Bruni Varie

Economia Civile

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Su Donne Chiesa Mondo di Marzo, «Parola agli uomini: La questione femminile nella chiesa»

di Luigino Bruni

pubblicato su L'Osservatore Romano il 02/03/2024

Le donne non hanno ancora trovato il loro giusto posto nella Chiesa, non siamo stati ancora capaci di riconoscerle nella loro piena vocazione e dignità. Attendono da duemila anni di essere viste come le aveva viste Gesù, che è stato rivoluzionario per molte cose e tra queste per il ruolo che avevano le donne nella sua prima comunità. Ma mentre alcune delle sue rivoluzioni sono diventate cultura e istituzioni della Chiesa, la sua visione della donna e delle donne è ancora imprigionata nel grande libro dei “non ancora” che non diventano “già”.

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Se guardiamo bene, tutti vediamo che la Chiesa non esisterebbe senza la presenza delle donne perché sono molta parte dell’anima e della carne di quanto resta oggi del Cristianesimo e, ancor prima, della fede cristiana - mi sto sempre più convincendo che se quando Gesù tornerà sulla terra troverà ancora la fede, questa sarà la fede di una donna. Ma tutti sappiamo e tutti vediamo che la governance ecclesiale, in particolare quella della Chiesa cattolica, non è stata ancora capace di rendere concreta ed operativa l’uguaglianza e la reciprocità vera tra uomini e donne. E così la Chiesa cattolica resta uno dei luoghi sulla terra dove l’accesso ad alcune funzioni e compiti è ancora legato al genere sessuale, dove nascere femmina orienta già dalla culla il percorso di vita di quella futura cristiana nelle istituzioni, nella liturgia, nei sacramenti e nella pastorale delle comunità cattoliche.

Pur conoscendo e riconoscendo molte delle ragioni di chi si batte per questo, non ho mai pensato che la soluzione sia estendere il sacerdozio alle donne, perché finché il sacerdozio ministeriale è inteso e vissuto all’interno di una cultura clericale, allargare l’ordine sacro alle donne significherebbe, di fatto, clericalizzare anche le donne e quindi clericalizzare di più la Chiesa tutta. La grande sfida della Chiesa di oggi non è clericalizzare le donne ma de-clericalizzare i maschi e quindi la Chiesa. Occorrerebbe, quindi, comprendere dove si trovano i luoghi delle buone battaglie e su quelli concentrarsi, donne e uomini insieme - un errore comune è pensare che la questione femminile sia una faccenda delle sole donne. Occorre dunque lavorare, maschi e femmine, sulla teologia e prassi del sacerdozio cattolico ancora troppo legato all’epoca della Controriforma, perché una volta riportato il sacerdozio a quello della Chiesa primitiva diventerà naturale immaginarlo come servizio di uomini e donne. Se invece le energie le impieghiamo ora nell’ introdurre alcune donne nel club sacrale degli eletti, aumenteremo solo la numerosità dell’élite senza ottenere buoni risultati né per tutte le donne né per la Chiesa. Il sinodo in corso, col suo nuovo metodo, può essere un buon inizio anche in questo processo necessario.

Ma c’è anche una bella notizia. In attesa di questo lavoro urgente, la Chiesa cattolica sta già cambiando molto velocemente su alcune dimensioni importanti. Nella chiesa con Papa Francesco le donne sono molto più presenti nelle istituzioni del Vaticano, delle diocesi e nelle comunità ecclesiali, in ruoli sempre più importanti, e ormai molte sono laiche e/o sposate. Le teologhe e le bibliste stanno poi crescendo in quantità, qualità, stima e impatto. Sono fenomeni meno eclatanti dei dibattiti sul sacerdozio femminile, ma stanno creando le premesse affinché un giorno finalmente la “realtà sarà superiore all’idea” (Evangelii Gaudium), e in un’alba particolarmente luminosa la Chiesa si risveglierà finalmente anche donna, senza accorgersene e senza far troppo rumore, come le cose davvero importanti nella vita.

Ho avuto la grazia - e tale è stata - di crescere, di formarmi e di vivere ormai da quarant’anni in una comunità fondata da una donna e da ragazze sue compagne: il Movimento dei focolari. Ho lavorato per oltre dieci anni con Chiara Lubich, come un suo stretto collaboratore per la cultura e per l’Economia di Comunione. Ho visto in lei la diversa intelligenza delle donne, e spesso vi ho rivisto quella delle donne nella Bibbia. La Bibbia, infatti, se sappiamo leggerla, ci mostra spesso una intelligenza diversa delle donne, caratterizzate da uno speciale talento e intuito per la cura delle relazioni e della vita che viene prima delle ragioni, degli interessi, del potere, della religione e forse anche di Dio. Rut, Ester, Abigail, la Sunammita, Maria, non sono copie dei protagonisti maschi della Bibbia. Mi sono convinto, ad esempio, che Sarah non sarebbe partita verso il Monte Moria per sacrificare suo figlio Isacco, perché nel momento in cui la voce glielo chiedeva avrebbe risposto: «tu non puoi essere la voce del Dio vero della vita se mi chiedi di uccidere mio figlio. Sei un demone o un idolo, perché solo i demoni e gli idoli vogliono nutrirsi dei nostri figli, non il Dio dell’Alleanza e della Promessa».

Olive Schreiner era una pacifista sudafricana e attivista per i diritti delle donne, una autodidatta che si educò leggendo la Bibbia. Nel 1916, in un tempo di guerra simile al nostro, scriveva parole stupende sulle donne e la pace. Dopo oltre un secolo le donne (e i bambini) continuano a subire le conseguenze delle guerre ma ad essere, anche qui, assenti dai luoghi dove si prendono le decisioni, nei Consigli di guerra, nelle catene spietate di comando:

«Non sarà per vigliaccherie o per incapacità, né certamente per superiori virtù, che la donna porrà fine alla guerra, quando la sua voce potrà farsi ascoltare nel governo degli Stati; ma perché su questo punto la scienza della donna, in quanto donna, è superiore a quella dell’uomo: essa conosce la storia della carne umana, ne sa il prezzo; l’uomo non lo sa. In una città assediata può facilmente accadere che il popolo strappi statue e sculture preziose dalle Gallerie e dai pubblici edifici per farne delle barricate, le getti a riempire le brecce, senza riflettere, perché prima si offersero alla mano, senza tenerne conto maggiore che se fossero pietre del selciato. Ma vi è un uomo solo che non lo potrebbe fare: lo scultore. Anche se quelle opere d’arte non uscirono dalle sue proprie mani, egli ne sa il valore. Istintivamente, sacrificherebbe tutti i mobili della sua casa, l’oro, l’argento, tutto ciò che esiste nelle città prima di gettare nella distruzione le opere d’arte. I corpi degli uomini sono le opere d’arte create dalla donna. Date ad essa facoltà di controllo e non le getterà mai a colmare gli abissi scavati nei rapporti umani da ambizioni e cupidigie internazionali. Una donna non dirà mai: “Prendete e straziate dei corpi umani: e in tal modo risolvete la questione!”».

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Su Donne Chiesa Mondo di Marzo, «Parola agli uomini: La questione femminile nella chiesa»

di Luigino Bruni

pubblicato su L'Osservatore Romano il 02/03/2024

Le donne non hanno ancora trovato il loro giusto posto nella Chiesa, non siamo stati ancora capaci di riconoscerle nella loro piena vocazione e dignità. Attendono da duemila anni di essere viste come le aveva viste Gesù, che è stato rivoluzionario per molte cose e tra queste per il ruolo che avevano le donne nella sua prima comunità. Ma mentre alcune delle sue rivoluzioni sono diventate cultura e istituzioni della Chiesa, la sua visione della donna e delle donne è ancora imprigionata nel grande libro dei “non ancora” che non diventano “già”.

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Ma il sacerdozio non è la soluzione

Ma il sacerdozio non è la soluzione

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La gratuità giunge nel mondo nel nostro manifestarci per ciò che siamo

di Luigino Bruni

pubblicato su Messaggero Capuccino di gennaio-febbraio 2024

Gratuità è diventata una parola difficile. Viene confusa, soprattutto quando è usata come aggettivo (gratuito, gratuita), con il gratis, qualche volta con l’inutile o il dannoso - ad esempio: una affermazione o cattiveria “gratuita”.

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Negli USA è usata nei ristoranti come sinonimo di mancia (gratuity). Per capire che cosa sia gratuità, è allora necessario tornare alla radice della parola. Gratuità deriva dal latino gratia, grazia, che a sua volta è la traduzione latina della parola greca charis. Charis in origine indicava tutto ciò che è piacevole, che dà gioia, che è leggiadro, affascinante, bello (da cui l’aggettivo grazioso). Nell’umanesimo cristiano grazia si è caricato di nuovi significati, tutti belli. La grazia si riceve (da Dio), non la produciamo noi. Essa è dono gratuito, che Paolo chiama charisma, facendolo derivare da charis, grazia.

 Alcuni distinguo

La gratuità non coincide con l’altruismo. È un atteggiamento, una dimensione dell’azione, che dice qualcosa sulla natura e anche sulle motivazioni di chi agisce. Gli esseri umani sono capaci di gratuità, quindi di amore puro e incondizionato, sebbene aiutati, per la fede cristiana, dalla charis donata loro da Dio. La gratuità, allora, è quella dimensione dell’agire che porta ad avvicinarsi agli altri, a sé stessi, alla natura, o a Dio non in modo puramente strumentale, ma attribuendo all’azione un valore intrinseco, e in vista del bene.
Occorre poi distinguere tra gratuità e due parole che le sono confinanti: dono e incondizionalità. Se la gratuità non è un contenuto dell’azione ma una modalità di agirla, si capisce che ci può essere un dono gratuito e un dono non-gratuito (che i latini chiamavano munus), che include obblighi o pratiche sociali legate a norme. Non tutti i doni sono gratuità, ed è la presenza della gratuità che fa di un regalo un dono.
Più complesso è il rapporto tra gratuità e incondizionalità. Certamente chi agisce con gratuità vive una certa incondizionalità, perché non decide di fare un atto di gratuità a condizione che gli altri facciano altrettanto. Al tempo stesso, l’incondizionalità non va intesa come se la gratuità si misurasse dall’assenza di qualsiasi condizione. Se così fosse, la gratuità sarebbe un sinonimo di disinteresse, ma il disinteresse non è a sua volta un sinonimo di agape né di charis. Essendo, invece, la gratuità una modalità di azione, essa può esprimersi in varie forme concrete, dove possiamo ritrovare anche elementi di condizionalità e di interesse per l’altro, come ben sanno i genitori nei confronti dei figli, o come ci mostra la Bibbia quando ci mostra la charis di Dio o di Gesù Cristo, che spesso si traducevano in richieste e patti caratterizzati da molta condizionalità: basti pensare alla stessa categoria di Alleanza, o alla parabola del servo spietato.

 La prima gratuità

La gratuità, così intesa, è poi essenziale in ogni mercato, in ogni professione e lavoro, in ogni rapporto, perché è la dimensione antropologica che più dice l’eccedenza degli esseri umani sugli incentivi e suoi controlli, e quindi la loro libertà. La gratuità arriva nel mondo, trasformandolo ogni mattina, attraverso due grandi vie. La prima si trova dentro di noi, poiché ogni essere umano ha una capacità naturale di gratuità. La vita stessa, il nostro venire al mondo, è la prima grande esperienza di gratuità. Ci ritroviamo chiamati all’esistenza senza averlo scelto, perché qualcuno ci genera e poi ci accoglie senza porci nessuna condizione nel suo atto di accoglienza. È questo dono primigenio e fondativo la radice di ogni altra gratuità. Questa nostra vocazione naturale alla gratuità è ciò che ci fa attribuire un immenso valore alla gratuità degli altri, e ci fa soffrire molto quando la nostra gratuità non è riconosciuta, apprezzata, ringraziata, e forse non c’è dolore spirituale più acuto di chi vede la propria gratuità calpestata dagli altri, offesa, fraintesa.

L’homo sapiens è animale capace di gratuità. Perché se la gratuità non fosse già in noi, non potremmo riconoscere né apprezzare la gratuità degli altri, resteremmo intrappolati dentro il nostro narcisismo, e saremmo incapaci di vera bellezza e di ogni virtù. Per questa ragione la gratuità è dimensione costitutiva dell’umano, di tutto l’umano, di ogni umano, anche dell’homo oeconomicus, che oggi invece viene generalmente definito come qualcosa che inizia quando termina il territorio della gratuità.

 La via dei carismi

La seconda via maestra di gratuità sono i carismi. Ogni tanto, e molto più spesso di quanto si pensi, arrivano nel mondo persone con una vocazione speciale di gratuità. Tra queste persone ci sono gli artisti, che si ritrovano dentro un dono, di cui non sono i proprietari, che costituisce l’essenza della loro vocazione artistica. In passato molti portatori di carismi operavano soprattutto all’interno delle religioni, o delle grandi filosofie. Oggi si trovano anche in altri luoghi dell’umano: dall’economia alla politica, dall’ambientalismo ai diritti umani. Ce ne sono molti, ma raramente abbiamo la capacità culturale e spirituale per riconoscerli. I carismi aumentano e potenziano la gratuità sulla terra, e la fanno risvegliare o risuscitare in quelli che li incontrano. Trovano il “già” della nostra gratuità e fanno fiorire il “non ancora”. Ogni incontro vero con un carisma è l’incontro con una voce che interpella la nostra gratuità, e se sembra morta le dice: «Talitha kum».
Una dimensione dei carismi e della gratuità-charis è la loro “naturalezza”, che li affratella alla terra  e ai bambini e ci rivela la gratuità nascosta, misteriosamente ma realmente, nella natura. Quando si incontra un autentico portatore di carisma, sia esso un cooperatore sociale o una fondatrice di una comunità religiosa, la prima e più radicale esperienza che si fa è la sensazione fisica di incontrare persone che ti vogliono bene, e fanno bene al mondo, solo con il loro esserci. Non ci colpisce il loro volontarismo ma il loro essere semplicemente sé stessi. Non vedi persone più buone o altruiste di altre, ma gente che è e fa ciò che è.
Perché il carisma non è primariamente una faccenda etica, ma antropologica e ontologica: è l’essere che si manifesta e splende, e la gratuità è esercizio ordinario della vita quotidiana (anche se sono necessarie molte virtù per non perderla lungo il cammino). Così i carismi sono, a un tempo, la pura spiritualità e la pura laicità. Questa dimensione naturale dei carismi, ad esempio, fa sì che chi si sente beneficiato da questa gratuità non si senta debitore, ed è liberato dal debito della riconoscenza che quando arriva è tutta libertà e gratuità.
La charis arriva nel mondo per il bene di tutti, anche di chi i carismi non li vede, o li disprezza. Ma vengono soprattutto per i poveri. Se non ci fossero i carismi, i poveri non sarebbero visti, amati, curati, salvati, stimati: sarebbero solo gestiti o nascosti per non vederli. È lo sguardo diverso dei carismi che dona ai poveri speranza, gioia, e spesso li risorge. Ed è lo sguardo dei poveri che rende viva la charis del carisma.

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La gratuità giunge nel mondo nel nostro manifestarci per ciò che siamo

di Luigino Bruni

pubblicato su Messaggero Capuccino di gennaio-febbraio 2024

Gratuità è diventata una parola difficile. Viene confusa, soprattutto quando è usata come aggettivo (gratuito, gratuita), con il gratis, qualche volta con l’inutile o il dannoso - ad esempio: una affermazione o cattiveria “gratuita”.

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Fai quello che sei

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Il libro - Il racconto del muratore Lorenzo, la salvezza dello scrittore e la dignità del saper fare

di Luigino Bruni

pubblicato su Il sole 24 ore il 25/08/2023

 «Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i tedeschi, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale». Questo episodio raccontato da Primo Levi in molte sue opere, è diventato paradigma dell’etica del lavoro ben fatto, del muro tirato su dritto per ragioni molto più profonde dell'incentivo.

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Quel muratore si chiamava Lorenzo Perrone, era piemontese, di Fossano. Fu una persona decisiva durante la permanenza di Primo Levi ad Auschwitz dal febbraio 1944 al giugno 1945. Ora grazie al bellissimo saggio di Carlo Greppi (Un uomo di poche parole. Storia di Lorenzo che salvò Primo, Laterza), di Lorenzo sappiamo molto di più, e sappiamo di più di Primo Levi: «Io credo che proprio a Lorenzo debbo di essere vivo oggi… per avermi rammentato, con la sua presenza, con il suo modo così piano e facile di essere buono, che ancora esisteva un mondo giusto al di fuori del nostro» (Se questo è un uomo, citato a p. 144).

Lorenzo e Primo si incontrarono in un cantiere di Auschwitz (il n. III, il Monowitz, la “Buna”), che era una sorta di enorme campo di lavoro privato. Lorenzo Perrone (il “Tacca”), di Fossano (il Burgué), emigrò in Francia durante il fascismo, e nel 1942 finì “comandato” presso una ditta tedesca (la Farben), che lavorava nella Buna di Auschwitz – che Lorenzo chiamava e scriveva “Suiss” –, in base agli accordi industriali tra Italia e Germania. Arrivò per tirar su muri, e si ritrovò a salvare Primo, e, come scopriamo alla fine del libro, molti altri prigionieri.

Era quindi un civile, un “volontario”, non era ebreo, in teoria un uomo libero, per come poteva essere libero un italiano in Germania dopo l’8 settembre 1943.

Nel febbraio 1944 arrivò Primo, N. 174517, aveva 24 anni, Lorenzo quasi 40. Laureato in chimica, Primo fu destinato a fare il manovale nella Buna. In un giorno di giugno, mentre provava a passare una casseruola con la malta a Lorenzo su un’impalcatura, fece una manovra sbagliata e la malta finì per terra: “Oh già, si capisce, con gente come questa”, furono le prime parole in dialetto di Lorenzo, le sue sole otto parole che Primo ha riportato nei suoi libri.


Tra i due piemontesi nacque qualcosa di stupendo, quell’immenso male generò un fiore bellissimo: «Guarda che rischi a parlare con me», «Non me ne frega niente», rispose Lorenzo (p. 105). «Io non ho studiato. Per me un ebreo è un cristiano come un altro» (p. 94). Due o tre giorni dopo il loro primo incontro, Lorenzo si presentò a lavoro con la sua gavetta alpina d’alluminio e la porse a Primo, «senza dirne assolutamente una, di parola» (p. 60).

Un elemento decisivo di questa storia straordinaria lo rivela Levi in due aggettivi: «il suo modo così piano e facile di essere buono».

Ci sono molti modi di essere buoni. Quelli più comuni hanno a che fare con la volontà. Questa bontà volontaria ci piace, ed è fondamentale per vivere. Ma esiste anche un’altra bontà, quella “piana e facile” di Lorenzo, dove non ci sentiamo oggetto di particolari sforzi etici, ma siamo amati come se l’altro (quasi) non se ne accorgesse.

È un amore simile a quello della natura, delle piante, dei bambini, di qualche povero. È un altro amore, rarissimo e bellissimo.

Un’amicizia straordinaria, tra le più belle di quelle che si sono intersecate con la grande letteratura, da accostare a quella, immaginata da Dumas, tra Edmond Dantes e l’Abate Faria nel Conte di Montecristo (anche ad Auschwitz, non solo nel Castello d’If, i reclusi si sostituivano ai cadaveri per lasciare il campo).

Un’amicizia improbabile, asimmetrica (Lorenzo diede del “lei” a Primo, fino alla fine), fatta di pochissime parole e di infinita stupenda bellezza, talmente importante da determinare il nome dei due figli di Primo (Lisa Lorenza e Renzo): per un ebreo la scelta del nome dei figli è sempre qualcosa di estremamente importante.

E Lorenzo lo intuisce: «Il piacere più grande per me è stato quello di avergli messo il nome di Lisa Lorenza così porterà anche il mio nome ma spero ringraziando il Signore che non abbia da portare le mie sofferenze che ho portato nella mia vita» (p. 200).

Le cartoline di Lorenzo, con il suo italiano da seconda elementare, sono tra le pagine più belle del libro, un canto alla dignità dei poveri e dei vinti.

Nella versione teatrale del 1966 di Se questo è un uomo, Primo dona più parole a Lorenzo: «Guarda, io qui non ho nulla da darti. Forse in Italia, dopo, se me la cavo». «Che discorsi. Non ho chiesto niente. Quando una cosa è da fare, si fa. Come i muri» (p. 94). Si amano le persone come si fanno i muri, si salva un “cristiano” perché va fatto, come i muri che vanno fatti dritti perché si fa così.

Forse solo quell’assurdo disumano poteva partorire questa bellezza quasi ultra-umana. Primo fu sempre cosciente che in quell’amicizia era accaduto qualcosa di straordinario: «Lorenzo era un uomo, la sua umanità era pura e incontaminata, egli era fuori di questo mondo di negazione. Grazie a Lorenzo mi è accaduto di non dimenticare di essere io stesso un uomo» (Se questo è un uomo, p. 144). Il lavoro ben fatto salvò Lorenzo e, in lui, salvò anche Primo. Ma quando nel giugno 1945 ,dopo un viaggio a piedi di cinque mesi tornò a casa da “Suiss” – pesava 40 kg: «Còsa vol chiel?», esclamò Giovanna, sua madre. «Ma mama, son Lorenz» (p. 159) – Lorenzo smise di fare il muratore.

Il lavoro non lo salvava più. Iniziò a bere, a vivere vendendo ferri vecchi, a dormire in giro, sempre ubriaco. Si ammalò di tubercolosi, e il 30 aprile del 1952 Lorenzò morì. Primo aveva cercato di aiutarlo in tutti i modi, lo visitò ogni settimana quando era in ospedale. Ma Lorenzo non voleva più vivere, aveva perso la voglia di vivere – «ne aveva vista abbastanza» (p. 204) –, e si lasciò morire. Aveva salvato Primo, ma Lorenzo non salvò sé stesso.

Primo, pochi giorni dopo il suo ritorno da “Suiss” era andato a trovarlo a Fossano, e come dono gli portò una maglia fatta a ferri, di lana di capra, con bordo rosso al collo, per ridonargli quella maglia di lana che Lorenzo gli aveva donato durante l’inverno tremendo del lager. Primo andò al suo funerale, pronunciò un breve ricordo: indossava una maglia bianca di lana (p. 218).

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Il libro - Il racconto del muratore Lorenzo, la salvezza dello scrittore e la dignità del saper fare

di Luigino Bruni

pubblicato su Il sole 24 ore il 25/08/2023

 «Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i tedeschi, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale». Questo episodio raccontato da Primo Levi in molte sue opere, è diventato paradigma dell’etica del lavoro ben fatto, del muro tirato su dritto per ragioni molto più profonde dell'incentivo.

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L'intervento di Luigino Bruni il 27 maggio a Barbiana, in occasione delle celebrazioni organizzate per il centenario della nascita di don Lorenzo Milani

di Luigino Bruni

pubblicato su La via libera il 29/05/2023

“Ogni anno si ripete la storia delle alluvioni, 
dei morti, delle famiglie disastrate, 
dei miliardi ingoiati dall’acqua, 
ogni anno a scadenza fissa. 
Non un problema di fondo è stato risolto”
(Esperienze epistolari, p. 462)

Se cento anni fa, all’inizio dell’era fascista, l’Italia ha generato Lorenzo Milani e se dopo cento anni siamo qui a onorare la sua memoria, affascinati e incantati dalla sua persona, dai suoi gesti e dalle sue parole, se quindi don Lorenzo non è stato dimenticato dall’Italia dei consumi, dell’edonismo, delle chiusure dei porti, delle armi, della scuola del merito e delle guerre alimentate dalle nostre armi, allora possiamo ancora sperare, con una speranza non vana.

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Da Barbiana, una prospettiva diversa

Rileggendo don Milani oggi, guardarlo dal nostro tempo e dal nostro sistema economico, risalta immediatamente che non è stato soltanto un grande pedagogista, un pastore appassionato e innovatore, né soltanto un profeta: è stato anche un critico del capitalismo. L’Italia stava vivendo, negli anni ‘50 e ‘60, il suo miracolo economico, il suo boom industriale e di consumi. Don Milani guarda quel miracolo da un’altra prospettiva. Non si colloca sul tavolo accanto al ricco epulone, semmai sceglie la prospettiva di Lazzaro, di chi raccoglie le briciole sotto il tavolo. Da lì guarda quel boom, insieme alle periferie, agli scartati. Da lì, dal basso. “Invece di vedere la cosa dall’alto dei principi la guardo dal basso della piccola prassi parrocchiale là dove però ci sono le cose più grandi per noi: la persona e i sacramenti” (Lettera a Jemolo).

E, da quella prospettiva capitatagli, da quel sotto dove si ritrova prima a San Donato poi a Barbiana, don Lorenzo vede cose diverse sull’impresa e, soprattutto, sul lavoro (le pagine sul lavoro di don Milani andrebbero inserite in una antologia delle pagine più belle sul lavoro della letteratura mondiale), sui poveri e, tra questi, sui ragazzi poveri perché scartati. Lui scopre il limite antropologico e gli errori del capitalismo facendo il parroco di operai e di montanari, non dai libri. Da Mauro, “che entrò a lavorare a 12 anni”, o Luigino, 14 anni, sono esperienze e sono pastorali: la realtà è superiore all’idea!              

E mentre gli economisti come il mio maestro Giacomo Becattini iniziavano a lodare le virtù del distretto industriale di Prato, don Lorenzo vedeva l’altra faccia di quella medaglia, l’emergere di una nuova legge: “la legge sola: il bene dell’azienda” di Baffi, prototipo del padrone. E invece, una fabbrica che rispetti il lavoro è solo «quanto Cristo aspettava da noi da secoli». E poi aggiungeva: “Baffi non vuole quattro uomini. Ne vuole uno solo, ma neanche un uomo, vuole un ragazzo, e lo spreme. E se domani potesse, farebbe a meno anche di lui” (Esperienze Pastorali, p. 451).

Un critico del capitalismo, certo, che in Italia può essere accostato per genialità solo a Pasolini, sebbene i due fossero molto diversi. Ma la critica del capitalismo che fa don Milani nasce dall’evoluzione della sua comprensione del Cristianesimo e della Bibbia intera. Arriva a criticare il capitale dal cuore dell’umanesimo cristiano. “Queste cose (povertà) hanno valore anche sul piano strettamente religioso” (lettera a don Piero). Don Milani era dunque un critico del capitalismo perché gli interessava, anche e forse soprattutto, riformare la Chiesa, perché aveva una visione di Chiesa anche come faccenda civile, come “regno”, come sale della terra: non come separata dal resto del mondo. E per questa ragione quando alla fine di Esperienze pastorali delinea le tre opzioni concrete che si prospettavano alla chiesa italiana, quella che sente meno è la prima: “Prima opzione: tornare al non-expedit, ritirarsi tutti, come facemmo secoli fa con i barbari”. Quella opzione che qualcuno (il teologo Rod Dreher) ha chiamato opzione Benedetto (ridimensionando molto cosa fu il Monachesimo e la sua portata civile).

Un’altra Chiesa, un altro mondo

Don Milani voleva cambiare il capitalismo perché voleva cambiare la Chiesa, e, al tempo stesso, cambiando la Chiesa voleva cambiare il capitalismo e il mondo. Importanti sono le sue analisi delle feste e delle tradizioni popolari che trova a San Donato, che di cristiano avevano poco. Don Milani, convertito a 20 anni, sentiva che il cristianesimo di Cristo doveva ancora cominciare, e si mise a fare il suo immenso lavoro di catechesi. Don Lorenzo fu anche, e forse soprattutto, un grande educatore-catechista cristiano. E quindi ciò che davvero lo preoccupa è “saper che presto sarà finita per la fede dei poveri” (Esperienze Pastorali, p. 465).

In quella stupenda lettera a don Piero con cui si concludono Esperienze pastorali, leggiamo: “Mi par già di sentirti protestare: ‘Che c’entra? Sei te Lorenzo che non sei riuscito a mostrargli la croce, a predicargli il vangelo nudo e crudo e la dottrina sociale della chiesa”. No... Chi è dall’altra parte non può, io non posso, io sono compromesso con Governo e col Baffi (l’industriale dei filati di Prato). Ecco qual è il muro che mi impedisce di andare incontro al povero e additargli la Croce. Se lo facessi suonerebbe come un orribile scherno” (Esperienze epistolari, p. 459).

Leggendo e studiando don Milani l’ho trovato immenso. Aveva colto che il capitalismo era qualcosa di più di una faccenda economica. Stava diventando una religione, che presto avrebbe preso il posto del cristianesimo, e qui somiglia anche a Walter Benjamin. Stava comprendendo, all’aurora dello sviluppo economico popolare, che nel capitalismo c’era una dimensione messianica sbagliata, la promessa di una terra diversa da quella della Bibbia. E mentre la Chiesa era terrorizzata dalla promessa comunista, don Lorenzo capiva che c’era un’altra ideologia, religione e idolatria, che stava arrivando e che era molto più devastante, per il cristianesimo, di quanto non fosse il comunismo. 

Oggi lo possiamo dire: ci siamo distratti, come cristiani e come cittadini dell’Occidente, abbiamo dormito troppo a lungo e non ci siamo accorti che il grande nemico, il cuculo che era entrato nel nido della cristianità, non era il comunismo ma il capitalismo, con la sua promessa di vita eterna senza Dio, che ha conquistato uno a uno tutti i nostri concittadini, e sta conquistando anche noi oggi, con la sua religione del merito e del management scientifico. Questo don Milani lo aveva capito, e lo aveva messo al cuore della sua critica, tutta economica e tutta cristiana.

Infine, don Lorenzo è stato certamente un profeta, molto vicino ai profeti biblici. E per questo, come loro, parlava anche di economia. Come Isaia e la sua critica al culto che dimentica i poveri, come Geremia che per dire “non è finita” acquista un canto e profetizza nell’officina del vasaio, come Amos che denuncia il povero venduto per il prezzo di un sandalo, Daniele che interpreta la scritta misteriosa di Dio sul muro del palazzo del re e scopre che sono nomi di tre monete. 

I profeti hanno sempre parlato economia, perché sapevano, sanno, che quando la fede e la religione non si occupano di economia e di lavoro, di sindacati e di guerra, perché troppo bassi rispetto alle altezze dei cieli, la fede e la religione non solo diventano faccende irrilevanti ma diventano alleati dei falsi profeti che sono dei produttori di fumo religioso sugli occhi per non far vedere il diritto e la giustizia. “L’ordine non è un concetto univoco. Se lo violano i poveri è attentato allo Stato, se lo violano i ricchi è la congiuntura economica” (Esperienze Pastorali, p. 446). 

Don Milani parlava di economia perchè il Dio biblico parlava economia, e lo fa perchè ama l’uomo e la donna nella sua vita ordinaria. E quindi parla di Dio parlando di salari, prezzi, schiavi, liberazione: perché il suo Dio è un liberatore dalla schiavitù (non capiamo don Lorenzo senza l’anima ebrea ereditata da sua madre Alice, allieva di Joyce).

La seconda opzione: "buttar giù tutto"

Tra le tre opzioni quella che don Milani amava e nella quale sperava al punto di spenderci la vita, era allora la seconda opzione. “Seguitare a comprometterci tutti, preti e laici. Ma farlo meglio, in una maniera che i politici e gli economisti e i comunisti ci dessero di pazzi. Buttar giù tutto... Ma questo dicono che è impossibile e imprudente”.

Forse le pagine più profetiche di Esperienze Pastorali sono la prima e l’ultima, quella sua dedica ai missionari cinesi e la sua lettera dall’oltretomba ai missionari cinesi: “Questo lavoro è dedicato ai missionari cinesi del Vicariato apostolico d’Etruria, perché contemplando i ruderi del nostro campanile e domandandosi il perché della pesante mano di Dio su di noi, abbiamo dalla nostra stessa confessione esauriente risposta”. E alla fine del libro scrive: “Non abbiamo odiato i poveri, abbiamo solo dormito. Ma quando ci siamo svegliati era troppo tardi: i poveri erano partiti senza di noi”.

Aveva capito, in un tempo nel quale ancora le chiese erano piene e quando eravamo ancora in piena christianitas che una storia era finita: che le chiese si sarebbero presto svuotate, per l’incapacità che la sua chiesa aveva di capire qualcosa di decisivo: che la modernità non è un figlio bastardo, non era un nemico arrivato da fuori per ucciderla: era un figlio che aspettava solo di essere compresa. Ma mentre don Lorenzo affermava che una storia era finita, diceva, con Geremia, “ma non è finita la nostra storia, perché un resto fedele la continuerà”. 

Voglio pensare che noi oggi siamo parte di quel resto che, con Papa Francesco, continua a credere a una chiesa povera, casa degli scartati ed esclusi, profetica, amica dell’umanità. Don Lorenzo, come Mosé, non entrò nella Terra promessa: la vide da lontano, ma non la raggiunse. E così ne ha custodito il desiderio, perché un giorno possano entrarci i nostri figli e nipoti.

 Foto: Wikimedia Commons

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L'intervento di Luigino Bruni il 27 maggio a Barbiana, in occasione delle celebrazioni organizzate per il centenario della nascita di don Lorenzo Milani

di Luigino Bruni

pubblicato su La via libera il 29/05/2023

“Ogni anno si ripete la storia delle alluvioni, 
dei morti, delle famiglie disastrate, 
dei miliardi ingoiati dall’acqua, 
ogni anno a scadenza fissa. 
Non un problema di fondo è stato risolto”
(Esperienze epistolari, p. 462)

Se cento anni fa, all’inizio dell’era fascista, l’Italia ha generato Lorenzo Milani e se dopo cento anni siamo qui a onorare la sua memoria, affascinati e incantati dalla sua persona, dai suoi gesti e dalle sue parole, se quindi don Lorenzo non è stato dimenticato dall’Italia dei consumi, dell’edonismo, delle chiusure dei porti, delle armi, della scuola del merito e delle guerre alimentate dalle nostre armi, allora possiamo ancora sperare, con una speranza non vana.

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Don Milani, la critica al capitalismo sognando una Chiesa diversa

Don Milani, la critica al capitalismo sognando una Chiesa diversa

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All'interno del Dossier che Famiglia Cristiana ha dedicato ai 10 anni di pontificato di papa Bergoglio, intervista a Luigino Bruni

di Francesco Anfossi

pubblicato su Famiglia Cristiana n.11/2023

«Francesco resterà nella storia della Chiesa per molte cose, ci resterà anche per l’economia, per il suo impegno e amore per questa dimensione essenziale della vita. E per noi economisti questa è davvero una bellissima buona notizia». Luigino Bruni è uno dei massimi studiosi del Terzo settore. Esperto di economia ed etica, da anni analizza le tematiche bibliche con gli occhi di un economista. Consultore del Vaticano, è collaboratore del Papa per il progetto “The Economy of Francesco”, la rete dei giovani di tutto il mondo che approfondisce le tematiche sociali care al Pontefice. 

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«Ho visto che a Francesco l’economia interessa molto. È la sua passione per la vita della gente che gli rende cara e urgente l’economia, al punto da metterla al centro del suo pontificato. Non ha una simpatia naturale per il mondo dell’impresa anche perché, mi confidò un giorno, aveva forte il ricordo, da bambino, di suo padre che usciva di casa con la valigetta per andare in ufficio e tornava troppo tardi la sera. In Francesco è forte questa sensazione di un’economia che tende a essere “lontana da casa”, perché, diversamente dall’etimologia, la sua “legge” (nomos) non è facilmente amica della “casa” (oikos). Ma chi, come lui, ama la “casa” degli umani non può non occuparsi della sua “legge”. E quindi se ne occupa: per capirla, per cambiarla, perché la casa sia più umana e fraterna».

Parlare del pensiero economico di Francesco significa partire dai poveri.

«Sì, perché la povertà non è una delle tante dimensioni o parole del Vangelo; è il punto di vista dei cristiani sul mondo, è il luogo dove ci collochiamo, il posto in cui poniamo la nostra tenda e la nostra torre di vedetta (Isaia), e da lì osserviamo e giudichiamo le povertà e le ricchezze della Terra. Questa scelta di campo Bergoglio l’ha fatta scegliendo il suo nome, la prima volta per un papa, perché portare il nome di Francesco non è stato semplice per la Chiesa, per la Christianitas, dove la povertà era annunciata ma non sempre vissuta nelle pratiche economiche e negli stili di vita. Papa Francesco ha iniziato il suo magistero sulla povertà con il suo nome, fu quel nome la sua prima omelia sulla povertà».

In quali documenti troviamo una disamina approfondita del suo pensiero economico?

«In realtà non c’è un documento dove la troviamo nella sua interezza, perché papa Francesco è un uomo del dialogo, la sua teologia cresce e cambia con la storia, con gli incontri, con gli eventi. Non avrebbe detto molte cose importanti sull’economia senza la pandemia, senza la guerra in Ucraina, senza i suoi molti viaggi, se non avesse incontrato molte volte i giovani economisti. Quindi per ricostruire il suo pensiero economico occorre cercare nella Laudato si’ e nella Evangelii gaudium ma anche, e soprattutto, nelle sue omelie, nelle sue preghiere, nelle frasi fuori testo, nei discorsi ai molti imprenditori ed economisti che ha incontrato. Anche per i papi spesso vale la regola che vale per i grandi autori: le parole più importanti sono quelle dette mentre parlavano d’altro».

Il suo magistero economico si colloca tra i due estremi di liberismo e marxismo?

«Non direi. Liberismo e marxismo sono categorie del XX secolo. Papa Francesco, anche in questo, è un uomo “liminare”, abitante dei confini, delle zone di passaggio. È figlio del Novecento, ma con le sue scelte e parole si muove già nel post-moderno, nel mondo post-ideologico. Forse il principio più importante del suo pensiero lo ha formulato nella Evangelii gaudium: la realtà è superiore all’idea, tanto più all’ideologia. Il suo pensiero economico non è né marxista (non crede che la violenza o la lotta di classe sia la levatrice della storia, per esempio) né certamente è liberista. Ha criticato molto il capitalismo e la finanza, ma ha anche detto parole buone sull’impresa e sugli imprenditori, si veda il suo discorso di settembre 2022 alla Confindustria. È molto critico, me lo ha detto personalmente, sulla grande finanza che si mangia l’economia reale; su questo è molto severo e vorrebbe una finanza riportata al suo compito di servizio del lavoro e dell’economia. È un Papa post-ideologico, ecco perché è criticato da destra e da sinistra».

Più volte il Papa ha parlato di una “ricchezza sfacciata” di pochi privilegiati. Qual è la via indicata per superare queste diseguaglianze?

 «Lui parla molto di lavoro, che resta ancora il principale meccanismo di ridistribuzione di ricchezza, soprattutto quando il lavoro è degno e ben remunerato. Ma non è così ingenuo da pensare che senza una forte politica, nazionale e internazionale, che intervenga più decisamente sul meccanismo di creazione e accumulo di ricchezza e quindi sul potere si possa ottenere né molto né abbastanza (“il patto fiscale è il cuore del patto sociale”, ha ripetuto alla Confindustria)».

Naturalmente uno dei frutti del suo pensiero economico è “The Economy of Francesco”. Come nasce questo movimento?

«È uno dei processi attivati da Francesco che, anche qui, non ha “occupato spazi” per lasciarli ai giovani. Nasce dal bisogno di fare qualcosa di più per un cambiamento del capitalismo, e dall’attenzione per i giovani».

Giovanni Paolo II visitò due volte gli stabilimenti della Ferrari. Francesco lo farebbe?

«Non so. Per come lo conosciamo, non credo si sentirebbe particolarmente a suo agio in mezzo ad auto milionarie. Ma Francesco ci ha abituato alle sorprese, con mosse inattese. Non bisogna sottovalutare la dimensione popolare della sua persona e del suo pensiero. In Argentina, e in tutto il mondo, la Ferrari è anche un orgoglio degli immigrati italiani, è la gioia di vedere qualcosa di italiano di bello e buono in terra straniera. Le radici hanno un grande peso, anche teologico, in Francesco, perché riconosce un valore al senso popolare della gente. La gente ama lo sport: se amiamo la gente non dobbiamo dimenticarlo, e le critiche al capitalismo non devono diventare ideologia globale: Francesco tutto questo lo sa bene e quindi, credo, non parlerebbe male della Ferrari».

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All'interno del Dossier che Famiglia Cristiana ha dedicato ai 10 anni di pontificato di papa Bergoglio, intervista a Luigino Bruni

di Francesco Anfossi

pubblicato su Famiglia Cristiana n.11/2023

«Francesco resterà nella storia della Chiesa per molte cose, ci resterà anche per l’economia, per il suo impegno e amore per questa dimensione essenziale della vita. E per noi economisti questa è davvero una bellissima buona notizia». Luigino Bruni è uno dei massimi studiosi del Terzo settore. Esperto di economia ed etica, da anni analizza le tematiche bibliche con gli occhi di un economista. Consultore del Vaticano, è collaboratore del Papa per il progetto “The Economy of Francesco”, la rete dei giovani di tutto il mondo che approfondisce le tematiche sociali care al Pontefice. 

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«Guarda il mondo con gli occhi dei poveri»

«Guarda il mondo con gli occhi dei poveri»

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Luigino Bruni, economista, saggista e giornalista italiano, ricorda Papa Benedetto XVI – Joseph Ratzinger nel giorno della sua partenza

di Luigino Bruni

pubblicato su Prima Pagina online il 31/12/2022

Benedetto XVI ci ha lasciato nell’ultimo giorno dell’anno. Un giorno particolare, saliente, come lo è stata la sua vita. Papa Benedetto XVI e l’uomo, il professore, il sacerdote Joseph Ratzinger sono vissuti l’uno accanto all’altro, e in quasi dieci anni di pontificato. In genere, la valutazione morale di un’esistenza non è data dalla media di tutti momenti della vita né dalla somma; quasi sempre, soprattutto nelle vite di donne e uomini con un compito da svolgere, il senso dell’intera esistenza dipende da pochi atti. Qualche volta da un solo atto decisivo: quello che svela il nostro destino.

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Non è stata facile l’attività pastorale e teologica di Joseph Ratzinger.
Uomo del concilio ne è stato interprete e protagonista, ma poi ha dovuto attraversare la più grande crisi della Chiesa dal medioevo: la post-modernità e quindi la fine della Christianitas (che neanche il concilio aveva colto). La crisi, le paure, le incertezze e le ambivalenze di BXVI sono state quelle della sua Chiesa. Una Chiesa che lui ha amato più di se stesso, e quell’atto straordinario di rinuncia (molto simile a quello di Celestino V), ha fatto del suo pontificato qualcosa di grande.

Un gesto decisivo è il distillato di una vita intera, mai atto isolato.
Perché con quel gesto ha portato, a sua insaputa, la Chiesa nella post modernità: come avviene raramente nella storia, si teme con la ragione qualcosa per tutta la vita, poi un gesto fa fare alla carne ciò che il logos non sapeva fare. Quelle dimissioni hanno posto fine alla visione sacrale del papato, lo hanno riportato alla sua dimensione evangelica di servizio, e così ha cambiato la storia dei futuri papi.

E tornando Joseph Ratzinger dopo Papa Benedetto XVI, ci ha detto, senza dirlo, che ogni uomo è più grande del proprio destino. Così è morto come era nato: Joseph, Adam, figlio della terra, come tutti. Non è facile lasciare la terra col nome col quale ci siamo arrivati, portando in dote tutti gli altri nomi del cammino.
Grazie Papa Benedetto, grazie Joseph Ratzinger: grazie per l’amore immenso alla Chiesa, grazie per essere riuscito ad uscire di scena da vero uomo umile. Grazie per la Caritas in Veritate, forse l’enciclica papale con le parole più belle e buone sull’economia. E grazie per aver custodito il vangelo, per aver custodito una voce.

Buon volo padre, buon volo fratello.

Foto: Vatican News

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Luigino Bruni, economista, saggista e giornalista italiano, ricorda Papa Benedetto XVI – Joseph Ratzinger nel giorno della sua partenza

di Luigino Bruni

pubblicato su Prima Pagina online il 31/12/2022

Benedetto XVI ci ha lasciato nell’ultimo giorno dell’anno. Un giorno particolare, saliente, come lo è stata la sua vita. Papa Benedetto XVI e l’uomo, il professore, il sacerdote Joseph Ratzinger sono vissuti l’uno accanto all’altro, e in quasi dieci anni di pontificato. In genere, la valutazione morale di un’esistenza non è data dalla media di tutti momenti della vita né dalla somma; quasi sempre, soprattutto nelle vite di donne e uomini con un compito da svolgere, il senso dell’intera esistenza dipende da pochi atti. Qualche volta da un solo atto decisivo: quello che svela il nostro destino.

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Benedetto XVI: il ricordo di Luigino Bruni

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La settimana di Papa Francesco - Assisi, 24 settembre

di Luigino Bruni

pubblicato sull'Osservatore Romano del 30/09/2022

«Il tempo è superiore allo spazio». Quindi attivare processi, non occupare spazi. Con questo principio antropologico e teologico Papa Francesco aveva inaugurato con l’Evangelii gaudium il suo pontificato. Economy of Francesco (EoF, come la chiamano i giovani) è uno dei processi che ha attivato. I giovani sono soltanto processo: per loro il tempo è superiore allo spazio per vocazione naturale. Hanno solo il tempo e il futuro come loro capitale. Quindi ogni volta che si dà fiducia ad un giovane si attiva un processo, e ogni volta che si dà fiducia ad un insieme di giovani si genera un processo collettivo dagli esiti imprevedibili: «Martin Luther King amava dire: “se mi dicessero che domani ci sarà la fine del mondo, pianterei un albero”: noi siamo l’albero che tu hai piantato, un albero che cresce mentre una foresta cade». Con queste parole i giovani hanno accolto Francesco nella terra di Francesco, ad Assisi, il 24 settembre 2022.

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Un processo innescato nel maggio del 2019, da una lettera di convocazione firmata dal Papa, che chiamava i giovani ad Assisi per il 26-28 marzo 2020. In migliaia risposero a quell’invito, che per tanti è stata una autentica vocazione. Poi arrivò il covid, tutto il mondo si fermò, e il 27 marzo invece di essere ad Assisi il Papa stava da solo, in preghiera, in una vuota piazza San Pietro.

Quel male comune globale ha generato un bene comune globale: l’Economia di Francesco. I giovani non si fermarono, e mentre il mondo si bloccava impaurito, i giovani iniziarono ad incontrarsi online. Crearono una piattaforma, centinaia di incontri via zoom, scuole (EoF School), persino una Academy con 18 borsisti. Hanno creduto, hanno sperato che quel grande dolore potesse trasformare un evento mancato in un vero e proprio processo innovativo.

Il covid è durato due anni e oltre, nel frattempo è esplosa una guerra, ma quei giovani, chiamati uno ad uno per nome non si sono fermati: hanno continuato a credere, a sperare, ad amare.

Dietro l’abbraccio infinito dei giovani col Papa ad Assisi c’erano il covid, il dolore per i molti nonni e amici persi durante la pandemia, la sofferenza per la guerra in Ucraina e in molti altri paesi del mondo, la grave crisi ambientale che peggiora ogni giorno; ma c’erano anche le loro speranze, la loro fede, la loro agape, la loro voglia di futuro e quindi di un presente diverso: «Noi non siamo futuro, un futuro che non arriva mai: noi siamo presente», hanno detto ancora al Papa. I giovani sono un modo diverso di pensare e interpretare il presente: con ottimismo, positività, gratuità, generosità, speranza.

Tra i numerosi messaggi partiti da Assisi ne voglio sottolineare tre.

Innanzitutto Assisi, san Francesco, santa Chiara. Assisi è tutta un messaggio, lo sappiamo. È una città il cui solo nome contiene un intero umanesimo, contiene la terra e il cielo. È stato enorme l’impatto di Francesco sui giovani. Era impressionante vederli, nei lunghi spazi del programma riservati ai “tu-a-tu con Francesco” nei luoghi storici e carismatici (Spoliazione, Rivotorto, San Damiano...), in dialogo con quel giovane vissuto ottocento anni fa eppure così loro amico contemporaneo.

Assisi non lascia indenne nessuno, soprattutto i giovani. Quel «Va’ Francesco e ripara la mia casa che va in rovina» tanti l’hanno sentito rivolto oggi a loro. Hanno risentito il fascino di quel giovane nato ricco e diventato povero perché incantato da un’altra ricchezza più grande. Hanno provato una nuova stima per la povertà evangelica come via di libertà e di felicità.

I giovani hanno una naturale assonanza con il carisma francescano, perché nato da un giovane e perché ogni giovane sente il fascino di una vita liberata dai beni materiali per cercare beni più grandi e durevoli. L’incontro con Francesco li ha segnati, commossi, mossi all’azione, quella sua povertà diversa li ha incantati. E questo poteva avvenire soltanto ad Assisi.

Un secondo messaggio riguarda i giovani. In questi ultimi anni sono profondamente cambiati. La grande crisi ambientale per loro non è sentita come dagli adulti. Per i giovani curare la terra è questione di vita o di morte. E quindi vogliono cambiare l’economia, che vedono come la prima responsabile della profanazione del pianeta. Lo abbiamo visto con la generazione Greta, lo abbiamo rivisto ad Assisi. Questi giovani si incontrano perché si sentono chiamati ad un impegno di cambiamento in ambiti precisi della vita, in questo caso l’economia e l’ecologia.

Siamo dentro a un nuovo Sessantotto: anche questi giovani sono critici verso i loro padri, e vogliono cambiare il mondo. Un Sessantotto però meno ideologico e meno violento, con la Chiesa che non è più il nemico da combattere perché il Papa è un loro leader (è stato straordinario vedere la forza simbolica della persona di Francesco, una figura di “buon pastore” di cui i giovani hanno un estremo bisogno in tempo di “mercenari” e falsi profeti).

Dovremmo riflettere nel pensare alle nuove Giornate mondiali della gioventù: i giovani vogliono cantare e fare festa, certo: ma oggi vogliono impegno per cambiare il mondo nei luoghi dove si concentrano le sfide del nostro tempo.

Infine la spiritualità e la preghiera. In quei tre giorni non ci sono state liturgie, preghiere collettive né messe. Ma quando alla fine del suo apprezzatissimo discorso Papa Francesco ha recitato una preghiera, si è creato un clima sacro di paradiso. Quella preghiera e la stessa parola «Dio» scesa in uno spazio vuoto ha prodotto qualcosa di immenso. A dirci che i giovani sono grandi cercatori di spiritualità, Dio interessa loro ancora molto; hanno però bisogno di nuove narrative, di nuovi codici simbolici, di nuovi spazi liberati per poter ascoltare una «sottile voce di silenzio» (profeta Elia).

Questa voce sottile è diventata canto (inclusa la bellissima canzone di Guccini sulla «sentinella»), un canto che non si fermerà perché è inarrestabile.

Buon viaggio ragazzi.

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La settimana di Papa Francesco - Assisi, 24 settembre

di Luigino Bruni

pubblicato sull'Osservatore Romano del 30/09/2022

«Il tempo è superiore allo spazio». Quindi attivare processi, non occupare spazi. Con questo principio antropologico e teologico Papa Francesco aveva inaugurato con l’Evangelii gaudium il suo pontificato. Economy of Francesco (EoF, come la chiamano i giovani) è uno dei processi che ha attivato. I giovani sono soltanto processo: per loro il tempo è superiore allo spazio per vocazione naturale. Hanno solo il tempo e il futuro come loro capitale. Quindi ogni volta che si dà fiducia ad un giovane si attiva un processo, e ogni volta che si dà fiducia ad un insieme di giovani si genera un processo collettivo dagli esiti imprevedibili: «Martin Luther King amava dire: “se mi dicessero che domani ci sarà la fine del mondo, pianterei un albero”: noi siamo l’albero che tu hai piantato, un albero che cresce mentre una foresta cade». Con queste parole i giovani hanno accolto Francesco nella terra di Francesco, ad Assisi, il 24 settembre 2022.

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#EoF - Un capitale di futuro

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L’ordine religioso fu decisivo perché i conventi sorsero in città dove si capivano ruolo e vite dei mercanti

di Luigino Bruni

pubblicato su Il Sole 24 ore il 26/08/2022

L’economia è sempre stata più grande dell’economia. E continua a esserlo. Dietro soldi, lavoro, consumo, risparmi, imprese non ci sono solo bisogni e gusti dei consumatori; ci sono sogni, desideri, promesse, passioni, spirito, che partono dai segni dell’economia per indicare altro, un oltre, qualche volta persino il paradiso, altre volte l’inferno. Perché la vita economica è un universo di parole, di simboli, di segnali, un codice per decifrare la grammatica dell’anima degli individui e delle società.

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L'ultimo Medioevo – quei secoli-ponte tra mondo antico e modernità – generò anche il grande codice dell’economia di mercato, che con la Riforma protestante si biforcherà in un capitalismo nordico, erede di Lutero e Calvino, e in un capitalismo meridiano, figlio dei mercatores toscani e di san Francesco, che in qualcosa ha continuato l’umanesimo della civil mercatura ma che in qualcos’altro di importante lo ha tradito.

Per comprendere allora la natura, le promesse, i vizi e le virtù del capitalismo moderno e contemporaneo è necessario prendere sul serio il Medioevo, quindi il cristianesimo e la Bibbia, con le loro controverse e ambivalenti interpretazioni. Sia coloro che hanno cercato di dimostrare l’estraneità tra l’universo economico e quello religioso, sia quelli più numerosi che invece hanno parlato e parlano di uno spirito cristiano (cattolico o protestante) del capitalismo, sono dovuti tutti entrare nel terreno storico scivoloso, sconnesso, pieno di insidie della christianitas medioevale.

E' su questo stesso terreno difficile e appassionante che è costruito anche questo saggio, che non intende offrire una nuova grande ipotesi interpretativa sull’origine del capitalismo, ma solo complicare alcune tesi consolidate e suggerire qualche nuova pista ancora non sufficientemente esplorata. Tra i materiali storiografici sull’origine dell’economia di mercato e del capitalismo mi sono soffermato soprattutto sul lavoro degli storici economici italiani del Novecento, tra questi le ricerche di Armando Sapori sulla vita quotidiana dei mercanti toscani e delle loro compagnie commerciali e sul loro spirito cristiano. Microstorie, a volte dettagli, racconti diversi, forse appassionanti. Sui lavori di Sapori così scriveva Luigi Einaudi: «Le fonti dei saggi del Sapori sono i libri di conti delle grandi ditte mercantesche ed i rogiti dei notai».

Il solo spirito delle merci è però troppo piccolo per riempire la nostra anima assetata di fiato, per farci alzare ogni mattina e uscire di casa con un minimo di gioia di vivere, per spendere la parte migliore della vita in un posto di lavoro e per dare un senso vero al nostro posto al mondo. L’Europa ha inventato lo spirito del capitalismo perché era animata e ispirata da un soffio spirituale molto più grande, vasto e potente dello spirito delle merci. È stata una economia buona perché il suo aliseo era inserito in un’ampia rosa dei venti, che custodiva, smorzava e addolciva il vento delle cose. Quando questo vento diventa il solo soffio si trasforma nel fumo della vanitas di cui cantava il saggio Qoèlet. Oppure, lo stiamo drammaticamente vedendo, in un mondo di cose-senza-spirito sulla bonaccia dello spirito delle merci tornano a soffiare forti i venti di guerra.

Il mercato è una faccenda di reciprocità, una forma della «libertà dei moderni», un mezzo di incivilimento di tutti, inclusi i più poveri. Anche se la storia di questi ultimi secoli ci ha insegnato che il mercato non sempre realizza questa sua vocazione, prende le forme del potere della società nella quale attecchisce, ne assume i vizi e le virtù, resta comunque importante non dimenticare la fisiologia dei mercati, la loro salute, anche e soprattutto di fronte alle loro malattie.

Che il mercato fosse una forma di reciprocità e di benevolenza civile era – lo vedremo – anche la convinzione dei mercanti italiani tra Medioevo e Rinascimento, e questo non ci dovrebbe stupire. Che però qualcosa di simile abbia ispirato anche i primi frati francescani stupirà un po’ di più. Infatti, attorno al XIII secolo in alcune città, molte delle quali italiane, la ricchezza degli altri iniziò a diventare qualcosa di diverso, e lo divenne grazie ai mercanti e ai frati, insieme. In un mondo dove la ricchezza dei ricchi passava ai poveri o per furto o per beneficienza, nasce una terza forma di mobilità dei beni: il mercato.

Il commercio divenne il primo meccanismo per poter operare la trasformazione dell’invidia in benevolenza. Da faccenda limitata, marginale ed eticamente sospetta, lo scambio mercantile divenne arte civile amica della civiltà. E nacque la civil mercatura, grazie al lavoro incessante di mercanti civili ma anche a quello decisivo dei teologi, soprattutto dei maestri francescani e di qualche domenicano, a Parigi, a Bologna, a Colonia e in molti altri studia e università europee.

Senza l’improbabile e imprevista alleanza tra l’altissima povertà dei francescani e la civil ricchezza dei mercanti non avremmo avuto i miracoli economici, sociali, religiosi e artistici dell’ultimo Medioevo, dell’umanesimo e del Rinascimento, e oggi l’Italia e l’Europa sarebbero molto più povere e incivili. Una rivoluzione epocale che, diversamente da quanto pensasse A.O. Hirschman, non iniziò con Machiavelli e con Vico ma alcuni secoli prima con mercanti e mendicanti, insieme.

Il ruolo importante, forse essenziale, di questa improbabile alleanza tra spirito dei soldi e spirito di povertà è l’anello mancante nelle analisi classiche sull’origine del capitalismo, sia quelle centrate sul mondo protestante di Max Weber, e si capisce, ma anche quelle di Giuseppe Toniolo, di Amintore Fanfani e della scuola dell’Università Cattolica – e questo forse si capisce un poco meno.

Sappiamo che le fonti francescane e i testi in latino dei maestri francescani cent’anni fa erano ancora poco conosciuti e studiati, ma senza prendere sul serio – molto sul serio – il ruolo dei francescani non si comprende la genesi dell’economia di mercato nel tardo Medioevo. I francescani furono importanti, forse essenziali, nella nascita dell’economia di mercato perché, diversamente dai monaci, dai filosofi e dai teologi, per un istinto carismatico misero i loro conventi in mezzo alle piazze delle nuove città commerciali, scesero dai monti e abitarono la civitas, divennero amici dei mercanti, e così li capirono, perché videro gli uomini in carne e ossa, e non solo astratti divieti e norme giuridiche. Divennero prima compagni poi accompagnatori spirituali dei nuovi mercanti, molti dei quali facevano parte dei loro Terz’ordini, erano persone di famiglia, e con questa bonomia e benevolenza furono guardati e trattati. Aver cercato di prendere sul serio questa alleanza tra mercanti e mendicanti è forse un contributo di questo saggio.

Articolo tratto dal nuovo libro di Luigino Bruni per il Mulino, «Capitalismo meridiano», una approfondita analisi sulla genesi del capitalismo, evidenziandone gli aspetti comunitari, meticci e relazionali, e la insolita alleanza tra frati e mercanti.
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L’ordine religioso fu decisivo perché i conventi sorsero in città dove si capivano ruolo e vite dei mercanti

di Luigino Bruni

pubblicato su Il Sole 24 ore il 26/08/2022

L’economia è sempre stata più grande dell’economia. E continua a esserlo. Dietro soldi, lavoro, consumo, risparmi, imprese non ci sono solo bisogni e gusti dei consumatori; ci sono sogni, desideri, promesse, passioni, spirito, che partono dai segni dell’economia per indicare altro, un oltre, qualche volta persino il paradiso, altre volte l’inferno. Perché la vita economica è un universo di parole, di simboli, di segnali, un codice per decifrare la grammatica dell’anima degli individui e delle società.

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Lo spirito del mercato, la grammatica dell’anima e il capitalismo francescano

Lo spirito del mercato, la grammatica dell’anima e il capitalismo francescano

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Fino al 24 notte custodiamo l'attesa, non corriamo troppo velocemente al 25 mattina: preghiamo Gesù di tornare.

di Luigino Bruni

Mi piace molto il presepe nei giorni tra l'Immacolata e la notte di Natale. Sono i giorni della culla vuota, i giorni dell'attesa. Quel vuoto parla, chiama. È icona del popolo che attendeva il Messia, dell'umanità che attende ancora e sempre una salvezza che deve venire, di noi che ogni anno ci mettiamo di fronte a quella culla vuota e preghiamo: vieni Gesù, torna davvero, perché devi tornare ora, oggi, dentro la mia casa.

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È bella la grotta con gli animali, antichi amici dell'uomo e presenza dei profeti (Isaia), con una madre, un padre, che attendono un bambino. Come tante donne, come tante famiglie. Una grotta senza il bambino che ci invita a desiderare quel bambino, a sognarlo, a chiamarlo. Che oggi più di ieri è simbolo della nostra società, che ha sloggiato Gesù dal presepe, che ha sloggiato Gesù dalla nostra vita. E invece guardando quella grotta possiamo pensare che quella culla vuota è solo il tempo dell'attesa: non c'è non perché è andato via, perché non c'è ancora, ma arriverà. Ma fino al 24 notte custodiamo questa attesa, non corriamo troppo velocemente al 25 mattina: preghiamolo di tornare, e così il suo arrivo ci sorprenderà, come fosse la prima volta, come sorprende i bambini. E anche questa volta sarà Natale.

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Fino al 24 notte custodiamo l'attesa, non corriamo troppo velocemente al 25 mattina: preghiamo Gesù di tornare.

di Luigino Bruni

Mi piace molto il presepe nei giorni tra l'Immacolata e la notte di Natale. Sono i giorni della culla vuota, i giorni dell'attesa. Quel vuoto parla, chiama. È icona del popolo che attendeva il Messia, dell'umanità che attende ancora e sempre una salvezza che deve venire, di noi che ogni anno ci mettiamo di fronte a quella culla vuota e preghiamo: vieni Gesù, torna davvero, perché devi tornare ora, oggi, dentro la mia casa.

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La culla vuota: custodire l'attesa

La culla vuota: custodire l'attesa

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Chiara Lubich raccontata dall'economista che ha lavorato con lei

di Luigino Bruni

 pubblicato su Donne Chiesa Mondo n.102 di luglio 2021

Tutte le volte che si vuole parlare di una donna che ha avuto un ruolo profetico nella Chiesa, il paradigma di riferimento è anche qui la Bibbia. Le donne nella Bibbia le incontriamo spesso durante crisi profonde, dove offrono prospettive diverse, come i profeti. Esiste, infatti, un’amicizia tra profezia e talento femminile. Entrambe sono concreti, attivano processi, non occupano spazi, parlano con la parola e con il corpo, e per istinto invincibile scelgono sempre la vita, le credono e la celebrano fino all’ultimo soffio. La storia di Chiara Lubich è una di queste storie di donne, che hanno portato una polla di acqua viva in una società italiana che viveva tra fascismo e guerre mondiali, e una chiesa ancora ancorata ad una ecclesiologia e teologia di antico regime.

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La storia di Chiara è la storia di una donna, laica, che ha seguito una voce esterna che era anche la parte più intima e vera di lei. Per molto tempo queste due voci sono diventate la stessa voce, e Silvia Lubich (suo nome secolare) e Chiara erano la stessa persona. Ma prima del 1943 le voci erano distinte, e dopo il 2004, negli ultimi brani della sua vita, si sono distinte di nuovo in lei, quando, sotto l’ombra di una prova spirituale dentro la quale ha terminato la sua vita luminosa, alcuni l'hanno sentita dire: «Non c’è più Chiara, c’è solo Silvia».

Ogni "carismatico”, ogni persona che riceve un dono-carisma per una fondazione spirituale, vive nella continua tensione tra una voce sua e non sua, parole sue e non sue, un “nome” suo e non suo - fino alla fine. Ho conosciuto Chiara personalmente e ho lavorato a stretto contatto con lei negli ultimi dieci anni della sua vita, che sono stati anche i primi dieci anni della mia vita professionale adulta, da docente e da economista. L’ho vista lottare per salvare la libertà della prima voce che l’aveva chiamata, per marcare la differenza tra quello che lei chiamava l’Ideale e il movimento dei Focolari, per lasciare uno scarto generativo tra Legge e spirito, affinché in quello spacco potesse continuare a soffiare, libero, lo spirito dei primi giorni. Inevitabilmente la sua è stata una battaglia vinta solo parzialmente, perché queste battaglie dei fondatori non si possono vincere mai del tutto -ogni fondatore è un Giacobbe che anche se esce vincitore dal combattimento notturno e acquatico con l’angelo ne porta sempre la ferita e continua a zoppicare (Genesi 32). Ma se il suo movimento è ancora vivo -e lo è- , e se soprattutto il suo carisma è ancora vivificante per giovani e adulti, ciò significa che la ferita dell’angelo non è stata mortale. Anche zoppicando lei e il suo movimento non hanno mai smesso di camminare, di vivere la sequela.

Negli ultimissimi anni della sua vita Chiara ha preso più coscienza del rischio che il successo del suo movimento potesse soffocare la purezza e la forza della prima voce che la chiamò a Trento. E questo rischio, che lei percepiva come grave e incombente, è forse l’elemento che più ha pesato nella sua ultima notte nella quale si è spenta il 14 marzo del 2008, a 88 anni. Chi era, allora, Chiara? Era nata a Trento, da padre socialista e madre cattolica praticante. Lì, prima e durante la seconda guerra mondiale, si formò nell’azione cattolica e nel Terz’ordine francescano. Quindi a partire dal 1943 fondò il suo Movimento dei Focolari, dai primi anni cinquanta si trasferì a Roma, quindi poco dopo a Rocca di Papa, dove ha sempre vissuto e guidato i focolarini, nel frattempo sviluppatosi letteralmente in tutto il mondo.

Il carisma da cui tutto il movimento attorno a Chiara è generato è un carisma femminile, mariano, centrato sull’unità evangelica e su quel momento decisivo nel cristianesimo che è il grido di abbandono di Gesù in Croce. Quest’ultimo punto, particolarmente caro a Chiara, tanto da farne il primo ideale della sua vita –«ho un solo sposo sulla terra, Gesù abbandonato» : estate 1950 - ha portato il suo movimento ad occuparsi soprattutto dei dolori spirituali, delle divisioni e separazioni, a cercare Dio dove non c’è. Una grande importanza l’hanno da sempre avuta le dimensioni sociali, in particolare politica ed economica. E non stupisce, data la profonda laicità del movimento, da cui sono nati negli anni Novanta il Movimento politico per l’unità e l’Economia di comunione.

Chiara è stata una delle donne più significative della Chiesa del Novecento. Ma lo è stata a modo suo. È stata ribelle anche a modo suo, un modo talmente suo e diverso da non apparire come tale. Ad esempio, lei e il suo movimento - composto per i primi anni solo da donne, da ragazze - hanno da sempre avuto un tratto femminile e femminista, ma la “tredentinità”di Chiara, e quindi la sua radicale cattolicità, unita al suo carattere che non amava né i conflitti né le polemiche, hanno prodotto un femminismo sui generis. Da una parte, infatti, le focolarine, il tipo di donna originatosi nel Movimento, sono state da sempre caratterizzate da una forte autonomia e indipendenza dai maschi, inclusi i sacerdoti, una autonomia analoga e a tratti più accentuata di quello del mondo religioso femminile, dovuta anche alla leadership indiscussa e al prestigio ecclesiale di Chiara (soprattutto a partire dagli anni sessanta, con il pontificato di Paolo VI). Dall’altra, però, non troviamo né negli scritti né nei gesti di Chiara posizioni di punta sulla questione femminile, e nei grandi temi scottanti del suo tempo (sacerdozio femminile, donna e potere nella Chiesa, etica famigliare) Chiara e il suo movimento hanno sempre espresso tesi ortodosse e allineate con il magistero ufficiale della Chiesa cattolica. Quindi il genio di Chiara non si è espresso nel proporre novità istituzionali per la donna nella Chiesa. Dove si è espresso allora? Certamente nella mistica. Chiara appartiene alla grande tradizione mistica dell’Europa moderna. La sua esperienzava letta insieme a quella di Chiara d’Assisi, che tanto amava ed a cui prese il nome, passando per Teresa d’Ávila, per arrivare a figure più recenti come Edith Stein o Etty Illesum.

Aveva un dono straordinario di sensibilità per la spiritualità, una vocazione ad un tempo contemplativa e attiva, una spiritualità che lei definiva “collettiva”,dove il cristianesimo si mostrava e viveva in quanto comunità, reciprocità e comunione. Nell’estate del 1949, sulle Dolomiti, visse due mesi dentro una esperienza mistica decisiva (nota come Paradiso ’49), che segnò decisamente la sua vita e la fondazione e natura del suo movimento e della sua spiritualità. Poi Chiara sentiva una forte attrazione per la teologia, fin da ragazza. Sebbene non fosse una teologa di mestiere né avesse fatto studi specialistici, aveva una grande intuizione teologica, che potremmo anche chiamare un vero genio teologico. Ho lavorato per anni con lei nel centro studi Scuola Abbà e l’ho potuta vedere all’opera sotto questo punto di vista, ed era davvero impressionante. In particolare eccelleva nella penetrazione del mistero della passione di Cristo e della visione trinitaria del cristianesimo, nelle sue implicazioni culturali ed esistenziali.

Inoltre, oltre ad una autentica genialità per i dialoghi difficili e improbabili con le chiese non cristiane e con le altre religioni, l’originalità di Chiara si è espressa poi anche sul piano del pensiero e della cultura. Sentì nel 1990 l’urgenza di dar vita ad un centro studi, e vi chiamò i migliori teologi e studiosi del suo movimento. Perché, diceva, un carisma che non diventa cultura, non incide in profondità nel mondo e nella Chiesa. Aveva una immensa stima per la cultura e per gli uomini/donne di pensiero - lei dovette rinunciare, nel 1939, all’università per causa della guerra, e questo desiderio di cultura non si spense mai. Dal 1990 al 2004, per quindici anni Chiara ha investito tutti i sabati dell’anno, e alcune settimane delle vacanze estive, a fondare e coltivare questo corpo di pensatori, di tutte le discipline, convinta che fosse un passaggio essenziale per la maturazione futura del proprio carisma.

Infine, la profezia di Chiara si espresse anche nella gestione, nel management del suo movimento. Dal punto di vista organizzativo, quanto fatto da Chiara e dalle sue prime compagne - che dovremmo chiamare discepole, cui dal 1950 di aggiunsero anche compagni e discepoli - sa davvero di fantastico. Ragazze, non suore, in una chiesa trentina preconciliare tutta declinata al maschile, riuscirono a dar vita ad un movimento che nel giro di pochi anni raggiunse tutta l’Italia e poi negli annicinquanta i continenti. Il metodo era quello della dantesca “rosa mistica”: ogni petalo della rosa madre (Focolare di Trento) si staccava e diventava a sua volta rosa con altri petali, che si staccavano e così via.Ogni petalo-rosa aveva la stessa forma e natura della prima rosa. E cosìl’esperienza, la spiritualità e la cultura che si viveva a Trento la si viveva in Sicilia, poi in Brasile (grazie a Ginetta, una sua prima compagna), in Argentina (Lia), nella DDR (Natalia), dove queste giovani donne andavano in genere sole, e pur restando per anni senza contatti fisici con l’Italia e con scarsi contatti via lettera, riuscirono a replicare la stessa identica vita che avevano vissuto a Trento. E Chiara in questo management aveva doti straordinarie. Un modello né gerarchico né sussidiario, ma,forse, trinitario. Un elemento di questo successo fu la capacità-talentoche ebbe Chiara di attrarre molta della meglio gioventù del suo tempo, che divennero colonne e dirigenti del movimento.Tutto questo Chiara lo ha fatto usando soprattutto la parola - le parola del vangelo, le parole sue. Parole tutte impregnate di cristianesimo, incantavano, incitavano, legavano per tutta la vita. È lògos il primo nemico di tànatos. Come Sha-razad, le donne allontanano la morte, e quindi prolungano la vita, donandoci parole e storie. Lo hanno fatto, lo fanno, molte donne. Lo ha fatto, lo fa, Chiara Lubich.

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La voce di dentro e il Focolare

La voce di dentro e il Focolare

Chiara Lubich raccontata dall'economista che ha lavorato con lei di Luigino Bruni  pubblicato su Donne Chiesa Mondo n.102 di luglio 2021 Tutte le volte che si vuole parlare di una donna che ha avuto un ruolo profetico nella Chiesa, il paradigma di riferimento è anche qui la Bibbia. Le donne nella...
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Il n. 23 della rivista scientifica del Centro Studi SOUQ della Casa della Carità è intereamente dedicato al tema dell'acqua. Qui il contributo di Luigino Bruni.

di Luigino Bruni

Pubblicato su SOUQuaderni n. 23 di aprile 2021 il 23/04/2021

Tutti nella Scrittura muoiono di sete, e che cosa è questo universale sitire se non Dio stesso assetato di sé? Sempre ho pensato, da che l’ho appreso, che morire con questo versetto sulle labbra sarebbe un bel non-morire“.

Léon Bloy, “Le symbolisme de l’Apparition”, 1880

L’ambivalenza di un grande simbolo

La Bibbia può essere raccontata anche come una storia dell’acqua. L’acqua è uno dei suoi grandi simboli. Ne è l’alfa e l’omega: la Bibbia si apre con le acque nella Genesi e si chiude, nell’ultimo capitolo dell’Apocalisse, con un fiume nella città. E poi i fiumi Pison, Tigri, Eufrate, Nilo, Giordano, quindi Yabbok, Noè, Abramo, Agar, Rachele, Mosè, Mara, il Battista, la donna samaritana, il Golgota. Fiumi, pozzi, donne. L’acqua e la vita, l’acqua è la vita. Sempre e ovunque, soprattutto in quelle regioni semiaride del Medio Oriente.

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Una storia che comincia già dal primo versetto del primo capitolo del primo libro della Bibbia, la Genesi: “Lo spirito di Dio aleggiava sulle acque”. Acqua, acque al plurale, è tra le parole più ricorrenti nella creazione del mondo – Dio separa le acque (quelle sotto e quelle sopra il firmamento), poi le raccoglie nei mari per creare l’asciutto, e infine ordina che le acque siamo “brulicanti” di pesci e di vita. L’acqua non viene creata da Dio: è preesistente. Dio-Elohim la trova già nel mondo, e la separa, la raccoglie, la riempie, ma non la crea. Per l’uomo antico l’acqua è antica e preesistente come Dio stesso, che per creare tutto il resto non può fare a meno dell’acqua. L’acqua è l’elemento base della vita, è il primo mattone della catena dei viventi, è l’ambiente dove si svolge la creazione – oggi sappiamo che è probabile che fu nelle acque dei mari dove si formarono le prime forme di vita. 

Poi l’acqua è la grande protagonista della stupenda storia di Noè e del diluvio, che la Genesi riprende dal mito sumero di Gilgamesh. Qui le acque non sono buone, diventano strumento di cui Dio si serve per distruggere gli esseri umani che si erano guastati. Ma nonostante la nostra cattiveria, la vita continua, le acque si ritirano, e ricomincia la vita, con il segno della prima alleanza tra Dio, Noè e gli uomini e gli animali salvati: l’arcobaleno, ancora una faccenda di acqua.

Fu nel guado notturno di un torrente, lo Yabbok, dove avvenne il combattimento tra Giacobbe e l’angelo di Dio (Genesi 32), quando su ferito al nervo sciatico e benedetto, un combattimento acquatico dove Giacobbe divenne Israele, nome di un popolo intero.

E poi l’acqua è al centro della liberazione dall’Egitto, il paese del grande fiume, quando le acque del Mar Rosso si aprirono per consentire a Mosè e al popolo ebreo di lasciare l’Egitto verso la terra promessa, verso un altro fiume, il Giordano. E nel passaggio dal grande fiume della schiavitù al piccolo fiume della libertà, la seta e il miracolo dell’acqua furono elementi e tappe essenziali (Massa e Meriba, le acque amare di Mara). L’esilio, l’altra grande esperienza tremenda del popolo (VI secolo a.c.), è raccontata con l’immagine dell’acqua: lungo i fiumi di Babilonia, il Tigri e l’Eufrate.

I mostri tremendi e più temuti nel libro di Giobbe – il Leviathan and Behemont (Giobbe, 40) -, sono mostri marini, abitanti delle acque profonde. Quel Leviathan che Thomas Hobbes prenderà per dare il nome al suo libro, immagine del potere politico assoluto che consente però la società civile.

E potremmo continuare molto, passando per il bagno di Betzabea che portò Davide al peccato più vigliacco della Bibbia, le molte siccità (da Abramo a Rut) che costellano la storia della salvezza, i molti pozzi attorno ai quali avvengono nella Bibbia molti dialoghi tra uomini e donne (da quello di Giacobbe a quello della Samaritana, che per la traduzione erano lo stesso pozzo). Il Nuovo Testamento è immerso nell’acqua. Dal battesimo di Giovanni che apre il vangelo di Marco, al battesimo di Gesù, al mare di Tiberiade dove avvengono le chiamate degli apostoli, molti dei quali erano pescatori, lavoratore dell’acqua. Il Vangelo di Giovanni fa iniziare la vita pubblica di Gesù con il miracolo dell’acqua trasformata in vino, “ho sete” risuonò tra le poche parole del Golgota, quando dal costato del crocifisso uscirono “acqua e sangue”.

I salmi sono continuamente bagnati dall’acqua, che colma la sete, degli uomini e della cerva. Il canto della cerva assetata, metafora della ricerca di Dio, è tra gli inni poetici più belli della Scrittura.

Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio? Le lacrime sono il mio pane giorno e notte, mentre mi dicono sempre: “Dov’è il tuo Dio?” (Salmo 42,2-5). La metafora della cerva assetata che dopo lungo peregrinare giunge presso un ruscello secco e inaridito, è molto forte e ricca, è di casa nella letteratura spirituale, ha ispirato uno dei cantici spirituali più sublimi e alti della storia della spiritualità (quello di Giovanni della Croce). Chi ha sentito il bramito di un cervo assetato – o anche, dalle nostre parti, di un capriolo o di un daino – sa che è un verso inquietante, un lamento straziante che non ha dimenticato più. Un suono che avrà colpito l’uomo antico mediorientale, più capace di noi nel leggere e decifrare i lamenti della creazione. Quel salmista, forse esiliato a nord, nella regione dove nasce il Giordano, lontano da Gerusalemme e dal suo tempio, prese l’urlo animale più lancinante che aveva udito e lo fece diventare il canto della sua anima bramante un Dio della giovinezza che non c’era più. La Bibbia è piena di parole prese in prestito dalla natura e dagli animali per provare a dire ciò che le emozioni umane non sanno dire: l’ardere di un roveto, la nube poggiata su una montagna, il fuoco sul Carmelo, il venticello leggero, la pioggia.

Non è semplice utilizzare l’immagine della sete per dire il rapporto con Dio. Una certa letteratura religiosa scioglie la metafora equiparando la fede all’acqua che estingue la sete. La sete sarebbe il movimento ascendente dell’uomo, la domanda antropologica cui risponde Dio con l’offerta della fede. Da questa prospettiva, non ci sarebbe nulla di religioso nell’esperienza della sete, che sarebbe soltanto la premessa della fede, l’anticamera della vita religiosa che inizierebbe quando raggiunta la sorgente finalmente si beve – la sete termina nell’incontro con l’acqua. Per tanti la fede è questo, e nella Scrittura ci sono pezze d’appoggio per una tale interpretazione dell’acqua e delle sete (Gv 4,13-14).

Ma ogni salmo è molte cose assieme, è stratificazione di significati e di esperienze diverse di fede e di umanità. Su questa sete il salmo ci suggerisce anche qualcosa di diverso. La sete non è solo preparazione dell’esperienza religiosa, è già fede, è già rapporto con Dio. Il tempo della sete è il tempo della fede. In questo salmo, Dio è menzionato 22 volte. Un canto disperato per l’assenza di Dio è uno dei salmi più abitati dal nome di Dio dell’intero Salterio. Il deserto nella Bibbia è luogo dell’incontro con Dio. La terra promessa non è l’unico luogo dove Dio abita, né lo è il tempio. Mosè non entrò nella terra promessa a dirci che anche il deserto e la sua sete possono essere la tenda del convegno con Dio, forse quello più puro e più vero. Il suo morire fuori da Canaan è anche un modo per eternizzare la promessa e il suo desiderio.

Il salmo, allora, ci mette in guardia nei confronti di un tipico errore dell’uomo e della donna di fede, quello di identificare la fede soltanto con l’acqua. Errore molto comune, di chi pensa e vive la fede come stabile bivacco in un’oasi ricca d’acqua, che trovata al termine di un primo cammino non la si abbandona più. Qui la cerva riposa, serena e dissetata, in quel nuovo giardino da cui non si allontana per nuove peregrinazioni. È questa la visione della fede come consumo di beni spirituali, come confort, come piena soddisfazione del consumatore religioso. Che dimentica la sequela e l’arameo errante. Il Salmo ci ricorda invece che è la sete la condizione originaria della vita spirituale adulta, perché anche se troviamo qualche sorgente lungo il cammino occorre subito levare la tenda, riprendere senza indugio la via, e rifare presto la stessa esperienza della sete-fede. Che la crisi della fede non è l’aridità ma l’estinzione della sete. Finché custodiamo la sete di Dio e di vita stiamo camminando nell’unica strada buona, meglio ancora se in compagnia dei poveri e degli assetati e affamati. La fede biblica è urlare Dio nel tempo infinito della siccità, perché nessuna esperienza del divino può appagare il nostro desiderio di paradiso. Su questa terra non c’è un’acqua capace di dissetare la sete di Dio, e se ci sentiamo religiosamente dissetati è molto probabile che stiamo bevendo l’acqua degli idoli, che è anche un distributore automatico di bevande dissetanti. Interessante è poi notare un dettaglio: anche se il testo ebraico parla di cervo (’aiàl), la tradizione ha sempre visto una cerva in questo salmo. Forse perché solo le madri conoscono veramente gli urli gridati per certe assenze, e solo loro hanno imparato veramente la paradossale beatitudine della sete.

In questo salmo l’immagine dell’acqua contiene anche una bella metafora dell’evoluzione di una vocazione. Inizia con una prima acqua, quella del primo incontro della giovinezza. Continua poi per tutta la vita con l’esperienza della sete, quando si vaga in cerca di quella prima acqua che non riusciamo a trovare più, e mentre vaghiamo la nostra gola arsa d’acqua si riempie del grido di Dio. Per terminare, forse, con una acqua diversa che troveremo dove e quando non la stavamo più cercando – è molto bello che una delle ultime parole di Gesù che i Vangeli riportano sia: “Ho sete”. Noi viviamo questa arsura come esperienza di imperfezione, di mancanza, a volte di fallimento, e ci dimentichiamo la beatitudine della sete: “beati coloro che hanno fame e sete di giustizia”, che hanno fame e sete di me. Rimpiangiamo l’acqua della prima giovinezza perché non capiamo che quell’acqua aveva soprattutto lo scopo di accendere la sete per poi camminare pellegrini assetati nel mondo. Finché, in un benedetto giorno, non capiamo che è dentro quella carestia che si nasconde e si trova il senso religioso della vita. Lì stanno la povertà e la purezza che avevamo desiderato nel primo giorno, e avevamo confuso con l’acqua. E, in quel giorno, ci sentiamo amici solidali di tutti gli assetati, gli affamati di pane e di giustizia, con tutti gli indigenti della terra, e diventiamo finalmente poveri. Perché scopriamo che la fede non è possesso, ma promessa.

Il tempio acquatico di Ezechiele

Forse la più bella pagina sull’acqua è quella donataci dal profeta Ezechiele: “Mi condusse poi all’ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente […]. Quell’acqua scendeva sotto il lato destro del tempio, dalla parte meridionale dell’altare. Mi condusse fuori dalla porta settentrionale e mi fece girare all’esterno, fino alla porta esterna rivolta a oriente, e vidi che l’acqua scaturiva dal lato destro“(Ezechiele 47,1-2). L’acqua cresce in diretta mentre Ezechiele la osserva stupito e un po’ spaventato: “Quell’uomo avanzò verso oriente e con una cordicella in mano misurò mille cubiti, poi mi fece attraversare quell’acqua: mi giungeva alla caviglia. Misurò altri mille cubiti, poi mi fece attraversare quell’acqua: mi giungeva al ginocchio. Misurò altri mille cubiti, poi mi fece attraversare l’acqua: mi giungeva ai fianchi. Ne misurò altri mille: era un torrente che non potevo attraversare a guado” (47,3-5). Siamo con lui nel torrente-fiume, sentiamo crescere l’acqua dalla caviglia fino ai fianchi e oltre. Ezechiele è dentro il suo guado insieme a un angelo. Questa volta l’uomo e l’angelo non lottano, non c’è la ferita al nervo sciatico. Resta solo la benedizione di un messaggio eterno sullo spirito, sul tempio e sulla vita. La visione continua: “Voltandomi, vidi che sulla sponda del torrente vi era una grandissima quantità di alberi da una parte e dall’altra. Mi disse: «Queste acque scorrono verso la regione orientale, scendono nell’Araba ed entrano nel mare: sfociate nel mare, ne risanano le acque. Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il torrente, vivrà: il pesce vi sarà abbondantissimo, perché dove giungono quelle acque, risanano, e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà»” (47,7-9). L’angelo mostra a Ezechiele il paesaggio. Dove prima c’era solo deserto e aridità sono cresciuti moltissimi alberi, “le cui foglie non appassiranno: i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina” (47,12).

Acqua e spirito, acqua è spirito. La Bibbia è un immenso in-finito canto alla vita. Tutto in essa dice solo e sempre vita. Lo dice in molti modi e con molte immagini, ma in quella cultura l’acqua lo canta in un modo diverso e fortissimo. Quel popolo erede delle tende mobili, ha nel suo codice genetico la ricerca dell’acqua per vivere. L’ha vista per millenni arrivare nella sua stagione e ridare vita a ciò che appariva morto e che sarebbe morto davvero se non fosse arrivata. Aveva visto il deserto fiorire in mille colori dopo le piogge primaverili, e in quelle resurrezioni erano nate le preghiere più belle, sbocciati i salmi più poetici. Se volessimo intuire qualcosa di questa visione del tempio-sorgente dovremmo allora leggerla nel deserto di Sur, accanto ad Agar, o nel deserto con Mosè e il popolo mormorante per la sete; sentire la sete sulla nostra carne e poi fare l’esperienza dell’acqua che arriva e ci salva. L’acqua è sorella povera dello spirito: utile et humile et pretiosa et casta

Il grande quadro delle acque e della vita culmina con l’uomo e con il suo lavoro: “Sulle sue rive vi saranno pescatori: da Engàddi a En-Eglàim vi sarà una distesa di reti” (47,10). Senza uomini e donne che lavorano, il miracolo delle acque non è pieno. Al culmine dell’acqua troviamo l’uomo, e infine il lavoro.

Questo è l’umanesimo biblico, questo è il canto dell’Adam, che come apice di una manifestazione cosmica di Dio pone dei lavoratori, dei pescatori che stendono le reti. Altri pescatori, qualche secolo dopo, porteranno l’acqua dello spirito su tutta la terra, quando, chiamati mentre lavoravano, riconobbero in quella voce la voce della vita perché, lavorando, erano rimasti collegati alla stessa fonte. Il tempio-sorgente, immerso nelle acque che generano un fiume che inonda, feconda e vivifica il mondo, è tra le pagine più belle di tutta la Bibbia e tra quelle più profetiche di Ezechiele. Perché dice passato e futuro insieme: bereshit ed eskaton. In Ezechiele quest’acqua contiene uno dei messaggi religiosi, teologici e sociali più potenti dell’umanesimo biblico. Il tempio è e può essere sorgente zampillante di acqua vivificante se quell’acqua non rimane chiusa e gelosamente custodita dentro il tempio. Solo se da lì parte per inondare il mondo. L’acqua del tempio non è destinata al consumo interno del tempio. Quell’acqua non è prodotta per le esigenze di purità del culto religioso. No: quell’acqua nasce dentro, ma scorre fuori. È un’acqua laica, civile, secolare. L’Ezechiele sacerdote di Gerusalemme crede che il tempio sia il luogo della presenza della gloria di YHWH sulla terra. Ma l’Ezechiele profeta sa e dice che quella presenza non è lì per essere consumata nel culto dai suoi fedeli, perché è generata per essere donata a chi si trova al di fuori del tempio.

La fonte non è per me“, la bellissima espressione di Bernadette di Lourdes, è un motto profetico universale nel rapporto fra il tempio e lo spirito. L’acqua viene a fecondare la terra. Non è data gratuitamente dal Cielo per lavare gli scolatoi del sangue dei sacrifici sotto l’altare del tempio. Le religioni e le comunità spirituali possono continuare a generare acqua viva e a dissetare la gente se vincono, con la castità, la tentazione perenne di bere l’acqua che da essi nasce. Ezechiele, che riceve questa visione dopo che il tempio era stato distrutto da Nabucodonosor, intuisce che, perché ci potesse essere ancora un nuovo tempio, dopo l’esilio, la fede e il tempio non potevano restare quelli di prima – ogni grande crisi cambia il rapporto tra fede e culto. L’aver imparato, nell’immenso dolore, che il loro Dio restava vero anche se sconfitto, che la fede era possibile anche senza un luogo sacro perché il luogo di Dio è la terra intera, aveva cambiato per sempre la religione e il culto.

Il tempio con le grandi acque è allora una grande eredità spirituale di Ezechiele, un messaggio che parte dalla terra di esilio di Babilonia e attraversa tutta la scrittura. La ritroviamo, ad esempio, nel libro del Siracide, che riprende l’immagine del tempio-sorgente di Ezechiele e la applica alla sapienza: “Io, come un canale che esce da un fiume e come un acquedotto che entra in un giardino, ho detto: «Innaffierò il mio giardino e irrigherò la mia aiuola». Ma ecco, il mio canale è diventato un fiume e il mio fiume è diventato un mare” (24,30-31). Il tempio è troppo piccolo per contenere l’acqua della sapienza. 

Il profeta Ezechiele torna nella conclusione dell’Apocalisse, l’ultimo libro della Bibbia, in un’altra immagine-capolavoro, come apice di oltre mezzo millennio di profezia che aveva spalancato il tempio per farlo coincidere con il mondo intero: “E mi mostrò poi un fiume d’acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. In mezzo alla piazza della città, e da una parte e dall’altra del fiume, si trova un albero di vita che dà frutti dodici volte all’anno, portando frutto ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni” (22,1-2). 

Qui l’acqua non sgorga da sotto il tempio, ma dal “trono di Dio e dell’Agnello“. Nella epifania finale dello spirito il tempio non c’è più. Dal paesaggio della nuova Gerusalemme è scomparso il tempio, come leggiamo pochi versetti prima in un altro passaggio paradossale e stupendo: “In essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio” (Apocalisse 21,22). Come la Legge, anche il tempio è un pedagogo, che un giorno dovrà scomparire per far posto all’incontro immediato con l’acqua viva. In questo mondo nuovo l’albero della vita non si trova più nel giardino dell’Eden, ma cresce in mezzo alla piazza della città. Una frase meravigliosa. La piazza sarà il nuovo nome del tempio. È questo il grande cantico della laicità biblica: sorella piazza, fratello ufficio, sorella fabbrica, fratello lavoro. Sorella acqua.

Credits foto: Simona Sambati


Bibliografia:

  • Bruni L., L’anima e la cetra, Qiqajon, 2021.
  • Bruni L., L’esilio e la promessa, EDB, 2021.
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Il n. 23 della rivista scientifica del Centro Studi SOUQ della Casa della Carità è intereamente dedicato al tema dell'acqua. Qui il contributo di Luigino Bruni.

di Luigino Bruni

Pubblicato su SOUQuaderni n. 23 di aprile 2021 il 23/04/2021

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Léon Bloy, “Le symbolisme de l’Apparition”, 1880

L’ambivalenza di un grande simbolo

La Bibbia può essere raccontata anche come una storia dell’acqua. L’acqua è uno dei suoi grandi simboli. Ne è l’alfa e l’omega: la Bibbia si apre con le acque nella Genesi e si chiude, nell’ultimo capitolo dell’Apocalisse, con un fiume nella città. E poi i fiumi Pison, Tigri, Eufrate, Nilo, Giordano, quindi Yabbok, Noè, Abramo, Agar, Rachele, Mosè, Mara, il Battista, la donna samaritana, il Golgota. Fiumi, pozzi, donne. L’acqua e la vita, l’acqua è la vita. Sempre e ovunque, soprattutto in quelle regioni semiaride del Medio Oriente.

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L'acqua e la Bibbia

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In evidenza

di  Luigino Bruni

pubblicato su: "La vita picena" il 18/04/2020

In questi primi quasi due mesi di emergenza globale sanitaria siamo entrati, improvvisamente, in un mondo che non conoscevamo. Stiamo scoprendo abilità che pensavamo di non avere - restare fermi a casa per settimane di fila, cucinare cose diverse e buone, parlare e ascoltare di più i famigliari, riscoprire il valore della domanda semplice ‘come stai?’, a guardare angoli della casa dimenticati e trascurati da anni, a fare riunioni online, lezioni, telefonate più lunghe e profonde, a piangere davanti alla TV, non per un film ma per le notizie tremende … -; ma stiamo anche scoprendo quanto era bello l’ufficio, i colleghi, la chiacchierata al bar che, ci siamo accorti, ci piaceva non solo per il caffè ma per i beni relazionali che consumavamo con gli amici.

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I beni relazionali: quanto vale un abbraccio, un bacio ad un genitore, ad un nipote, una carezza ad un anziano o ad un bambino, essere consolati e consolare sul petto di un amico? Forse questo valore lo avevamo dimenticato, o molto sottovalutato; questa crisi è anche una grande occasione per riscoprire il valore delle distanze brevi; come l’emigrazione faceva capire ai nostri nonni il valore dei figli, come la disoccupazione fa capire il valore del lavoro, come la mancanza della messa in carne ed ossa con la nostra comunità ci ha fatto capire improvvisamente perché abbiamo chiamato l’eucarestia ‘comunione’ e perché il pane e il vino sono corpo e sangue, queste distanze diventate improvvisamente lunghe e lunghissime ci stanno facendo capire il tesoro nascosto nelle distanze brevi e brevissime, e quindi dell’amicizia.

Abbiamo improvvisamente capito che gli anziani andavano a far la spesa non solo per i bisogni elementari, ma per incontrare qualcuno, e che si muore anche di solitudine - ‘non di solo pane …’. Come abbiamo capito che cosa sia una professione, cosa è una vocazione. Pensiamo ai tanti tanti, troppi, medici e infermieri morti in questi due mesi. Non ci sono soltanto le gravi, gravissime responsabilità politiche e organizzative - che dovranno venire fuori a emergenza finita insieme ai necessari provvedimenti - di chi ha lasciato il personale sanitario impreparato e nudo di fronte al virus. Questo c'è, ed è un tema principale. Ma c'è anche qualcos'altro, che si chiama 'vocazione'. Ed qualcosa di serio, di serissimo, che non ha nulla di romantico. In tedesco vocazione e professione lavorativa sono quasi la stessa parola (Beruf). In queste morti c'è anche tanta vocazione. Non a caso l'altra categoria sociale falcidiata dall'epidemia sono i sacerdoti. Quando in un Pronto soccorso arriva una persona in fin di vita, giovane o anziano che sia, noi che non siamo medici facciamo, da fuori e dopo, molti ragionamenti, e li dobbiamo fare. Ma il dottore e l'infermiere hanno un istinto primordiale, una spinta primitiva che li porta a gettarsi su quel malato per salvargli la vita. Anche questo slancio originario, anche questo ardore elementare è giuramento d'Ippocrate. Una spinta talmente forte che a volte entra in contrasto con altre dimensioni essenziali della vita, quali la prudenza. Ci sono tante colpe istituzionali in queste morti; ma c'è anche tanta vocazione, e quindi tanto amore civile. E quindi un'infinita riconoscenza. Non ce la dimentichiamo quando dovremo accertare le responsabilità dell'imprudenza istituzionale.

Al tempo stesso, non dobbiamo pensare ingenuamente alla verità della frase: 'Niente sarà più come prima’. Perché non è affatto così evidente che niente sarà come prima. Lo abbiamo visto: è bastato l’annuncio di una possibile nuova tassa sui redditi alti perché la fraternità degli inni nazionali e delle canzoni al balconi andasse in crisi. Ci attendono certamente mesi di seria crisi economica, soprattutto in alcuni settori che più dipendono dalla mobilità - turismo, ristorazione, cultura … Ma sarebbe però davvero una grande occasione persa se i nostri stili di vita economici uscissero indenni da questa crisi.

In questi anni di ideologia neoliberista quasi tutti gli Stati hanno tagliato le spese sanitarie, hanno ridotto (tranne la Germania) i posti letto per la terapia intensiva, e hanno gestito anche la sanità come fosse una impresa come tutte le altre, e quindi sottoposta alla legge dei costi e dei benefici: se un investimento non rende nei tempi e nei modi del capitale, non si fa. Non abbiamo applicato un principio base della dottrina sociale della chiesa: il principio di precauzione, che dice di assicurarsi collettivamente per eventi rari ma molto dannosi. Ci assicuriamo per ogni incertezza nelle nostre famiglie e imprese ma il capitalismo non assicura se stesso dalle grandi crisi. E questo è sciocco. Ma è il capitalismo che dovrebbe essere ripensato in alcuni suoi assiomi di base. Ad esempio gli aiuti necessari per le imprese dovrebbero essere sottoposti a delle forme di condizionalità. Pensiamo alla distribuzione dei dividendi ai soci: se le imprese grandi riceveranno aiuti devono impegnarsi a non distribuire dividendi o a distribuirne molto pochi. Perché se quando ci sono le grandi crisi le imprese vengono aiutati dagli stati per non fallire perché i fallimenti sarebbero devastanti per tutti, allora nei tempi ordinari le imprese devono accumulare ricchezza da usare nei tempi di crisi. Gli azionisti non possono mungere le imprese nei tempi delle vacche grasse e ricorrere alla fiscalità generale nei tempi delle vacche magre - che saranno sempre più frequenti. Anche perché le tasse in Italia le pagano in massima parte le famiglie e i lavoratori dipendenti, tasse che poi vengono usate per aiutare le imprese i cui dividendi finiscono in massima parte a banche e soggetti benestanti. Non possiamo aspettare che il mercato fallisca perché lo Stato intervenga; occorre far sì che le imprese siano gestite diversamente. Altrimenti arriveremo ancora preparati alla prossima crisi. Non ce lo possiamo permettere più.

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In evidenza

di  Luigino Bruni

pubblicato su: "La vita picena" il 18/04/2020

In questi primi quasi due mesi di emergenza globale sanitaria siamo entrati, improvvisamente, in un mondo che non conoscevamo. Stiamo scoprendo abilità che pensavamo di non avere - restare fermi a casa per settimane di fila, cucinare cose diverse e buone, parlare e ascoltare di più i famigliari, riscoprire il valore della domanda semplice ‘come stai?’, a guardare angoli della casa dimenticati e trascurati da anni, a fare riunioni online, lezioni, telefonate più lunghe e profonde, a piangere davanti alla TV, non per un film ma per le notizie tremende … -; ma stiamo anche scoprendo quanto era bello l’ufficio, i colleghi, la chiacchierata al bar che, ci siamo accorti, ci piaceva non solo per il caffè ma per i beni relazionali che consumavamo con gli amici.

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Il valore delle distanze brevi

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Al via oggi a Davos la cinquantesima edizione del Forum economico mondiale. Quattro giorni di incontri, eventi, conferenze stampa sul tema scelto quest’anno: “Stakeholder per un mondo coeso e sostenibile”.

di Maria Chiara Biagioni

pubblicato su Agensir il 21/01/2020

Non mi aspetto molto da questo club che ormai conosciamo tutti. Non è certo Davos il luogo dove si prendono decisioni su questioni così importanti, come quella della povertà e del clima. A Davos si celebrerà la liturgia della religione capitalistica, una grande fiera. Se veramente volevano fare cose importanti, andavano decise a Madrid, alla Cop 25, summit che però è fallito”. È spietato l’economista Luigino Bruni nel valutare i possibili esiti delle discussioni che prenderanno il via oggi a Davos, per la cinquantesima edizione del Forum economico mondiale. Quattro giorni di incontri, eventi, conferenze stampa sul tema scelto quest’anno: “Stakeholder per un mondo coeso e sostenibile”. Sono presenti 53 capi di Stato e 600 esponenti delle élite mondiali che controllano finanza e poteri globali. Bruni, docente di Economia politica alla Lumsa, è stato scelto da Papa Francesco per coordinare il Comitato scientifico internazionale che sta organizzando ad Assisi l’incontro “The Economy of Francesco” in programma dal 26 al 28 marzo.

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Professore, i potenti di Davos hanno messo quest’anno a tema anche la questione del cambiamento climatico. L’ha sorpresa questa scelta? È un buon segno?

È una scelta ovvia, visto che la questione ambientale è il tema del momento e non potevano non parlarne. Il problema è che questo tipo di persone non possono essere convertite. Tu inviti i potenti della terra. Loro accettano l’invito, fanno le foto di rito, partecipano alle riunioni. Ma poi rimane tutto lì. Questi top manager non si commuovono perché vedono il pinguino morire o il ghiacciaio sciogliersi o l’Australia andare in fiamme. Questi hanno bilanci trimestrali da rispettare e se non li rispettano li licenziano. Questo è un mondo che ha le sue leggi. Non possiamo essere così ingenui da pensare che si possono commuovere e cambiare vita. L’unica speranza vera e importante che intravedo per il pianeta è la parte che i cittadini possono svolgere.

Quale?

Un ruolo di protesta e quindi di penalizzazione dei prodotti che non rispondono a scelte forti e radicali. Sono importanti anche le leggi degli Stati e di organismi internazionali come l’Unione europea che possono decidere di mettere vincoli maggiori. Ma è una pia illusione pensare che i potenti della terra si riuniscano in un hotel a cinque stelle per parlare delle sorti dei poveri. I ricchi non hanno mai salvato i poveri nella storia dell’umanità.

Davos si apre all’indomani della ricerca “Time to Care” sulla diseguaglianza globale di Oxfam. Sarà ascoltato il “grido dei poveri”?

Non è mai stato il ricco Epulone ad aiutare Lazzaro nella storia dell’umanità. Non dobbiamo illuderci che questa gente possa aiutare i poveri con le briciole delle loro ricchezze. La povertà del mondo si affronta con altri criteri. Non a caso, per l’incontro “The Economy of Francesco” noi andremo ad Assisi, una città che di per sé è simbolo di un messaggio sulla povertà e sulla ricchezza. Quella di Davos è l’economia di Bernardone – che era il padre di Francesco -, l’economia dei mercanti.

L’incontro di Assisi invece come si pone?

Noi ad Assisi puntiamo sui giovani perché se vogliamo sperare, dobbiamo sperare con loro. Assisi nasce con i giovani, nasce dall’idea del Papa di parlare a chi si sta formando oggi per una economia di domani, a persone che hanno ancora una capacità e una disponibilità al cambiamento. E poi Assisi sarà un luogo dove i giovani saranno ascoltati. Il premio Nobel Yunus mi ha detto: “Verrò per ascoltare perché voglio sentire cosa c’è di nuovo nel mondo dell’economia e dei giovani”.

Le disuguaglianze crescono e il pianeta terra sta bruciando. È anche l’esito di un sistema di mercato e di consumo insostenibile. L’economia mondiale ha capito che rimangono pochi anni ancora?

Ci sono realtà del mondo che sono convinte che il capitalismo è il sistema migliore da mettere in atto anche perché consente a 7 miliardi di persone di sopravvivere a fronte dei 4 miliardi stimati 30 anni fa. E questo grazie anche alla Cina e all’India. Detto questo, bisogna però anche aggiungere che è vero che siamo entrati nella zona Cesarini del pianeta e che abbiamo pochissimi minuti ancora nell’ottica dei tempi. Ma dico anche che non saranno i potenti a salvarci. Saranno i bambini, la gente, sarà tutta la “voce” dal basso. Sarà una reazione del popolo a costringere le aziende e i sistemi economici a cambiare. Il mestiere delle imprese è vendere e se la richiesta cambia, loro necessariamente devono adattare l’offerta al cambiamento dei comportamenti e delle scelte dei consumatori.

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Al via oggi a Davos la cinquantesima edizione del Forum economico mondiale. Quattro giorni di incontri, eventi, conferenze stampa sul tema scelto quest’anno: “Stakeholder per un mondo coeso e sostenibile”.

di Maria Chiara Biagioni

pubblicato su Agensir il 21/01/2020

Non mi aspetto molto da questo club che ormai conosciamo tutti. Non è certo Davos il luogo dove si prendono decisioni su questioni così importanti, come quella della povertà e del clima. A Davos si celebrerà la liturgia della religione capitalistica, una grande fiera. Se veramente volevano fare cose importanti, andavano decise a Madrid, alla Cop 25, summit che però è fallito”. È spietato l’economista Luigino Bruni nel valutare i possibili esiti delle discussioni che prenderanno il via oggi a Davos, per la cinquantesima edizione del Forum economico mondiale. Quattro giorni di incontri, eventi, conferenze stampa sul tema scelto quest’anno: “Stakeholder per un mondo coeso e sostenibile”. Sono presenti 53 capi di Stato e 600 esponenti delle élite mondiali che controllano finanza e poteri globali. Bruni, docente di Economia politica alla Lumsa, è stato scelto da Papa Francesco per coordinare il Comitato scientifico internazionale che sta organizzando ad Assisi l’incontro “The Economy of Francesco” in programma dal 26 al 28 marzo.

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Davos. Bruni: “Non saranno i potenti della Terra a salvarci”

Al via oggi a Davos la cinquantesima edizione del Forum economico mondiale. Quattro giorni di incontri, eventi, conferenze stampa sul tema scelto quest’anno: “Stakeholder per un mondo coeso e sostenibile”. di Maria Chiara Biagioni pubblicato su Agensir il 21/01/2020 “Non mi aspetto molto da quest...
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A un certo punto nella civiltà occidentale è apparsa un’idea nuova e imprevedibile: una società meritocratica era finalmente possibile e questa era la business community

di Luigino Bruni

pubblicato su Corriere Buone Notizie il 19/12/2019

La meritocrazia è oggi la legittimazione etica della diseguaglianza. Nel XX secolo, in Europa, abbiamo combattuto la diseguaglianza come un male; nel XXI secolo, è bastato cambiarle nome (meritocrazia) per trasformare la diseguaglianza da vizio a virtù pubblica. Destino bizzarro, se si pensa che la meritocrazia è stata ed è presentata come una lotta alla diseguaglianza - per questo la bizzarria che i fanatici della meritocrazia siano persone che in buona fede vorrebbero una società migliore e più giusta.

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Anche per la meritocrazia è vero quanto diceva, cento anni fa, il filosofo tedesco Walter Benjamin: «Il cristianesimo nell’età della Riforma si è tramutato nel capitalismo». La meritocrazia, infatti, prima di diventare dogma economico, era una categoria religiosa e teologica. «Lucrare meriti», «guadagnarsi il paradiso» e altre sono espressioni e temi che per secoli sono stati al centro della pietà cristiana, e continuano ad accompagnare ancora oggi la vita dei cattolici. Una certa idea di merito era già presente nella Bibbia, ma è stato l’incontro con l’etica greca e romana che ha trasformato parte del cristianesimo in un’etica del merito e delle virtù, fino a pensare che un cristiano per essere dichiarato santo debba mostrare di aver praticato virtù eroiche. L’etica biblica ed evangelica era invece diversa, l’eccellenza non era nelle virtù ma nell’agape, che non fa parte né delle virtù stoiche né di quelle aristoteliche. Da qualche anno la meritocrazia è uscita dai dibattiti delle aule delle facoltà di teologia, ha dimenticato le dispute dottrinali di Paolo, Agostino, Pelagio, Lutero ed è entrata nelle aule più eleganti e moderne delle business school, dove questi temi sono affrontati senza competenza teologica.

La meritocrazia ha radici antichissime e profonde. Una vena profonda delle civiltà umane ha da sempre pensato che da qualche parte dovesse esistere un ordine che ricompensasse ciascuno in base ai meriti che ha acquistato e lo punisse per le colpe commesse e cumulate. In genere questo ordine era concepito come sovrannaturale e rimandato ad una vita futura, poiché era troppo evidente che sulla terra un tale ordine non esisteva né era mai esistito. Ad un certo punto, però, dentro l’evoluzione della civiltà occidentale è apparsa un’idea del tutto nuova e imprevedibile, quella secondo la quale una società meritocratica era finalmente possibile qui ed ora. Semplicemente perché una tale società in realtà esisteva già, era la business community, della quale le grandi imprese e banche erano l’espressione più matura. Lì i meriti erano quantificabili, misurabili, ordinabili in una scala, in modo che a ciascuno andasse il suo, né più né meno. Il “suo” in meriti e, chiaramente, in demeriti. Una operazione-promessa che ha convinto molto e molti, perché si presentava e si presenta come una forma superiore di giustizia (rispetto a quella ordinaria e comune). E così nel giro di pochi anni la meritocrazia è migrata dalla business community all’intera società civile, dalla politica alla scuola, dalla sinistra alla destra, dalla sanità al non-profit, e sta insidiando anche le comunità ecclesiali. Una grande operazione ideologica, tra le più vaste del nostro tempo, che si basa sull’imbroglio, etico e antropologico, tanto evidente quanto non detto: che i nostri meriti e i demeriti siano evidenti, facili da vedere e poi da ordinare, misurare, e poi premiare.

Un’altra ipotesi, arbitraria, sta poi nel ritenere che il mercato sia capace di premiare i meriti, tacendo così che una virtù fondamentale del mercato, un tratto essenziale del buon imprenditore, è saper convivere con esiti non associati a meriti e colpe propri e degli altri. Un grave vizio del mercato è infatti pretendere che i propri risultati siano legati ai propri meriti e non a quanto gli altri con cui interagisco sono disposti a riconoscerci e a remunerare. Ma c’è di più. Noi sappiamo che i nostri meriti più preziosi li scopriamo affrontando una malattia, un lutto, una separazione. Perché sono davvero pochi i meriti che transitano per la sfera economica, poiché le imprese, in realtà, non sono interessate ai nostri meriti più profondi e veri. Non vogliono la nostra umiltà né la nostra mitezza, perché ci vogliono «vincenti» e invulnerabili; non vogliono la nostra misericordia né la nostra compassione, virtù e beatitudini che non capiscono e se le capiscono le temono. Non ce lo dicono ma da noi le imprese vogliono poco, perché intuiscono che se ci chiedessero molto noi daremmo troppo, diventeremo talmente liberi da non essere più gestibili e orientati dagli obiettivi aziendali. Infine, la meritocrazia è un meccanismo ideologico che ci libera dalla responsabilità nei confronti dei poveri. Un corollario necessario della meritocrazia è infatti l’interpretazione della povertà come colpa. Perché se il talento è primariamente merito (il grande assioma della meritocrazia), la mancanza di talento diventa demerito, e quindi la povertà colpa. L’ultimo residuo di welfare europeo sarà spazzato via quando ci saremo lasciati finalmente convincere che i poveri sono colpevoli della loro povertà. Li lasceremo nella colpa della loro sventura, e noi dormiremo tranquilli nei nostri meriti e nella nostra irresponsabilità.

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di Luigino Bruni

pubblicato su Corriere Buone Notizie il 19/12/2019

La meritocrazia è oggi la legittimazione etica della diseguaglianza. Nel XX secolo, in Europa, abbiamo combattuto la diseguaglianza come un male; nel XXI secolo, è bastato cambiarle nome (meritocrazia) per trasformare la diseguaglianza da vizio a virtù pubblica. Destino bizzarro, se si pensa che la meritocrazia è stata ed è presentata come una lotta alla diseguaglianza - per questo la bizzarria che i fanatici della meritocrazia siano persone che in buona fede vorrebbero una società migliore e più giusta.

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La meritocrazia e i suoi limiti: da categoria teologica a dogma economico

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