con un voto tra 0 e 10». Secondo tali studiosi questi numeri possono essere confrontati anche tra persone diverse e in differenti Paesi. A partire da questa forte tesi si è giunti a mostrare soprattutto che il reddito pro capite (e il Pil) conta poco, o certamente meno di quanto gli economisti pensino, nella felicità delle persone.

Sen ha, quindi, un suo modo di accostarsi al tema della felicità, e ce lo ha detto anche nella conferenza romana. Ho avuto la gioia e l’onore di introdurre Sen in questa conferenza, e di stare con lui l’intera giornata. Lo avevo conosciuto da studente, nel 1988, in un convegno a Roma, e non
l’ho più perso di vista, poiché lo considero come uno dei miei maestri di pensiero. Al Festival delle scienze abbiamo avuto modo di parlare di molte
cose, in un dialogo ricco, tra economia, politica, filosofi a e vita.

Professor Sen, lei ha una sua posizione originale riguardo gli studi sulla felicità. In generale sembra essere critico nei confronti del modo con cui oggi economisti e sociologi misurano la felicità. È così?

«Sì e no. Se per felicità, o meglio happiness, poiché il significato della parola inglese non è esattamente quello dell’italiana “felicità”, intendiamo
quanto il pensiero utilitarista di J. Bentham evidenziava con questa espressione, allora non posso che essere critico, come tutta la mia critica
all’utilitarismo di questi decenni dice. Ma dobbiamo intenderci su cosa intendiamo con happiness, e che posto occupa nella vita delle persone».

E come cambia?

«Non ci sono dubbi sul fatto che la felicità sia qualcosa di grande da ottenere. Ma non è la sola cosa per la quale abbiamo ragioni per attribuirle
valore. Il problema allora si pone quando costruiamo una teoria etica, come fanno gli utilitaristi (Bentham in particolare), basata soltanto sulla felicità, misurata come differenza tra i piaceri e le pene, una prospettiva, questa, che sta avendo un grande revival in questi ultimi anni. Questa visione ristretta del benessere basato sulla felicità (happiness) è molto problematica e pericolosa quando la usiamo per confronti tra diverse condizioni di deprivazione e miseria delle persone. In effetti, le valutazioni della propria felicità sono soggette a effetti di adattamento, poiché le persone si adattano a circostanze anche molto sfavorevoli, pur di sopravvivere. Ma la capacità di adattamento delle persone può portare a trarre conclusioni, anche di politiche sociali ed economiche, sbagliate».

Questo tema, noto come “lo schiavo felice”, è una delle costanti del pensiero di Amartya Sen sulla felicità. Andrebbe stampato e affisso alle pareti di ogni istituzione e organizzazione che si occupa di sviluppo umano o di lotta alla indigenza. Così scriveva l’economista nativo del Bengala, nel 1993: «Si prenda in considerazione una persona molto svantaggiata che sia povera, sfruttata, di cui si abusi lavorativamente e che sia malata, ma che le condizioni sociali hanno reso soddisfatta della propria sorte (per mezzo ad esempio della religione, della propaganda politica o dell’atmosfera culturale dominante). Possiamo forse credere che se la cavi bene perché è felice e soddisfatta?».

Mi sembra una critica molto importante e totalmente condivisibile. La coautrice di Sen, la filosofa Martha Nussbaum, dice che esistono delle “buone pene” e “cattivi piaceri”, come le buone sofferenze legate alle lotte per la conquista dei diritti per sé e per gli altri, o i cattivi piaceri di chi cerca nell’abusare di altre persone. Quindi il semplice criterio di massimizzare i piaceri e minimizzare le pene non dice nulla, o troppo poco, sulla qualità della vita di una comunità o società.

Il lavoro con altri economisti (Stiglitz e Fitoussi) per l’ individuazione di nuovi indicatori di benessere, che superino il Pil, si basa sulla impossibilità di affidarsi alla sola misurazione della felicità soggettiva?

«È proprio così. Infatti ho molti dubbi che la felicità individuale sia un buon indicatore del benessere (well-being) delle persone. Come detto, la metrica utilitaria basata esclusivamente sulla felicità può essere molto ingiusta nei confronti di coloro che sono sistematicamente deprivati. Ad esempio, per coloro che si trovano agli ultimi posti delle nostre società stratificate, minoranze oppresse in comunità intolleranti, e cioè i disoccupati e i precari che vivono in un mondo con grandi incertezze, lavoratori sfruttati in contesti industriali, o casalinghe sottomesse in culture sessiste. Certo, grazie alla loro capacità di adeguarsi alle condizioni di vita, riescono a sopravvivere, ma questi adattamenti distorcono le valutazioni soggettive della felicità di queste persone. Nella valutazione delle condizioni di vita e di benessere delle persone più povere della società, gli indicatori di felicità ci dicono molto meno di altri indicatori sulle condizioni oggettive di deprivazione e mancanza di libertà. Essere riconciliati e contenti con i propri svantaggi, è cosa ben diversa dal non avere questi svantaggi».

Per lei, professor Sen, in linea con Aristotele e tutta la tradizione classica dell’etica delle virtù, la “vita buona” si misura dunque sulla base di quanto la gente “fa e può fare”, non in base a che cosa “sente”. Come a dire che le moderne democrazie hanno bisogno di più indicatori di benessere (incluso il Pil), poiché qualunque riduzione ad un solo indicatore, compreso un indicatore di felicità, mette sempre in pericolo la democrazia e la libertà.

«Sì, credo che anche gli indicatori basati sulla felicità siano molto problematici, perché fanno commettere errori gravi a danno delle persone più
svantaggiate della società. E come ho avuto modo di scrivere nel mio ultimo libro, L’idea di giustizia: “Non c’è bisogno di essere Gandhy (o Martin
Luther King o Nelson Mandela o Aung San Suu Kyi) per comprendere che gli obiettivi e le priorità di una persona possono andare ben al di là
degli angusti confini del ben-essere e della felicità individuale”».

Vorrei chiudere con la frase di Dante con cui ha aperto la sua conferenza all’Auditorium della musica di Roma alla presenza di oltre 700 persone (quelli che hanno trovato i biglietti): «O gente umana, per volar su nata, perché a poco vento così cadi?» (Purgatorio, XII).

«In effetti, la domanda di Dante è molto importante. È grande il contrasto tra le grandi cose che gli esseri umani possono raggiungere, e le esistenze così povere e limitate che molti uomini e donne finiscono per vivere. Le potenzialità degli esseri umani – di condurre una vita buona, di essere contenti e felici, di essere liberi – sono molto maggiori di quanto riusciamo, concretamente a realizzare».

Se il compito dell’economista, almeno di quelli come Sen, fosse quello di studiare per contribuire a ridurre gli ostacoli oggettivi e soggettivi che ci
impediscono di esprimere al meglio le nostre potenzialità, allora fare l’economista sarebbe un buon mestiere.

 

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Amartya Sen. Cambiamo l'economia

Amartya Sen. Cambiamo l'economia

Uno studioso che cita Dante e capovolge il pensiero dominante. Intervista esclusiva con il Premio Nobel. a cura di Luigino Bruni Pubblicato su Città Nuova n.3/2013 il 10/02/2012 Per capire chi è Amartya Sen, un buon punto di partenza sono le ultime parole del suo libro del 2010, L’idea di giustiz...
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Editoriali - Finanza

di Luigino Bruni

pubblicato su Città Nuova n.2/2013 del 25/01/2013

Euro_ridNei giorni scorsi, molti (non tutti) hanno gioito per il raggiunto accordo fiscale negli Usa, che non ha solo aumentato di poco la tassazione dei super-ricchi, ma ha innalzata l’imposta sulle rendite fi nanziarie dal 15 al 20 per cento.

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Buona notizia, ma la domanda cruciale è un’altra: come mai la tassazione delle rendite è così bassa? Anche in Italia siamo attorno al 20 per cento per le rendite finanziarie, che è molto meno della tassazione del reddito d’impresa (ben oltre il 30 per cento), per non parlare del lavoro (oltre il 40 per cento). Si tassano soprattutto i lavoratori (cioè le famiglie, e il ceto medio-basso), poi gli imprenditori, e infine i percettori di rendite.

Perché? Dal punto di vista etico questa domanda non trova nessuna risposta; per cercarla dobbiamo parlare del potere. Anche se non si dice più, nelle nostre società esistono ancora le classi dominanti, che hanno il controllo delle regole del gioco, che scrivono a proprio vantaggio.

Ma c’è di più. Se guardiamo i nostri sistemi fiscali, ci accorgiamo che il vero conflitto sociale oggi non si trova più tra lavoro e capitale, tra operai e padroni, come siamo stati abituati a pensare per oltre un secolo. Non è più la fabbrica il luogo dove guardare per capire la dinamica sociale e i veri potenti. Il vero conflitto è tra le rendite e l’intero mondo del lavoro, lavoratori e imprenditori assieme, anche perché la fi nanza e le banche hanno in mano le stesse imprese. La sostituzione degli imprenditori tradizionali con nuovi speculatori e top manager superpagati è una delle più gravi malattie del nostro tempo.

Chi oggi ha veramente a cuore le ragioni del bene comune deve dunque leggere il mondo con occhi diversi. Innanzitutto comprendere che è
l’intero mondo del lavoro che sta soffrendo, schiacciato dalle troppe rendite di pochi. Di questo mondo del lavoro non fanno parte gli speculatori e i redditieri, mentre vi appartiene il vero imprenditore, che soffre come – e a volte più – degli operai. Supereremo questa profonda crisi solo con una nuova lettura della realtà, e poi con un nuovo impegno per cambiarla, nella giusta direzione.

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Editoriali - Finanza

di Luigino Bruni

pubblicato su Città Nuova n.2/2013 del 25/01/2013

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Conflitto fra lavoro e rendite

Conflitto fra lavoro e rendite

Editoriali - Finanza di Luigino Bruni pubblicato su Città Nuova n.2/2013 del 25/01/2013 Nei giorni scorsi, molti (non tutti) hanno gioito per il raggiunto accordo fiscale negli Usa, che non ha solo aumentato di poco la tassazione dei super-ricchi, ma ha innalzata l’imposta sulle rendite fi nanzia...
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L'augurio di Luigino Bruni, docente di Economia politica all’università Lumsa di Roma è che nascano scuole popolari che si occupino non solo di parole economiche come spread, fiscal compact e spending review ma che aiutino a governare la democrazia

di Luigino Bruni

pubblicato su Città Nuova.it il 01/01/2013

Operatore_borsa_ridIl 2012 è stato soprattutto l’anno della crisi economica e dell’invasione dell’economia nelle nostre vite. Parole come spread, spending review, fiscal compact (tutte parole inglesi, e non a caso, essendo questa la lingua dell’economia globalizzata), sono diventate consuete nei pasti delle famiglie e hanno determinato preoccupazioni e speranze. La crisi non solo non è finita ma è solo all’inizio, come è solo l’inizio la centralità dell’economia nelle nostre vite, una economia che è diventata la nuova grammatica della società. La crisi sarà lunga perché il mondo è cambiato e ha reso velocemente obsoleto il sistema economico italiano, anche per istituzioni che non hanno fatto le scelte giuste negli anni giusti (Ottanta e Novanta).

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È stata e sarà crisi del lavoro, e quindi della vita. Altra lezione di questo anno è l’importanza dell’economia per la vita della gente, e quindi l’invito ad occuparcene di più tutti, senza lasciarlo agli addetti ai lavori. Non aspettare che il lavoro arrivi, ma inventarlo, e possibilmente assieme. Infine, per poter gestire e governare l’economia occorre studiarla e capirla. Mi auguro che nascano scuole popolari di (buona) economia, nelle parrocchie, associazioni e movimenti, perché senza capire oggi le parole dell’economia non si capisce e non si governa la democrazia, piombata in una profonda crisi. Da questa lunga e profonda notte usciremo lavorando di più e diversamente, studiando meglio, giovani e tutti.

 

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di Luigino Bruni

pubblicato su Città Nuova.it il 01/01/2013

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L’economia è la nuova grammatica

L’economia è la nuova grammatica

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Verso le elezioni

di Luigino Bruni

pubblicato su Città Nuova n. 22/2012 del 25/11/2012

J_M_KeynesIl rapporto tra economia e politica è una delle direttrici su cui su sta snodando la campagna elettorale per le prossime elezioni. E non potrebbe essere diversamente, dato il peso che sta prendendo la vita economica, incluso il lavoro, nel benessere e malessere delle nostre famiglie, soprattutto di quelle giovani con bambini.

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Ma, e qui sta il punto, l’economia negli ultimi decenni si è tremendamente complicata, per un cambiamento radicale della natura dei rapporti economici e sociali (la globalizzazione), e la formazione economica dei leader dei partiti politici è spesso obsoleta per capire finanza e mercati contemporanei.

Questa difficoltà di comprensione di che cosa sta accadendo nell’economia e nella finanza, sta avendo due conseguenze, entrambi cruciali per la nostra democrazia. Il grande economista inglese J.M. Keynes diceva quasi un secolo fa che normalmente i policy makers sono spesso “schiavi” ideologici di "scribacchini". Questi scribacchini una volta erano gli economisti teorici; oggi sono brillanti giornalisti che si stanno trasformando in teorici economici senza teoria, che dalle loro cattedre impartiscono quotidianamente lezioni e ricette. Nel Novecento alcuni grandi economisti furono anche ottimi giornalisti e politici (pensiamo allo stesso Keynes, e in Italia a Luigi Einaudi).

Oggi assistiamo al processo inverso, anche a causa della assenza di bravi economisti che vogliano e sappiano parlare alla gente. E molti pensano di risolvere la complessità della economia attuale rimuovendola, offrendo slogan e battute mediatiche che hanno solo il neo di essere quasi sempre sbagliate. Oppure, seconda conseguenza non meno grave, di fronte alla complessità della sfera economica, e alla sua grande rilevanza in tempi di crisi, i politici rinunciano alla loro vocazione di sintesi, e si affidano interamente agli economisti, perché capaci di decifrare la complessa trama dei mercati, dimenticando così che l’economia è sempre un particolare, non è mai sintesi.

C’è bisogno di un forte investimento in cultura economica, a partire dalle scuole dove è di fatto assente qualsiasi formazione economica. Oggi la democrazia passa anche nella capacità di capire che cosa sta accadendo nei mercati sopra le nostre teste, e poi poter scegliere liberamente, anche i nostri governanti. 

 

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Verso le elezioni

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Politici ed economisti

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Editoriali - Crisi

di Luigino Bruni

pubblicato su Città Nuova n.21/2012 del 10/11/2012

Giochi_in_borsa_ridNelle settimane scorse si è molto discusso della sentenza di condanna degli scienziati che hanno sbagliato a prevedere il terremoto de L'aquila. Non è invece mai stato fatto un processo, nè abbiamo mai discusso pubblicamente e seriamente, per quegli scienziati sociali, gli economisti, che hanno totalmente sbagliato le previsioni di questa crisi, e hanno dato consigli pessimi alla popolazione.

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Eppure le vittime non sono mancate neanche in questo secondo caso (si pensi solo ai tanti suicidi di imprenditori), le case continuano a crollare, e le macerie continuano ad accumuaccesi nelle nostre famiglie e comunità. In questa crisi c'è infatti una diretta e grave responsabilità di molti economisti, alcuni dei quali hanno ricevuto il premio nobel, che hanno teorizzato che la totale liberalizzazione e anarchia dei mercati finanziari avrebbe portato a maggiore efficienza e a più ricchezza per tutti, senza alcun serio rischio di sistema.

In realtà si sono sbagliati e di grosso: la grande ricchezza creata dalla finanziarizzazione dell'economia è stata ricchezza che non solo non ha creato vero sviluppo economico, ma ha distratto risorse dall'economia produttiva. Molti, troppi, imprenditori e banche hanno trovato troppo più conveniente investire nella finanza che nelle imprese, e così anche in Italia ci ritroviamo oggi con imprese sottocapitalizzate, che non riescono più a creare lavoro vero.

Ma c'è ancora un ulteriore elemento che aumenta la responsabilità di noi economisti: le errate previsioni dei sismologi non hanno causato il terremoto, che era ignaro dei dibattiti tra scienziati. Le errate ipotesi e previsioni dei modelli economici, invece, influenzano anche i comportamenti effettivi delle persone, perchè a forza di formare studenti di economia e manager sulla base di teorie che oggi possiamo chiamare errate, sono aumentati in questi decenni azioni imprudenti e dannose per il bene comune. Questa crisi deve allora essere una occasione per una nuova stagione di responsabilità morale e civile degli economisti, che dobbiamo rivedere le ipotesi base delle nostre teorie, per uscire da questa crisi, e non causarne di nuove

 

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Editoriali - Crisi

di Luigino Bruni

pubblicato su Città Nuova n.21/2012 del 10/11/2012

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Un processo agli economisti

Un processo agli economisti

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Lavoratori volontari

di Luigino Bruni

pubblicato su Città Nuova n. 20/2012 del 25/10/2012

Antichi_mestieriQualche giorno fa una mia amica e lettrice di Città Nuova mi esprimeva alcuni dubbi su un fenomeno che sembrerebbe tutto e solo positivo. Mi raccontava infatti delle varie iniziative spontanee in aumento in questi tempi di crisi di chi si offre a fare torte per compleanni o matrimoni, il parrucchiere per amici e amiche, come forma di (quasi) volontariato per tutte quelle persone che oggi fanno fatica a permettersi i prezzi di mercato per questi beni e servizi.

Il problema è che queste attività sono anche una forma di non voluta concorrenza sleale nei confronti di parrucchieri e pasticceri che in questi anni faticano a portare avanti correttamente le loro attività e a pagare i loro dipendenti.

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Se infatti allarghiamo lo sguardo e passiamo da questi fenomeni, che potrebbero sembrare tutto sommato di poco conto, all’economia sociale e civile (che in Italia occupa circa il 10 per cento dei lavoratori), ci accorgiamo subito che il problema sollevato dalla mia amica tocca un punto delicato e importante del nostro sistema economico e civile.

Si sta infatti creando una strana guerra fra poveri, quella fra molte cooperative sociali che debbono stare sul mercato e alcune forme di volontariato le quali, potendo utilizzare lavoratori volontari (un volontariato dove spesso il rimborso spese è una forma di salario-ombra molto più basso di quello di mercato), partecipano a bandi pubblici e li vincono grazie ai prezzi stracciati che riescono a offrire. E questo è grave, perché oggi più che mai il vero volontariato deve essere sussidiario all’impresa civile e al lavoro regolarmente remunerato, e non un suo sostituto, altrimenti si verifi cherebbe il paradosso di volontari che, grazie all’attenzione che ricevono, fi niscono di fatto, ovviamente senza volerlo, ad aumentare la disoccupazione e la recessione nel nostro Paese.

La gratuità è l’energia vitale di tutta l’economia, non solo di quella sociale e civile, ma la gratuità vera è sempre alleata del lavoro vero, dei contratti, dei diritti. E, quando ciò non si verifi ca, si ammalano l’economia e anche il vero volontariato.

 

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Una guerra tra poveri

Una guerra tra poveri

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Un esempio di scelta tragica tra due beni: il diritto-dovere al lavoro e il diritto-dovere alla salvaguardia della salute e del creato.

di Luigino Bruni

Pubblicato su: Città Nuova n.17/2012 - 10/09/2012

120817_Manifestazione_ILVA_Taranto_02_ridC’è una branca della scienza economica che studia le cosiddette “scelte tragiche”. Le più classiche e quasi epiche sono quelle che si trova di fronte il comandante della scialuppa di salvataggio troppo affollata (uno fuori o il rischio di affondare tutti?), o l’imprenditore che deve decidere tra il licenziamento di qualche operaio (che per il vero imprenditore è sempre scelta molto dolorosa) o il rischio di fallimento dell’intera impresa.

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La scelta tragica è quella tra due cose “cattive”, mentre la scelta drammatica è quella tra un male e un bene, dove è chiara la direzione da prendere, anche se dolorosa. Esiste però un’altra versione delle scelte tragiche, sempre più frequente nel nostro mondo: quella tra due beni, tra due cose buone. Quanto sta avvenendo con l’Ilva di Taranto (e con la Sulcis di NuraxiFigus, che presenta tratti analoghi), è un esempio di scelta tragica tra due beni: il diritto-dovere al lavoro e il diritto-dovere alla salvaguardia della salute e del creato).

Quando la vita civile porta le persone a scelte tragiche tra due beni, ciò è un segnale di una crisi profonda, e inedita nella nostra storia. E quando ciò accade, il conflitto sociale non è più dentro la fabbrica tra padroni e operai, o tra rendite e profitti e salari, ma dentro delle stesse famiglie e all’interno delle stesse persone. Il conflitto viene ad abitare dentro casa e dentro di noi, perché sono le stesse famiglie che debbono lavorare e che non vogliono morire di inquinamento. E questo fatto nuovo ci pone domande nuove alle quali non sappiamo rispondere, perché non è possibile rinunciare a nessuno di queste due cose buone, e se lo facciamo ci laceriamo, individualmente e come società. Ciò che è certo che in queste nuove forme di tragedie, il classico confronto sociale (sindacati da una parte e il capitale dall’altro) non funziona più, perché operai, sindacalisti, managers, amministratori locali, magistrati, hanno tutti il conflitto dentro casa e dentro di loro.

Ecco perché a Taranto, e in Sardegna, si sta giocando una partita molto più grande di quei territori, e non possiamo darci pace finché non trasformiamo la tragedia in dramma, perché dietro quelle imprese si nasconde una sfida decisiva per la nostra civiltà.

 

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di Luigino Bruni

Pubblicato su: Città Nuova n.17/2012 - 10/09/2012

120817_Manifestazione_ILVA_Taranto_02_ridC’è una branca della scienza economica che studia le cosiddette “scelte tragiche”. Le più classiche e quasi epiche sono quelle che si trova di fronte il comandante della scialuppa di salvataggio troppo affollata (uno fuori o il rischio di affondare tutti?), o l’imprenditore che deve decidere tra il licenziamento di qualche operaio (che per il vero imprenditore è sempre scelta molto dolorosa) o il rischio di fallimento dell’intera impresa.

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Ilva di Taranto, domande inedite

Ilva di Taranto, domande inedite

Un esempio di scelta tragica tra due beni: il diritto-dovere al lavoro e il diritto-dovere alla salvaguardia della salute e del creato. di Luigino Bruni Pubblicato su: Città Nuova n.17/2012 - 10/09/2012 C’è una branca della scienza economica che studia le cosiddette “scelte tragiche”. Le più clas...
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Accettai di pagare 100 euro in più non solo per il valore della legalità, ma anche per sdegno. Le persone sono disposte a sostenere dei costi quando percepiscono comportamenti iniqui.

di Luigino Bruni

pubblicato su Città Nuova n.15-16, 10/08/2012

Taxi_ridPer capire la cultura di un popolo, con le sue luci e le sue ombre, occorre stare in mezzo alla gente. «Quanto costa arrivare al centro di Roma?», ho chiesto qualche giorno fa a Fiumicino. «50 euro», ha risposto il tassista. «Ma – ha aggiunto – se condividi il viaggio con questo signore, posso fare 40 ciascuno». Per lui 80, per noi lo sconto di 10 euro. Peccato che il regolamento dica 50 euro a corsa, non a persona. Quando ho espresso il mio disappunto, il tassista ha replicato: «Ma scusa: che te interessa se io guadagno de più, tu pensa al tuo risparmio».

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Pessimo tassista, perché non sa che la gente non è interessata in uno scambio di mercato solo al proprio guadagno, ma anche all’equità. La stessa equità che, qualche mese fa, mi fece “punire” il meccanico, che dopo aver ripulito i filtri della mia auto nella quale un benzinaio aveva messo benzina al posto del diesel, mi disse: «400 euro senza, o 500 con fattura». Accettai di pagare 100 euro in più non solo per il valore della legalità, ma anche per sdegno. Ormai molti studi fanno vedere, con dati empirici e sperimentali, che le persone sono disposte a sostenere dei costi quando percepiscono negli altri comportamenti iniqui.

Oggi in Italia si sta deteriorando un patrimonio di virtù civili costruito nei secoli. La virtù civile non è solo pagare le proprie tasse e adempiere alle leggi, ma anche sostenere dei costi per rimproverare gli altri concittadini. Per uscire dalla crisi c’è bisogno di una rinascita civile, insieme alla riduzione di spread e debito pubblico. Ma per ricreare il tessuto civile ormai troppo deteriorato non è sufficiente che ciascuno faccia il proprio dovere: è necessario prendersi cura degli altri concittadini, rimproverandoli quando c’è bisogno, e premiandoli, anche con un grazie, quando si può. Ci sono troppi pochi rimproveri civili, ma ci sono anche troppi pochi “grazie” e “buongiorno” lungo le strade. L’altro giorno a Milano ho provato a dire buongiorno a uno sconosciuto: si è preso paura, non più abituato a queste parole. Ma senza queste parole, antiche e nuove, non si ricrea quel tessuto civile indispensabile per uscire da ogni crisi, individuale collettiva ed economica.

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Accettai di pagare 100 euro in più non solo per il valore della legalità, ma anche per sdegno. Le persone sono disposte a sostenere dei costi quando percepiscono comportamenti iniqui.

di Luigino Bruni

pubblicato su Città Nuova n.15-16, 10/08/2012

Taxi_ridPer capire la cultura di un popolo, con le sue luci e le sue ombre, occorre stare in mezzo alla gente. «Quanto costa arrivare al centro di Roma?», ho chiesto qualche giorno fa a Fiumicino. «50 euro», ha risposto il tassista. «Ma – ha aggiunto – se condividi il viaggio con questo signore, posso fare 40 ciascuno». Per lui 80, per noi lo sconto di 10 euro. Peccato che il regolamento dica 50 euro a corsa, non a persona. Quando ho espresso il mio disappunto, il tassista ha replicato: «Ma scusa: che te interessa se io guadagno de più, tu pensa al tuo risparmio».

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€ 400 senza, € 500 con fattura

€ 400 senza, € 500 con fattura

Accettai di pagare 100 euro in più non solo per il valore della legalità, ma anche per sdegno. Le persone sono disposte a sostenere dei costi quando percepiscono comportamenti iniqui. di Luigino Bruni pubblicato su Città Nuova n.15-16, 10/08/2012 Per capire la cultura di un popolo, con le sue luc...
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Acepté pagar 100 euros más no sólo por el valor de la legalidad, sino también por desdén. Las personas están dispuestas a asumir un coste cuando perciben comportamientos inicuos.

por Luigino Bruni

publicado en Città Nuova n.15-16, 10/08/2012

Taxi_ridPara comprender la cultura de un pueblo, con sus luces y sus sombras, hay que estar entre la gente. «¿Cuánto cuesta llegar al centro de Roma?», pregunté hace unos días en el aeropuerto de Fiumicino. «50 euros», respondió el taxista. «Pero –  agregó – si comparte el viaje con este señor, puedo cobrarles 40 a cada uno». Para él 80, para nosotros un descuento de 10 euros. Lástima que el reglamento diga 50 euros por carrera y no por persona. Cuando expresé mi desacuerdo, el taxista replicó: «Pero disculpa: ¿a ti qué te importa si yo gano más? tú piensa en lo que te ahorras».

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Pésimo taxista, porque no sabe que a la gente, cuando realiza un intercambio de mercado, no le importa sólo su propia ganancia, sino también la justicia. La misma justicia que, hace unos meses, me llevó a “castigar” al mecánico que, después de limpiar los filtros de mi automóvil en el que me pusieron gasolina en lugar de diesel, me dijo: «son 500 con factura o 400 sin ella». Acepté pagar 100 euros más no sólo por el valor de la legalidad, sino también por indignación. Ya hay muchos estudios que muestran con datos empíricos y experimentales que las personas están dispuestas a asumir un costo cuando perciben que los demás se comportan de modo injusto.

Hoy en Italia se está deteriorando un patrimonio de virtudes cívicas construido durante siglos. La virtud cívica no consiste sólo en pagar los impuestos y cumplir las leyes, sino también en asumir el coste de un reproche dirigido a otros conciudadanos. Para salir de la crisis hae falta una regeneración cívica, además de la reducción de la prima de riesgo y la deuda pública. Pero para recrear el tejido civil, demasiado deteriorado ya, no es suficiente que cada uno haga sus deberes: es necesario hacerse cargo de los otros conciudadanos, reprochándoles cuando hay necesidad, y premiándoles, a veces con un “gracias”, cuando se puede. Los reproches cívicos son demasiado escasos, pero hoy también se dice pocas veces “gracias” y “buenos días” por la calle. El otro día en Milán le dije “buenos días” a un desconocido; le dio miedo, no estaba acostumbrado ya a estas palabras. Pero sin estas palabras, antiguas y nuevas, no se recrea aquel tejido civil indispensable para salir de toda crisis, individual colectiva y económica.

 

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por Luigino Bruni

publicado en Città Nuova n.15-16, 10/08/2012

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Editoriale - Economia

pubblicato su Citta Nuova n.12, 25 giugno 2012

Agora_Atene_ridAll’ombra della crisi finanziaria, economica e sempre più politica, si cela una grande domanda sul tipo di democrazia che stiamo costruendo. La democrazia moderna nasce profondamente legata agli Stati nazione, e alla subordinazione di mercati, banche e finanza al potere politico. Questo primato del politico sull’economico-finanziario è stata la pietra angolare dell’edificio civile moderno, una costruzione che è entrata in crisi, negli ultimi tre decenni, dalla globalizzazione dei mercati e la conseguenza anarchia della finanza speculativa, che hanno fatto saltare il primato della politica sui mercati.

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Quale democrazia stiamo allora realizzando e sperimentando in Europa e nel capitalismo? È ancora presto per dirlo, ma ciò che è certo è che la situazione che si sta determinando è qualcosa di diverso e di distante dalla democrazia che conoscevamo. Gli indici di borsa e gli spread determinano nascite e fine di governi, le agende politiche e le riforme (anche la riforma dell’articolo 18, che non era certamente la priorità per l’Italia, è parte di questa agenda imposta dalle istituzioni finanziarie). Le dinamiche che sono dietro indici di borsa e spread non hanno a che fare con la democrazia: rappresentano invece gruppi esigui di popolazione che detengono titoli finanziari e che non subiscono, perché ricchi, le conseguenze delle crisi, e non perdono per essa il posto di lavoro.

Il premio Nobel Amartya Sen ha recentemente rimproverato Italia e Grecia di aver abdicato, sotto la pressione della finanza, alla democrazia che loro hanno inventato, quella democrazia che è soprattutto “governare discutendo” (government by discussion). La democrazia non la si custodisce con governi mondiali, anche perché oggi un governo mondiale – lo stiamo assaggiando in Europa,nella gestione della crisi greca – rispecchierebbe necessariamente i rapporti di forza tra gli Stati, mentre sarebbero necessarie authority mondiali, la prima per la finanza. La democrazia si protegge, e si ricrea, discutendo, partecipando e protestando, a tutti i livelli, anche, e soprattutto, quelli della finanza.

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Editoriale - Economia

pubblicato su Citta Nuova n.12, 25 giugno 2012

Agora_Atene_ridAll’ombra della crisi finanziaria, economica e sempre più politica, si cela una grande domanda sul tipo di democrazia che stiamo costruendo. La democrazia moderna nasce profondamente legata agli Stati nazione, e alla subordinazione di mercati, banche e finanza al potere politico. Questo primato del politico sull’economico-finanziario è stata la pietra angolare dell’edificio civile moderno, una costruzione che è entrata in crisi, negli ultimi tre decenni, dalla globalizzazione dei mercati e la conseguenza anarchia della finanza speculativa, che hanno fatto saltare il primato della politica sui mercati.

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La finanza e la politica

La finanza e la politica

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I padri costituenti volevano sottolineare che la Repubblica non era più fondata su privilegi del sangue né su titoli nobiliari, ma sul lavoro, la vera base di ogni democrazia.

di Luigino Bruni

pubblicato su Citta Nuova n.11/2012 del 10 giugno 2012

operai_in_fabbrica«L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Così apre la Costituzione italiana. A distanza di quasi settant’anni da quando quelle parole furono scritte, sono ancora vere, reali? Non credo, o lo sono molto, troppo, meno. Nel fondare la nuova Italia sul lavoro, i padri costituenti volevano sottolineare che la Repubblica non era più fondata sui privilegi del sangue né sui titoli nobiliari, ma sul lavoro e sul lavorare, che è la prima e vera base di ogni democrazia.

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E per qualche decennio l’Italia, l’Europa e l’Occidente hanno conosciuto una espansione dell’uguaglianza, proprio grazie al lavoro: abbiamo costruito, lavorando e con la fatica, una Italia con meno privilegi e caste: il boom economico degli anni Cinquanta-Settanta è stato anche un boom democratico, dei diritti e delle libertà.

Dalla fine degli anni Ottanta, però, questo trend di crescita della democrazia si è arrestato, e la causa è stata soprattutto una eccessiva e insostenibile crescita della finanza in rapporto all’economia reale. Per un paio di decenni questa finanziarizzazione del mondo ha consentito all’Europa e agli Usa di continuare a crescere nonostante le economie reali non crescessero più, e ad un tasso pazzesco, maggiore di quello che l’Europa ha conosciuto durante la prima rivoluzione industriale.

Il 15 settembre del 2008 ha segnato la fine di questa crescita dopata e sbagliata, e ci siamo accorti che in quei due decenni di crescita finanziaria l’Italia e l’Europa erano tornate molto indietro sul piano dell’uguaglianza, e quindi della democrazia e del lavoro. Di nuovo le rendite (finanziarie, delle caste, dei manager, delle banche) sono tornate al centro della scena, dove non c’è più né il lavoro né tantomeno la fabbrica.

Oggi l’asse del conflitto sociale non è più dentro l’economia reale (lavoratori contro padroni) ma tra l’intero mondo del lavoro che soffre tutto (imprenditori insieme ai lavoratori) e il mondo delle rendite (non tassate), che hanno in mano il mondo, la non-democrazia, il lavoro. Le morti di lavoratori sotto le macerie, i suicidi degli imprenditori ci vogliono anche dire che dobbiamo rifondare l’Italia sul lavoro.

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Fondata sul lavoro

Fondata sul lavoro

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Questi i temi dell'intervento di Luigino Bruni, docente di economia politica, all’apertura dell’Incontro mondiale della famiglia. Ce ne parla in un'intervista

di Violetta Conti

pubblicato su: cittanuova.it il 01/06/2012

120530_Milano_Bruni_ridÈ la famiglia il cuore pulsante del sistema economico ed è sempre lei l'aspetto sofferente con le sue maternità e paternità precarie, le sue fragilità  ed incertezze in questo duro tempo di crisi economico-finanziaria. Ma è sempre alla stessa famiglia che si chiede "inopportunamente" di consumare di più per rilanciare la crescita e di lavorare poco e male.

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La famiglia sembra chiamata a muovere la macchina del capitalismo dominante "senza se e senza ma". Ma è questo il modo giusto? Se lo sono chiesti  i quattromila presenti, il 30 maggio, alla prima giornata del Congresso Teologico pastorale che ha ufficialmente aperto i lavori del VII Incontro mondiale della famiglia.

A rispondere il professor Luigino Bruni, docente di economia politica all'Università di Milano-Bicocca e autore de Le nuove virtù del mercato per Città Nuova che ha rilanciato queste tematiche, parlando di famiglia e lavoro sì, ma anche di festa. Perché? Glielo abbiamo chiesto in quest’intervista.

Impegnativi e delicati i temi di Milano (famiglia e lavoro, ndr.), tanto per le famiglie che si trovano in difficoltà economica quanto per i giovani che seppur con lavoro precario cercano di metter su famiglia. Ma la festa?

«C’è un’interconnessione profonda tra lavoro, festa e famiglia. Prima di tutto perché la famiglia è il principale luogo del lavoro e della festa: Pensiamo ad esempio nelle occasioni di festa quanto del lavoro delle donne troviamo o quanto sia sentito nel lavoro il tempo della festa, dove il primo detta i tempi del secondo.  Ma c’è anche un’altra ragione. Etimologicamente la parola festa deriva da fesia, cioè feria, feriale  e quindi legato ai giorni lavorativi. Oggi però assistiamo sempre di più ad una frattura nell’equilibrio tra lavoro e festa, ad uno stravolgimento dei ruoli. Il mondo economico soffre di eccedenza di festa da un lato e di alto tasso di disoccupazione dall’altro. Manca così una prospettiva più profonda»

Maternità e paternità sempre più precarie, ma anche fine del “welfare state”. Come può restare il soggetto economico principale la famiglia?

«Più che di fine dello stato sociale parlerei della sua crescita vorticosa e senza controllo in un determinato periodo storico ormai sorpassato. Direi che oggi però siamo di fronte ad una preoccupazione che riguarda più l’ambito economico che quello familiare. Lo stato sociale sta cambiando, la famiglia si sta evolvendo (non è più patriarcale come 30 anni fa), ma essa continua a svolgere il ruolo di soggetto economico preminente, il luogo ideale in cui far esperienza di gratuità. In questo senso non è allora la famiglia ma il mondo del lavoro che sta cambiando in modo più radicale perché si sta allontanando dal principio della gratuità. Occorre riscoprirlo, ma non sarei nostalgico di fronte alla fine di quel tipo di welfare state, piuttosto volgerei lo sguardo alla possibilità di creare migliori legami fra generazioni, fra lavoratori con un nuovo patto sociale»

Il mercato del lavoro chiede una diversa conciliazione famiglia-lavoro e l’adattarsi a nuove culture lavorative. Qual è l’atteggiamento giusto per accogliere le nuove sfide al meglio?

«Il mercato del lavoro nel giro di un cinquantennio è mutato molto, ma come ricorda la Rerum Novarum “Il lavoro non è una merce” ed anche oggi va salvaguardato e tutelato per la nostra società  e i nostri giovani. Certamente ci sono molte più opportunità oggi grazie ad internet e ai viaggi, ma ci sono anche diverse problematiche. Nel 1869 l’economista e filosofo J.Stuart Mill scriveva a proposito della donna: “La formazione morale dell’umanità non avrà ancora sviluppato tutto il suo potenziale, finché non saremo capaci di vivere nella famiglia con le stesse regole morali che governano la comunità politica”. Mill ovviamente faceva riferimento alla sua epoca, quando l’impresa e la famiglia erano ancora dei luoghi illiberali e gerarchici nonostante i progressi nella democrazia. Ma qual è la situazione odierna? In molti Paesi  la relazione uomo donna in famiglia è più incentrata sul rispetto e sull’uguaglianza, ma è il mondo civile, e in particolare quello economico e lavorativo ancora troppo asimmetrico, gerarchico e maschile. Non a misura di famiglia. In me però prevale la speranza. In tempo di crisi la speranza è un dovere civile, una forma di carità alta anche nell’economia»

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Questi i temi dell'intervento di Luigino Bruni, docente di economia politica, all’apertura dell’Incontro mondiale della famiglia. Ce ne parla in un'intervista

di Violetta Conti

pubblicato su: cittanuova.it il 01/06/2012

120530_Milano_Bruni_ridÈ la famiglia il cuore pulsante del sistema economico ed è sempre lei l'aspetto sofferente con le sue maternità e paternità precarie, le sue fragilità  ed incertezze in questo duro tempo di crisi economico-finanziaria. Ma è sempre alla stessa famiglia che si chiede "inopportunamente" di consumare di più per rilanciare la crescita e di lavorare poco e male.

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La famiglia, la festa e il lavoro

La famiglia, la festa e il lavoro

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Nel sistema economico che abbiamo prodotto in questo ultimo secolo c’è qualcosa che sta chiaramente morendo, ma c’è anche qualcosa di nuovo che sta arrivando all’orizzonte.

di Luigino Bruni

pubblicato su Città Nuova n.7/2012 del 10/4/2012

Ragazzi_al_lavoro_ridL’economia ha un estremo bisogno di resurrezione. Ogni resurrezione è preceduta e preparata da una crisi, da un passaggio o cambiamento: non si risorge se prima, in qualche modo, non si muore. Nel sistema economico che abbiamo prodotto in questo ultimo secolo c’è, infatti, qualcosa che sta chiaramente morendo, ma c’è anche qualcosa di nuovo che sta arrivando all’orizzonte, sebbene occorrano “occhi di resurrezione” per riuscire a vederlo, e poi a riconoscerlo per quello che veramente è, cioè l’alba di un nuovo giorno. 

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Se avessimo occhi di resurrezione vedremmo, ad esempio, che l’Italia e il mondo vanno avanti, nonostante le crisi e le morti del nostro tempo, perché la maggior parte della gente cerca e fa il bene nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, nelle istituzioni pubbliche, e continua a farlo nonostante tutto. I malvagi e i furbi esistono, ma sono molti meno di quanto la cultura dominante ci racconta ogni giorno perché vede male il mondo.

Vedremmo poi tanti imprenditori che stimano e rispettano i loro lavoratori, e che, prima di considerarli come dei costi, li vedono come le risorse più preziose e partner essenziali per la vita e lo sviluppo dell’impresa. E vedremmo tanta gente che lavora bene perché è convinta che il lavoro vada fatto bene prima e indipendentemente da quanto denaro si riceve, e che quindi lavora bene anche quando non sono controllati, né puniti né applauditi.

Come vedremmo tanta economia civile, sociale, etica, equa, di comunione, che come il sale dà sapore alla massa, e come il lievito non lascia azzimo il pane nei nostri mercati. Ma per poter vedere il bene che già c’è nella vita civile ed economica, occorre guardare e pensare a partire da una cultura della resurrezione, che sa vedere ciò che la cultura che oggi sta morendo non vede ancora.

C’è oggi un grande bisogno di gente che sa vedere e indicare segni di vita nuova presenti realmente nella nostra quotidianità (se visti bene), e non solo immaginati o sognati. È questa una forma alta di carità civile e, quando manca, il mondo diventa un luogo triste e grigio. Nei tempi della notte occorrono infatti le sentinelle dell’aurora che annuncino la resurrezione, che tutti aneliamo ma che non riconosciamo perché magari non ascoltiamo con attenzione la voce di chi ci chiama per nome nei giardini delle nostre città.

Abbiamo bisogno di Pasqua nel lavoro, di un passaggio epocale da un lavoro visto oggi come problema ad un lavoro riscoperto come responsabilità e brano di vita. Il lavoro umano negli ultimi decenni è stato emarginato da un modello economico centrato sulla finanza speculativa, che prometteva ricchezza senza lavoro e lavoratori, e che quindi è imploso.

Non si uscirà mai da questa crisi senza una resurrezione del mondo del lavoro e dei lavoratori. Soprattutto dei giovani, che hanno il diritto ad una cultura della vita, della speranza, della fiducia: perché, se non c’è Pasqua per i giovani, non ci può essere vera Pasqua per nessuno.

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Crisi economica e occhi di resurrezione

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