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Economia Civile

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Recensioni - I padre della Chiesa hanno combattuto l'influenza dello gnosticismo sul cristianesimo. La ricerca di soluzioni astratte alle domande dell’uomo relega in secondo piano l’incontro con Dio nei fratelli

di Luigino Bruni

pubblicato su Agorà di Avvenire il 17/02/2024

Le grandi idee, nel corso dei secoli, mutano forma e accidenti ma sono sorprendentemente costanti e tenaci nella loro sostanza. È questa la ragione principale dell’importanza dello studio della storia delle idee e delle controversie attorno ad esse. La storia della cosiddetta gnosi è una di queste antiche controversie che come fiume carsico ha accompagnato per oltre due millenni lo sviluppo della storia delle religioni, le ha influenzate, cambiate, le ha nutrite e se ne è nutrita, e continua a farlo. L’enorme quantità di energie teologiche profuse dai maggiori teologi cristiani dei primi secoli nelle polemiche contro lo gnosticismo, dice di per sé la rilevanza, l’importanza e anche la qualità di quelle correnti gnostiche - quei fuoriclasse non avrebbero perso tempo a criticare chi non consideravano significativo, importante e quindi pericoloso. Lo gnosticismo fu combattuto duramente perché era molto vicino alla dottrina cristiana, gli somigliava troppo, poteva infilarsi nel cuore del cristianesimo e distruggerlo.

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L’Utet ha recentemente pubblicato una raccolta di Testi gnostici (pagine 760, euro 20,00 a cura di Luigi Moraldi) la cui prima edizione risale al 1982. Un’opera imponente, che comprende alcuni dei codici gnostici cristiani rinvenuti a partire dal 1945 a Nag Hammadi in Egitto, uno dei ritrovamenti archeologici più importanti del XX secolo, paragonabile soltanto a Qumran. Il più famoso di quei testi è il Vangelo di Tommaso, ma non meno importante è l’Apocrifo di Giovanni (presente in tre dei tredici codici). Prima di questo provvidenziale ritrovamento avevamo pochissimi codici gnostici cristiani, e la conoscenza dello gnosticismo derivava principalmente dai Padri della Chiesa che tra la fine del II e il III secolo lo avevano combattuto. Tra questi Ireneo di Lione, poi Clemente Alessandrino, Origene, Epifanio di Salamina, Tertulliano, ai quali si doveva la conoscenza dei principali teologi gnostici “cristiani”, come Valentino, Basilide, o Eracleone. Ciò che abbiamo del “vangelo di Marcione” lo dobbiamo soltanto alle sue citazioni contenute nei testi dei suoi rivali teologici. Gnosi e gnosticismo non sono la stessa cosa. Con gnosi - da “conoscenza” - ci si riferisce in genere ad un insieme di dottrine nate in ambienti antichi pre-cristiani, a teologie e narrative accomunate da alcune tematiche ricorrenti. Tra queste la salvezza legata ad una conoscenza speciale, esoterica e superiore, quindi accessibile solo a pochi iniziati. Come afferma Moraldi nella sua Introduzione: «Vi è una profonda spaccatura tra questo mondo e l’esistenza dell’Essere supremo, “la Luce”; un profondo dualismo anticosmico secondo il quale il male è proprio questo mondo il quale non proviene dall’Essere supremo». Tra XIX e XX secolo si iniziò a studiare l’origine babilonese della gnosi: «Il paragone istituito fra la teologia della gnosi e quella babilonese... dimostra fra la gnosi e il pensiero dei teologi babilonesi un rapporto così intimo e compiuto, da doverlo definire più che una semplice parentela, ma un principio di derivazione della gnosi dalla Babilonia» (Salvatore Minocchi, “I miti babilonesi e le origini della gnosi”, Bilychnis, 1914).

Con gnosticismo, o gnosi cristiana, ci si riferisce invece ad un fenomeno sviluppatosi in ambiente cristiano, testi che contengono filosofie e teologie a loro modo cristiane. Una sorta di sincretismo che segue l’età apostolica (II secolo), dove si intrecciarono una ellenizzazione del cristianesimo insieme ad elementi religiosi orientali, una fusione di temi pre-cristiani (in particolare babilonesi) e di Nuovo Testamento. Quindi, per semplificare, la gnosi precede i Vangeli, lo gnosticismo li segue, e, per i suoi oppositori, ne rappresenta una eresia molto grave, e lo era davvero: per i Padri della Chiesa la gnosi degli gnostici era una cattiva conoscenza, quindi una falsa gnosi.

Adolf Von Harnack, il primo grande studioso della gnosi nella seconda metà dell’Ottocento, riteneva che molta della teologia della Chiesa dei primi secoli fosse emersa come reazione all’attacco gnostico. Una tesi oggi considerata troppo radicale, sebbene è innegabile che la gnosi pre-cristiana abbia influenzato sia la teologia sia la prassi della Chiesa. Un grande tema dibattuto già dai primi studi di fine Ottocento è il possibile influsso gnostico nella formazione del Nuovo Testamento, in particolare sul corpus giovanneo (quarto Vangelo e lettere), e sulle lettere di Paolo: «Influenzato in misura maggiore o minore dal linguaggio e dall’immaginario gnostico appare lo strato fondamentale della teologia paolina e della teologia della comunità giovannea” (W. Schmithals, Nuovo testamento e gnosi, 2008).

Una questione spinosa, complessa e controversa. Non si può negare che in Giovanni si trovino elementi amati dallo gnosticismo: le antinomie luce-tenebre, verità-menzogna, Dio-diavolo, la croce come glorificazione e innalzamento, un certo dualismo antropologico, la salvezza intesa come “conoscenza”. Oggi alcuni studiosi ritengono che nella prima versione del Vangelo di Giovanni ci fossero alcuni tratti gnostici, ma poi, quando nella prima metà del II secolo la polemica anti-gnostica divenne potente, le redazioni successive purificarono il quarto Vangelo dalle componenti gnostiche o dalle parti che davano supporto alle tesi gnostiche.

Per quanto riguarda Paolo, anche la sua visione di un cristianesimo universalista libero dalla Legge e il suo dualismo antropologico (spirito-carne, uomo spirituale-uomo naturale) potrebbero essere nati da un primitivo incontro tra il primo annuncio cristiano e una gnosi ebraica samaritana forse riconducibile al Simon Mago degli Atti degli Apostoli, che secondo molti sarebbe all’origine della gnosi cristiana.

Oggi dobbiamo riconoscere che lo gnosticismo è profondamente intrecciato con quelle che diventeranno nel II e III secolo la dottrina e la prassi cristiane. Si intrecciarono, quindi si influenzarono reciprocamente, perché se da una parte il Nuovo Testamento e prima l’evento Cristo hanno profondamente cambiato la gnosi pre-cristiana generando lo gnosticismo, è altresì vero che il cristianesimo ha assorbito alcuni elementi gnostici che dai primi secoli sono arrivati alla modernità attraversando tutto il Medioevo.

Pensiamo alla tradizione monastica, soprattutto quella orientale. Non è un caso che i codici di Nag Hammadi fossero parte di una biblioteca di un monastero cristiano egiziano fondato da Pacomio. La forma di vita del primo monachesimo, centrato anche sull’ascesi, cioè sulla ginnastica spirituale ed etica, è più facilmente riconducibile ad elementi gnostici che all’umanesimo biblico. La forma di vita che emerge dal Nuovo Testamento è infatti centrato sulla metanoia, che si realizza in un istante e che non è il risultato di un lento e penoso esercizio etico. È evidente, sul piano pratico, che comunità di uomini che non si esercitassero nell’ascesi morale e nelle virtù darebbero molto difficilmente vita ad una vita comunitaria ordinata e buona, ma, in linea di principio, anche una comunità di cristiani non virtuosi ma che si amano scambievolmente e credono nel Vangelo è una comunità pienamente cristiana. L’ascesi può aiutare molto la vita cristiana, ma può anche trasformare il mezzo (l’esercizio) nel fine (la vita nuova nell’agape reciproco). Come non sarebbe difficile individuare nella teologia cristiana del corpo inteso come prigione dell’anima un influsso gnostico, cui può essere legata l’idea di verginità come stato di vita superiore al matrimonio (o come sostituto del martirio). Certo, queste sono ipotesi che non vanno radicalizzate né assolutizzate, e per molte buone ragioni: l’ascetismo non è esclusivo della gnosi, non tutta la gnosi è ascetica, e soprattutto perché il monachesimo è molto più della sua ascesi.

Un dettaglio. Nel lungo libro della Pistis Sophia - un testo che non era tra quelli rinvenuti a Nag Hammadi ma inserito nella raccolta della Utet - troviamo riferimenti alle donne nella prima comunità di Gesù, diversi da quelli dei Vangeli canonici: «Si fece avanti Maria Maddalena, e disse: mio Signore, la mia mente è sempre intelligente e pronta a farsi avanti per esporre la soluzione, ma temo le minacce di Pietro il quale ha in odio il nostro genere femminile». Importante la risposta di Gesù alle discepole: «Anche ai vostri fratelli maschi date l’occasione di presentare domande».

Se volessimo, infine, tentare una sintesi, i problemi principali che si nascondevano dietro il fascino della costruzione barocca delle gnosi cristiane sono infatti tutti decisivi. Il primo riguarda il grandissimo tema dell’incarnazione. Gli gnostici non amavano la carne, la vivono come decadenza dello spirito (e, di conseguenza, non amavano l’eucarestia). Quindi non accettano un Logos che si fa carne e che, addirittura, soffre e muore veramente - molti gnostici credevano che fosse stato Simone di Cirene a morire in croce al posto di Gesù. E un cristianesimo senza carne e senza incarnazione diventa altro, la storia diventa apparenza, fiction; il dolore non ha un senso vero e così invece di essere redento resta per sempre.

All’incarnazione è legato un secondo aspetto decisivo, l’assenza (quassi totale) nella gnosi dell’Antico Testamento: non a caso Marcione era uno dei grandi maestri gnostici. Da questa assenza deriva anche il dualismo antropologico che non vede l’essere vivente nella sua interezza ma come un contrasto tra anima e corpo, tra alto (spirito) e basso (carne). L’umanesimo biblico vede invece l’Adam integrale, e la salvezza è salvezza di tutta la persona. Ogni volta che nel cristianesimo abbiamo separato il corpo dall’anima e abbiamo combattuto il corpo come decadenza dello spirito, ci siamo allontanati dalla storia e dai poveri, la gnosi ha vinto, anche se non lo sapevamo. Inoltre, disprezzare il corpo in nome dello spirito è sempre stata una via maestra per ogni forma di abuso, fisico e spirituale, ieri ed oggi. Terzo, la gnosi porta ad enfatizzare, fino ad assolutizzarla, la dimensione intellettuale: ci salviamo comprendendo Dio e il mondo, non amandolo - l’agape e l’hesed sono le grandi assenti nell’etica della gnosi. Quindi la salvezza intesa come l’ingresso in un club privato, un hotel a cinque stelle accessibile solo a chi possiede la moneta della conoscenza speciale, che si esprime in liturgie speciali, meravigliose e disincarnate, puro consumismo emotivo. E la gente normale, il popolo, le mani e i piedi, il cuore e la carne, soprattutto i poveri, escono di scena, finiscono nelle tenebre, e non si vedono più. Ogni volta che una comunità cristiana cade in questa trappola, rivive la gnosi.

Infine, anche la gnosi, come molte narrative religiose, è nata come strumento per sconfiggere la morte e per dare un senso al dolore nel mondo. La storia mostra uno spettacolo di sofferenze e sventure ingiuste che lanciano un grido verso un altrove. La gnosi ha provato a raccogliere questo urlo, ma mentre il cristianesimo ed altri universi religiosi morali cercavano risposte cambiando anche e soprattutto il mondo quaggiù, la gnosi «trasferisce i tormentosi problemi nel campo vago dell’astrazione, incapace di asciugare una lacrima vera di pianto o di reprimere un grido di disperazione» (Ernesto Buonaiuti, Lo Gnosticismo, 1907). Nella gnosi si costruisce un mondo immaginario perfetto per dimenticare il mondo vero imperfetto. Non c’è dunque spazio per il grido concreto dei poveri e dei sofferenti, perché ogni imperfezione e ogni disordine vengono gestiti con il grande strumento dell’illusione. Ieri, e sempre, perché nel mondo gnostico “l’idea è superiore alla realtà”.

I primi teologi cristiani dei primi secoli capirono che se i cristiani fossero stati sedotti in massa dalle sostanze stupefacenti della gnosi, il cristianesimo si sarebbe snaturato perché avrebbe perso la sua natura popolare. Infatti, insieme ai Padri della Chiesa, la grande oppositrice della gnosi è stata la pietà popolare, la fede vera della gente normale, quella dei poveri, di chi sapeva e sperava che la salvezza non fosse una faccenda solo per i dottori e per i sapienti. La gnosi l’hanno combattuta, senza saperlo, le lacrime delle donne davanti alla statua dell’Addolorata, le processioni dietro i santi, i baci infiniti agli angoletti e al costato di Gesù. È stata la fede della gente vera, normale e imperfetta, che non sapeva nulla di dogmi e di teologia ma sapeva che la croce di Gesù era vera perché erano vere le loro croci quotidiane. Se il cristianesimo del terzo Millennio si salverà dalle nuove gnosi interne ed esterne alle Chiese, il primo e più efficace antidoto sarà ancora la fede del popolo, la verità della sua carne, dei suoi dolori e della sua letizia normale.

 

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La trappola della gnosi: nel dividere anima e corpo dimentica l'amore

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Analisi. Un recente, argomentato saggio assai critico («Il grande imbroglio») offre utili provocazioni su un sistema ormai dominante. Al paradigma del management si sta sostituendo quello dei consulenti

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 07/12/2023

Al crescente ricorso delle aziende alla consulenza è dedicato il saggio critico "Il Grande Imbroglio" (Laterza) delle economiste Mariana Mazzucato e Rosie Collington

Perché le società di consulenza da strumento di aiuto alle imprese sono diventate una debolezza di imprese, governo e istituzioni? Quando e perché la consulenza, un’industria che oggi sfiora i mille miliardi di dollari, si è trasformata da risorsa nella principale malattia della nostra economia? Il Grande Imbroglio («The big Con»), il libro scritto dalle economiste Mariana Mazzucato e Rosie Collington (Laterza, 2023), tratta esattamente questi temi: «La nostra analisi dell’industria della consulenza traccia un quadro cupo della situazione attuale. Tutti questi contratti con società di consulenza che interpretano i ruoli più vari indeboliscono le imprese, infantilizzano il settore pubblico e distorcono l’economia» (p.12). Per capire la novità del libro occorre fare una lunga premessa.

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Il successo straordinario della consulenza, il fenomeno economico forse più rilevante di questo inizio di millennio, si inserisce in un cambiamento molto più generale della nostra cultura, dove il paradigma del business sta conoscendo un grande, inatteso e crescente successo. La logica della grande impresa ha preso nella vita civile il primo posto che nel Novecento era occupato dalla democrazia. Alla domanda: “vuoi fare qualcosa di buono nella società?” ieri si rispondeva: "crea democrazia, quindi partecipazione, riduci le diseguaglianze, includi più persone possibile". Su questa risposta abbiamo immaginato e poi costruito i welfare del XX secolo, i diritti umani e sociali, la scuola pubblica, la sanità universale, le pensioni, la tassazione progressiva. Col passaggio di millennio, a quella stessa domanda oggi si risponde: “se vuoi fare qualcosa di buono impara dalle imprese, è lì dove si trova l’eccellenza, lì fanno le cose serie”. Così, le grandi imprese for-profit hanno subìto una vera metamorfosi simbolica e culturale: da icona dello sfruttamento, della diseguaglianza e dell’alienazione sono divenute il simbolo perfetto del nuovo mondo, il regno del merito e della sua nuova giustizia, del benessere e persino della felicità, un mondo religioso edificato sui dogmi della meritocrazia, della leadership e degli incentivi. E così, la grande impresa, da centro del conflitto sociale, da luogo dove guardare per capire le ingiustizie del capitalismo, ha lasciato la sua crisalide nel vecchio millennio ed è diventata una bellissima farfalla civile ed etica, che ogni altra istituzione (dalla scuola alla politica) vorrebbe e dovrebbe imitare, con un inedito successo nell’ambito delle Chiese e nei Movimenti e comunità spirituali dove ormai non si riesce più a fare un capitolo generale o un’assemblea senza i professionisti della consulenza aziendale.

La consulenza sta emergendo però come seconda recente rivoluzione, che in pochi anni ha sostituito la prima forma che la cultura d’impresa aveva assunto nell’ultima parte del XX secolo, cioè il management scientifico. Infatti la prima forma che ha preso la cultura della grande impresa moderna è stata il management moderno, che ha preso a sua volta il posto della “vecchia” direzione d’impresa, sebbene senza ancora sostituire il vecchio imprenditore e lavorando con e per lui/lei. In realtà, il management scientifico è innovazione che risale alle grandi fabbriche manifatturiere della prima metà del XX secolo (non a caso si parla di “fordismo” e “taylorismo”), ma per oltre mezzo secolo e oltre la scienza del management era rimasta faccenda di ingegneri (non di economisti) ed era applicata soprattutto alla grande industria. È con gli anni ‘80 e ‘90 che il management scientifico si è esteso dalla fabbrica a ogni tipo di organizzazione, anche per il passaggio tecnologico al postfordismo. Con la fine del Millennio il fordismo è passato in molte regioni avanzate del mondo, non il suo modello di gestione delle relazioni lavorative e di governance. Così gli strumenti e le tecniche del management sono diventate cultura universale, che è uscita dalla fabbrica ed entrata nella società intera. Il manager prende così il posto da una parte dell’imprenditore e dall’altra del vecchio capo ufficio o dirigente pubblico.

Nella stagione di grande successo del management moderno è però accaduto qualcosa di veramente nuovo. È esplosa la società liquida, che entrata per prima nelle imprese. Con lavoratori liquidi, quindi fragili e insicuri, il management non funzionava più, perché anche l’impresa manageriale aveva bisogno di lavoratori già formati all’etica delle virtù nella famiglia e nella comunità. In particolare, il nuovo manager aveva pur sempre bisogno della gerarchia, e quindi lavoratori che le attribuissero un valore e che accettare di essere guidati e “controllati” con gli strumenti del management – essenzialmente incentivi e controllo. I manager si ritrovavano così inondati da una enorme richiesta di attenzione, di lamentele, di conflitti, di crisi relazionali collettive e individuali, lavoratori che stavano cambiando troppo profondamente. A loro volta, i manager non avevano, quasi mai, luoghi più “alti” nei quali scaricare e compensare le tensioni che accumulavano, perché le imprese perdevano le famiglie di imprenditori che le avevano generate. La domanda di cura delle relazioni che investiva il middle e top manager si bloccava nel management senza avere questo altri luoghi di supervisione dove gestire questa domanda proveniente dal basso delle imprese.

È in questo contesto di grande cambiamento che esplode qualche anno fa la consulenza. Già esisteva da qualche decennio, ma col XXI secolo diventa qualcosa di diverso e universale. Accanto ai manager e quello che restava dell’imprenditore nelle grandi imprese (molto poco) si è formata una pletora molto varia di consulenti, ai quali si sono aggiunti psicologi del lavoro, esperti della felicità e del benessere lavorativo, filosofi pratici del senso, della mission e dello scopo (purpose), ma anche sacerdoti, suore ed esperti di meditazione trascendentale e delle spiritualità arcaiche del Pacifico per l’accompagnamento e la formazione alla spiritualità d’azienda, per non parlare delle nuove figure di coach e counselors che si presentano ai nostri studenti come la professione sicura del futuro. Così, mezzo secolo fa a guidare le imprese erano gli imprenditori, trent’anni fa i manager, oggi i consulenti, che stanno sostituendo imprenditori e manager.

In tutto questo processo due sono i fenomeni analizzati con particolare cura dalle autrici de Il grande imbroglio: l’infantilizzazione delle aziende e l’outsourcing delle competenze. L’infantilizzazione (trattata nel capitolo 6) dei governi, delle imprese e ormai delle organizzazioni e di ogni istituzione nasce dalla loro progressiva riduzione di autonomia. Il libro, dati alla mano, fa vedere che si sta creando una vera addiction da consulenti, chiamati da imprenditori e manager sempre più insicuri; e poi come accade in tutte le dipendenze senza sostanza, per mantenere domani la stessa soddisfazione di oggi devo aumentare la dose (p.156). Imprese e imprenditori ridotti a bambini non autonomi, che per ogni scelta si rivolgono all’esterno in certa di sicurezze – la presenza delle grandi società di consulenza è anche una sorta di “certificazione” delle relazioni e della gestione delle emozione, simile alle antiche certificazioni di qualità.

Ecco perché la consulenza non cresce per offerta indotta; no, è guidata dalla domanda, perché sono le imprese (e le istituzioni) che – drogate – ne chiedono sempre di più: «L’offerta è una risposta ad una domanda» (p.104). I consulenti svolgono anche una funzione psicologica (p.127). L’infantilizzazione è dunque perdita di autonomia nelle decisioni e quindi di responsabilità e di controllo sulle scelte che vengono “appaltate” a soggetti terzi che finiscono per essere i veri conduttori delle istituzioni di oggi. Le autrici vedono anche la politica nazionale e internazionale ormai guidata soprattutto da consulenti, con un enorme problema di conflitto di interessi, perché sono le stesse compagnie di consulenza che da una parte assistono i governi per ridurre l’impatto ambientale e dall’altra le imprese per aiutarle ad aumentarlo (p.241).

Interessante poi un punto sottolineato nella parte centrale del libro: la quota di valore aggiunto che va alla consulenza non è tecnicamente profitto ma una rendita (pp.103 e seguenti), perché è parte di un gioco a somma zero con gli imprenditori, una sorta di tassa invisibile che non di rado viene traslata nei prezzi delle merci al consumo. C’è, infine, un ultimo grande pericolo che le autrici denunciano. È quello rappresentato dalla crescita nel capitalismo attuale di un potere senza responsabilità, perché i consulenti non possono e non vogliono rispondere delle conseguenze per i loro consigli che sono sempre più sostitutivi e non sussidiari alle decisioni delle imprese. Quindi non sta entrando in crisi solo l’economia ma – come ripetono molte volte Mazzucato e Collingon – è l’intero impianto democratico in sofferenza.

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Analisi. Un recente, argomentato saggio assai critico («Il grande imbroglio») offre utili provocazioni su un sistema ormai dominante. Al paradigma del management si sta sostituendo quello dei consulenti

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 07/12/2023

Al crescente ricorso delle aziende alla consulenza è dedicato il saggio critico "Il Grande Imbroglio" (Laterza) delle economiste Mariana Mazzucato e Rosie Collington

Perché le società di consulenza da strumento di aiuto alle imprese sono diventate una debolezza di imprese, governo e istituzioni? Quando e perché la consulenza, un’industria che oggi sfiora i mille miliardi di dollari, si è trasformata da risorsa nella principale malattia della nostra economia? Il Grande Imbroglio («The big Con»), il libro scritto dalle economiste Mariana Mazzucato e Rosie Collington (Laterza, 2023), tratta esattamente questi temi: «La nostra analisi dell’industria della consulenza traccia un quadro cupo della situazione attuale. Tutti questi contratti con società di consulenza che interpretano i ruoli più vari indeboliscono le imprese, infantilizzano il settore pubblico e distorcono l’economia» (p.12). Per capire la novità del libro occorre fare una lunga premessa.

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Dalle imprese al capitalismo la consulenza si prende tutto?

Dalle imprese al capitalismo la consulenza si prende tutto?

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 Editoriali - Religione del consumo e nuovi culti

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 24/11/2023

 Il Black Friday è diventato l’inizio dell’anno liturgico della religione capitalistica. Come ogni nuova religione che intende soppiantarne una pre-esistente, anche il capitalismo consumista sostituisce le feste cristiane con le sue nuove feste, e sovrappone i suoi tempi liturgici a quelli precedenti. Quando una religione subentra ad un’altra non cambia l’antico ritmo del tempo sacro, più semplicemente lo occupa, e ne cambia il senso. È infatti interessante che il Black Friday segua il giorno del Ringraziamento, una delle feste religiose dei primi pellegrini.

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E così, dopo aver ormai da tempo restituito il Natale alla sua prima natura di festa pagana (il ‘sol invinctus’ dei romani), e dopo aver messo a reddito le ancestrali feste dei morti con Halloween, il consumismo ha introdotto il suo avvento.

È questa sostituzione delle feste che dice, con grande efficacia, che siamo entrati nell’era post-cristiana. Perché, come ci ricordava nell’autunno del 1921 il grande filosofo e teologo russo Pavel Florenskij: “Il punto di partenza della cultura è il culto perché la realtà originaria, nella religione, non sono i dogmi e nemmeno i miti, ma il culto, ovvero una realtà concreta”. Nessuna religione diventa cultura senza culto, e il consumismo è diventato religione perché il nostro mondo è immerso nel culto del consumo. E come nel Medioevo il cristianesimo divenne cultura perché la religione cristiana entrava in ogni operazione e gesto della vita delle persone (campane, preghiere, calendari, feste, spazi misurati in avemarie, parole, narrazioni…), oggi l’economia è diventata cultura universale grazie al suo culto e culti quotidiani (comprare, vendere, pubblicità, misurare, linguaggio, narrative e storytelling delle imprese).

Mentre Florenskij pronunciava le sue lezioni di filosofia all’Accademia Teologica di Mosca, negli stessi mesi il filosofo ebreo Walter Benjamin scriveva le sue note sul Capitalismo come religione, pagine tra le più profetiche del Novecento: “Il capitalismo è una religione puramente cultuale, la più estrema forse che mai sia stata data. Tutto, in esso, ha significato soltanto in rapporto immediato con il culto; non conosce nessuna particolare dogmatica, nessuna teologia”. Una religione di sola prassi, di solo culto, senza metafisica: “La trascendenza di Dio è caduta. Questo passaggio del pianeta uomo attraverso la casa della disperazione, nell’assoluta solitudine della propria orbita, è l’ethos che caratterizza Nietzsche. Quest’uomo è il superuomo, il primo che, riconoscendo la religione capitalistica, comincia ad adempierla”. Quindi, per Benjamin, “il cristianesimo nell’età della Riforma non ha agevolato il sorgere del capitalismo, ma si è tramutato nel capitalismo”. E la domanda diventa: chi è il superuomo del capitalismo, quell’oltre-uomo capace di vivere in un mondo dove il Dio (ebraico-cristiano) è morto perché “lo abbiamo ucciso noi” (La Gaia Scienza)?

Dopo le analisi di Max Weber, abbiamo pensato che il grande eroe del capitalismo (protestante-calvinista), il suo superuomo, fosse l’imprenditore, un protagonista non molto diverso dal capitalista di Marx e dall’industriale di Saint-Simon. Per Benjamin, però, non è così, o quantomeno non è più così. La prima stagione del capitalismo dell’Otto e Novecento aveva avuto come eroe l’imprenditore-capitalista, che grazie al successo negli affari sperava di essere benedetto e predestinato. Ma col passaggio di millennio il superuomo del capitalismo è diventato il consumatore. Inoltre, il tratto saliente della nuova religione di puro culto è per Benjamin “la durata permanente del culto”, perché “il capitalismo è la celebrazione di un culto ‘senza tregua e senza pietà’. Non ci sono giorni feriali; non c’è giorno che non sia festivo, nel senso spaventoso del dispiegamento di ogni pompa sacrale, dello sforzo estremo del venerante”. Il sogno del consumatore-devoto è un Black Friday di 24 ore al giorno che duri tutto l’anno, un mondo dove il sacrificio (lo sconto) sia permanente - il sacrificio viene offerto dalle imprese al consumatore, invertendo la logica originaria dei sacrifici tradizionali, a dirci che l’idolo-superuomo non è il profitto dell’impresa, né la merce, ma il consumatore.

Finché il capitalismo si era espresso come un’etica dell’impresa e del lavoro era rimasto una faccenda elitaria e di classe; è stato il passaggio dall’impresa al consumo a trasformarlo in religione universale (cattolica) e popolare, che ha occupato pienamente e profondamente l’anima dei popoli comunitari dei Sud, quelli legati all’etica della vergogna e al consumo vistoso, dove la retorica produttiva non era riuscita ad entrare. Il culto universale poteva avvenire solo uscendo dalla fabbrica ed entrando nei consumi, dove la benedizione si ottiene semplicemente consumando, meglio se a debito, un debito-schuld dal quale il nuovo capitalismo è riuscito ad eliminare l’antico senso di colpa.

Ogni religione popolare tende a moltiplicare le sue feste, perché piacciono al popolo e piacciono ai sacerdoti che ci guadagnano. Negli anni quaranta del Settecento, Antonio Ludovico Muratori, lanciò una forte battaglia culturale e politica per cercare di convincere papi e vescovi dell’importanza di ridurre le feste di precetto nella Chiesa cattolica, che in quegli anni erano state fissate a trentasei l’anno, oltre alle domeniche. Il sacerdote Muratori voleva ridurre le feste perché era convinto che la proliferazione delle feste peggiorasse la condizione dei poveri: “Per i poveri come va?” (Lettera del 14.8.1742). Le molte feste oltre a ridurre i giorni di lavoro portavano infatti i poveri ad indebitarsi per far festa. Ieri, e oggi.
Con l’avanzare del nuovo culto consumista dobbiamo aspettarci una nuova proliferazione delle feste di precetto, perché il consumatore va venerato. Alle antiche trasformate se ne aggiungeranno di nuove. I nuovi sacerdoti si arricchiranno grazie ai loro ‘sacrifici’, e i poveri saranno sempre più distratti e sempre più poveri.

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 Editoriali - Religione del consumo e nuovi culti

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 24/11/2023

 Il Black Friday è diventato l’inizio dell’anno liturgico della religione capitalistica. Come ogni nuova religione che intende soppiantarne una pre-esistente, anche il capitalismo consumista sostituisce le feste cristiane con le sue nuove feste, e sovrappone i suoi tempi liturgici a quelli precedenti. Quando una religione subentra ad un’altra non cambia l’antico ritmo del tempo sacro, più semplicemente lo occupa, e ne cambia il senso. È infatti interessante che il Black Friday segua il giorno del Ringraziamento, una delle feste religiose dei primi pellegrini.

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Indebitarsi per la festa

Indebitarsi per la festa

 Editoriali - Religione del consumo e nuovi culti di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 24/11/2023  Il Black Friday è diventato l’inizio dell’anno liturgico della religione capitalistica. Come ogni nuova religione che intende soppiantarne una pre-esistente, anche il capitalismo consum...
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Opinioni - In occasione della VII Giornata mondiale dei Poveri istituita da Papa Francesco, studiare insieme soluzioni di progresso

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 19/11/2023 *

La povertà è parte della condizione umana. L’essere umano, l’Adam, è anche un povero. Lo è quando nasce e per molti anni della sua infanzia, lo è quando si ammala, quando invecchia, lo è quando muore. Perché la povertà non è altro che una declinazione della fragilità, della non-autonomia e della vulnerabilità, che sono dimensioni costitutive della vita di ogni donna e di ogni uomo, ieri, oggi, e sempre, sebbene la storia dell’umanità sia anche una buona lotta per ridurre la fragilità dell’esistenza. La povertà, dunque, non riguarda gli altri: riguarda noi. Al tempo stesso, le povertà sono molte, e il riconoscere la comune condizione di povertà degli esseri umani non deve distrarci dal distinguere le forme della povertà, dall’individuare quelle ingiuste, evitabili, alleviabili ed eliminabili.

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Il Vangelo ha generato una sua propria visione della povertà, diversa e rivoluzionaria, che non è diventata cultura. Il Cristianesimo ha seguito l’insegnamento di Gesù in molte cose, poco nella sua visione della povertà. Gesù ha chiamato i poveri ‘beati’, ha proposto ai suoi seguaci la rinuncia alla ricchezza per ottenere una libertà diversa e più grande. E poi, alla sua sequela, è arrivato Francesco che amò la povertà alla follia, al punto di fare dell’altissima povertà l’ideale della sua vita, modello per i suoi tanti fratelli e sorelle che continuano ancora a scegliere liberamente la povertà evangelica anche per liberare coloro che la povertà non la scelgono ma la subiscono.

 Per questa ragione, nei vangeli la parola povertà ha una semantica diversa da quella usata dai governi, dagli economisti, dalle istituzioni. Perché la povertà cristiana non indica solo un male, una mancanza, una malattia da combattere, e se insieme alle povertà cattive dovessimo eliminare dalla terra anche le povertà di Gesù, di Francesco, di Madre Teresa e dei loro tanti seguaci (cosci e inconsapevoli) il mondo sarebbe davvero molto più povero. La povertà del Vangelo ha uno spettro molto ampio, che va dalla tragedia della miseria fino alla beatitudine di chi sceglie la povertà come via di liberazione e auto-liberazione per una diversa felicità.

Papa Francesco ha scelto per questa settima Giornata mondiale dei poveri una bella frase tratta dal Libro di Tobia: “Non distogliere lo sguardo dal povero” (Tb 4,7). La Chiesa è interessata prima di tutto al povero, ai nuovi poveri di oggi (nelle solitudini, nei cambiamenti climatici, nella perdita di senso del vivere) e a quelli di ieri; quindi è interessata alle persone concrete, solo dopo al concetto astratto di povertà. La realtà è superiore all’idea, quindi i poveri sono più importanti della povertà. Ecco perché è molto significativo che oggi sia la giornata dei poveri. È necessario non distogliere lo sguardo dalle persone che si trovano in condizioni di povertà: guardarle, poi toccarle, abbracciarle.
Sono molti i significati di questo invito a non distogliere lo sguardo dal povero, a vederlo, guardarlo. Il nostro capitalismo non capisce i valori della povertà, non stima i poveri, li disprezza perché ne ha paura di riconoscere la propria povertà (l’aporofobia), e quindi li nasconde illudendosi che distogliendo lo sguardo si possano eliminare i poveri. Ogni cura di un povero inizia dal decidere di volerlo vedere, da qualcuno che chiama quella sua povertà e le grida: ‘vieni fuori’.

 Una importante dimensione del ‘non distogliere lo sguardo dal povero’ l’ha indicata Papa Francesco ai giovani di ‘The Economy of Francesco’: “Anche nella teologia abbiamo troppe volte ‘studiato i poveri’ ma abbiamo poco studiato ‘con i poveri’: da oggetto della scienza devono diventare soggetti, perché ogni persona ha storie da raccontare, ha un pensiero sul mondo: la prima povertà dei poveri è essere esclusi dal dire la loro, esclusi dalla stessa possibilità di esprimere un pensiero considerato serio. Si tratta di dignità e rispetto, troppo spesso negati” (6 ottobre 2023). Troppo rari sono infatti i pensieri, i libri, gli studi dei poveri sulla loro condizione e sulla condizione di tutti. Questa mancanza di ascolto e di riconoscimento del loro punto di vista è l’origine di molta sofferenza delle persone povere. Senza ascoltare cosa i poveri pensano di loro stessi e dei loro problemi anche le azioni esterne sono inefficaci se non dannose. Tutto questo si chiama sussidiarietà, che porta a riconoscere che la prima competenza, quella davvero essenziale per uscire dalle povertà cattive, è la competenza che possiede chi vive dentro quella concreta e specifica condizione di povertà. Chi è più distante ha altre competenze preziose e necessarie solo se e quando arrivano dopo, come aiuto, sussidio, alla quella prima competenza che ha solo chi vive dentro il suo problema, quasi mai riconosciuta come tale.

Ecco perché questa giornata dei poveri potrebbe essere una preziosa occasione per ascoltare il pensiero, le parole, le idee dei poveri, sulla loro vita e anche sulla nostra, perché il mondo visto dalla prospettiva di Lazzaro che raccoglie le briciole dei nostri lauti pasti rivela paesaggi e prospettive diverse e necessarie per comprenderlo. Diamo loro la parola, non per compassione ma per stima e interesse. Ascoltiamoli, non distogliamo lo sguardo dal loro volto e neanche dal loro pensiero e dalle loro parole. Non basta guardare i poveri: occorre anche ascoltare la loro narrazioni del mondo, riconoscere il loro diritto a raccontare storie, visioni, sogni. Nessun povero coincide con la sua povertà, perché è più grande del suo problema, ed è in questa eccedenza tra la persona e la sua povertà dove si trova il principio della sua liberazione.

Lo sguardo sul povero è essenziale, ma non basta. Il Vangelo ci offre anche qui spunti importanti. Nel racconto dell’episodio del cieco di Gerico si legge: “Mentre si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare… Allora gridò dicendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». Quelli che camminavano avanti lo rimproveravano perché tacesse” (Lc 18,35-38). Ogni povertà non-scelta (come era la cecità nel mondo antico) è anche l’impossibilità di gridare perché chi è attorno al povero gli strozza il grido in gola - per vergogna, per non disturbare, per illudersi che le povertà non esistano. Allora insieme al non distogliere lo sguardo è essenziale non distogliere l’orecchio dal grido del povero - nella Bibbia l’orecchio è più importante degli occhi: Dio non si vede, ma è una voce che parla. Il cieco di Gerico nonostante i tentativi dei discepoli di zittirlo “gridava ancora più forte” (18,39), e Gesù lo ascoltò e lo guarì; a ricordarci che il primo diritto fondamentale del povero è il diritto al grido, e il primo dovere fondamentale degli uomini e delle donne è l’ascolto responsabile di quel grido.

Infine, un grande meccanismo collettivo che il nostro sistema economico-sociale ha trovato per distogliere lo sguardo dal povero è la meritocrazia. Questa incontra facili consensi perché si presenta come una nuova e migliore forma di giustizia e persino di inclusione dei poveri; ma appena si va a guardare i frutti che genera si capisce immediatamente che la meritocrazia, con la sua retorica del merito, è essenzialmente una ideologia che si illude di non vedere il povero cambiandogli semplicemente nome, chiamandolo demeritevole. La meritocrazia sta sempre più assumendo le sembianze di una religione, e quindi di una teodicea, cioè una spiegazione e giustificazione del male e del disordine del mondo. Di fronte al dato di fatto che sulla terra gli esseri umani hanno sorti e fortune diverse, questa apparente ingiustizia dell’ordine sociale viene spiegata e giustificato ricorrendo ad un principio etico che ristabilisce l’ordine razionale e giusto che appare violato: se sei ricco la tua ricchezza dipende (o deve dipendere) dai tuoi meriti, e quindi se sei povero la tua povertà è frutto del tuo demerito. Così il dato di fatto della povertà (e della ricchezza) diventa un dato di giustizia - il povero merita la sua sventura, come cercavano di argomentare gli amici di Giobbe, che però non si lasciò convincere da quelle antiche teologie del merito.

Il giorno in cui l’ultimo povero si convincerà dei suoi demeriti, i ricchi saranno tranquilli e giustificati nel loro non-sguardo e non-ascolto, il culto meritocratico sarà finalmente perfetto. E i poveri continueranno, invano, a gridare, fuori dal nostro sguardo.

* pubblichiamo qui la versione integrale dell'articolo, pubblicata su Avvenire in forma ridotta

Credits foto: © Sebastiano Cerrino

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Opinioni - In occasione della VII Giornata mondiale dei Poveri istituita da Papa Francesco, studiare insieme soluzioni di progresso

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 19/11/2023 *

La povertà è parte della condizione umana. L’essere umano, l’Adam, è anche un povero. Lo è quando nasce e per molti anni della sua infanzia, lo è quando si ammala, quando invecchia, lo è quando muore. Perché la povertà non è altro che una declinazione della fragilità, della non-autonomia e della vulnerabilità, che sono dimensioni costitutive della vita di ogni donna e di ogni uomo, ieri, oggi, e sempre, sebbene la storia dell’umanità sia anche una buona lotta per ridurre la fragilità dell’esistenza. La povertà, dunque, non riguarda gli altri: riguarda noi. Al tempo stesso, le povertà sono molte, e il riconoscere la comune condizione di povertà degli esseri umani non deve distrarci dal distinguere le forme della povertà, dall’individuare quelle ingiuste, evitabili, alleviabili ed eliminabili.

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Non va mai distolto l'orecchio dal loro grido

Non va mai distolto l'orecchio dal loro grido

Opinioni - In occasione della VII Giornata mondiale dei Poveri istituita da Papa Francesco, studiare insieme soluzioni di progresso di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 19/11/2023 * La povertà è parte della condizione umana. L’essere umano, l’Adam, è anche un povero. Lo è quando nasce e per...
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Quest’anno, per il suo evento globale, l’Economy of Francesco (EoF) ha scelto come titolo "la venticinquesima ora". 

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 06/10/2023

Quello di oggi 6 ottobre è il quarto global event di EoF da quando Papa Francesco scrisse il 1° maggio 2019 la lettera di convocazione per giovani economisti, imprenditori e imprenditrici, change makers, che si è presto rivelata un benedetto tocco della mano della Provvidenza che ha risvegliato coscienze, autentiche vocazioni civili di giovani che si sono sentiti chiamati per nome e hanno risposto con la loro tipica generosità generativa.

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L’immagine di un’ora in più, quell’ora che inizia quando le 24 ore del giorno sono finite, ha ispirato racconti e film, a cominciare dal romanzo del 1949 dello scrittore rumeno Constantin Virgil Gheorghiu. La nostra generazione e quella precedente hanno inventato la globalizzazione, Internet, hanno realizzato la rivoluzione della longevità, i robot e l’intelligenza artificiale, i Suv e le auto elettriche; ma mentre facevano tutto ciò hanno consumato ed esaurito le 24 ore che erano a nostra disposizione da quando, oltre mezzo secolo fa venne lanciato l’SOS della Terra (si pensi al rapporto del Club di Roma sui limiti della crescita, nel 1972).

Un SOS che non coinvolge solo la Terra perché il tempo è scaduto anche per la giustizia nei confronti dei poveri, degli scartati, di molte popolazioni indigene, di troppe donne umiliate, di troppi bambini che non riescono ad andare a scuola e a vivere la vita che dovrebbero vivere, dei troppi migranti respinti, della estinzione delle piante, degli animali, della biodiversità delle foreste, dei mari, dei deserti, dell’atmosfera, dei ghiacciai, della creazione che mai come in questo nostro tempo geme e soffre. Sono passate le molte ore del giorno, poco tempo fa siamo entrati nell’ultima ora, ma non ce ne siamo accorti.

Chi lo aveva capito, invece, certamente per i poveri, per gli scartati, per i bambini, per la Chiesa, era Don Lorenzo Milani, di cui quest’anno ricorre il centenario dalla nascita. In una delle sue pagine più profetiche scriveva la “lettera dall’oltretomba” ai futuri “missionari cinesi” che sarebbero arrivati in Europa nell’anno duemila (cinquant’anni dopo la sua lettera), per rievangelizzare una Europa dove, nel frattempo, la fede cristiana era scomparsa, lasciando soltanto rovine di campanili e di chiese abbandonate.

Concludendo la sua lettera così scriveva: « Non abbiamo odiato i poveri, abbiamo solo dormito. Ma quando ci siamo svegliati era troppo tardi: i poveri erano partiti senza di noi» (Esperienze Pastorali, 1958). E se la Chiesa perde i poveri perde sé stessa, perde l’anima, si smarrisce, perché la Chiesa vive solo dove si può ripetere con Gesù: “beati i poveri”, senza vergognarsi. Anche noi tutti abbiamo dormito, e mentre dormivamo le ore trascorrevano, prima lente poi via via più veloci. Il tempo trascorreva sulla nostra indifferenza, che col passare degli anni è diventata sempre meno innocente e sempre più colpevole. Ma, grazie a Dio, abbiamo un’ora in più. Siamo ancora vivi. Forse Dio ha ascoltato i suoi profeti che, come Abramo, lo implorano di dare un’altra opportunità alle nostre “Sodoma e Gomorra”.

È la preghiera di san Francesco, di papa Francesco - i due Francesco di EoF -, di Chiara, dei molti giovani e adolescenti che da anni stanno gridando per salvare la terra e gli scartati, dei molti profeti del nostro tempo, spesso anonimi e sconosciuti, che continuano a combattere, pregare e sperare che la Terra e i poveri abbiano un futuro - per ottenere un’ora in più, un’ora donata, di un tempo in più, che Dio sta facendo alla terra e ai poveri. Una supplica che questa volta è stata esaudita. L’EoF è parte di quest’ora donata, e lo è insieme ai tanti che stanno tenendo viva la speranza. Perché, quando nella Bibbia alla terra è donata una nuova speranza, il segno è l’Emmanuel, un bambino, un giovane. Lo aveva detto Papa Francesco nel suo messaggio a EoF nell’ottobre del 2021: «Voi siete l’ultima generazione che ci può salvare, non esagero». Oggi ad Assisi si celebrano la responsabilità e la gioia di questa ora donata. È l’ora della gratuità, l’ora che poteva non esserci e che invece c’è.

Credits foto: © Luca Sarà

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Quest’anno, per il suo evento globale, l’Economy of Francesco (EoF) ha scelto come titolo "la venticinquesima ora". 

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 06/10/2023

Quello di oggi 6 ottobre è il quarto global event di EoF da quando Papa Francesco scrisse il 1° maggio 2019 la lettera di convocazione per giovani economisti, imprenditori e imprenditrici, change makers, che si è presto rivelata un benedetto tocco della mano della Provvidenza che ha risvegliato coscienze, autentiche vocazioni civili di giovani che si sono sentiti chiamati per nome e hanno risposto con la loro tipica generosità generativa.

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C'è una 25esima ora per la Terra, prendiamocene la responsabilità

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Recensione al saggio di Luca Ricolfi La rivoluzione del merito

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 20/09/2023

Il saggio di Luca Ricolfi La rivoluzione del merito (Rizzoli, 2023) è una convinta e tenace difesa del merito che, a sua detta, può convivere con una critica alla meritocrazia. Il sociologo torinese denuncia subito il suo sconcerto «di fronte al fuoco di sbarramento che una parte così cospicua del mondo progressista sta alzando contro il merito» (p. 12), perché, sostiene (con molti altri), che il merito sia «l’unico strumento che chi sta in basso ha per sfidare chi sta in alto» (p. 13).

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La pietra angolare del suo edificio pro-merito è l’Articolo 34 della Costituzione, in particolare il comma 3: «I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». È la scuola, infatti, università inclusa, il centro della sua rivoluzione. Perché è qui che dovrebbe essere evidente a tutti che solo i meritevoli e i capaci (MC, come li chiama) dovrebbero oggi accedere «ai livelli più alti degli studi» e così rifornire domani le élite dei migliori. Ci ricorda (p. 69) il dato di partenza di ogni teoria del merito, cioè che il merito non coincide con il talento, ma è una combinazione di talento e impegno, e quindi di dimensioni non meritevoli (Dna, famiglia) e meritevoli (responsabilità individuale). Una tesi che appare ovvia ma che ovvia non è affatto. Perché chiunque osservi la realtà si rende conto che neanche l’impegno e la responsabilità individuale sono, se non in infima parte, merito del singolo. Tornare a casa da scuola e poter studiare è un “merito” che non tutti hanno né avevano, perché se torni a casa e devi lavorare per campare o vivi con altri cinque fratelli in una stanza, concentrarsi per fare gli esercizi con il teorema di Ruffini non è così “ovvio”. Un discorso che oggi non va collocato soltanto nelle campagne di mia madre e mio padre (che a casa non hanno mai avuto neanche una scrivania né un libro) o nelle periferie di Napoli, ma in tutte le nostre scuole frequentate da centinaia di migliaia di bambini, bambine e ragazzi emigrati, che raramente sarebbero selezionati come CM dalle aristocrazie scolastiche di Ricolfi. Quindi anche la componente di impegno nell’algoritmo meritorio è più provvidenza e fortuna che merito; e quando questa componente c’è (e spesso c’è) è comunque troppo fragile per farla diventare il muro maestro della società democratica, forse solo di quella signorile.

Il punto cruciale, che è anche la grande debolezza, del discorso di Ricolfi sta nel prendere l’Articolo 34 come un dogma di fede rivelata, o come un assioma naturale autoevidente e in quanto tale eticamente perfetto e quindi da non discutere democraticamente. E invece quell’articolo è proprio tra quelli che andrebbero presto riformati e cambiati. Perché chi ha, o avrebbe diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi non solo soltanto i bambini e giovani “capaci e i meritevoli” ma tutti; e se va cercata una priorità questa andrebbe trovata tra i meno capaci e i meno meritevoli, perché l’essere o non essere MC non è merito dei bambini. È diritto fondamentale di noi homines sapiens poter diventare qualcosa di diverso dal nostro destino, come ricorda Amartya Sen (che Ricolfi riesce eroicamente ad annoverare tra i critici dell’egualitarismo), un diritto che diventa assoluto quando abbiamo a che fare con bambini e giovani (università inclusa). E se con le borse di studio – che nel sistema Ricolfi svolgono il ruolo di salvatrici della giustizia del sistema – consento soltanto ai poveri MC di poter studiare, sto impedendo a troppi ragazzi e ragazze non-MC di liberarsi dalle ombre del loro destino; perché il concetto di “migliori” è posizionale, ha bisogno di non-migliori, quello di meritevole di quello di demeritevole: e nessun sistema aristocratico – cioè il governo dei migliori, come è quello di Ricolfi – può includere tutti nel sistema MC. Le “borse di studio” andrebbero quindi date a tutti gli studenti, sotto forma di qualità degli insegnanti, delle strutture scolastiche, degli atenei, dei programmi gratuiti pomeridiani per chi rimane indietro. Aiutare chi “non ha i mezzi” è faccenda ancora diversa dai meritevoli e migliori, che invece Ricolfi tratta dentro lo stesso ragionamento: perché i figli dei più poveri devono poter andare a scuola fino al dottorato non perché entrino nel club degli happy few dei meritevoli, ma perché hanno diritto a studiare, e basta, anche senza essere nei “top5%”.

La società che ha in mente Ricolfi è quella retta dal cosiddetto Teorema di San Matteo: «A chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha». Ecco perché la storia italiana ha già superato l’articolo 34, ma in un modo diverso da quello auspicato da Ricolfi: sono stati gli insegnanti di sostegno la più grande borsa di studio che ha consentito a molti non MC di raggiungere i livelli più alti degli studi, innalzando l’inno più alto alla democrazia. Ciò che ingenuamente sfugge a Ricolfi è infatti la natura tutta economica della retorica del merito: l’ondata di merito e di meritocrazia non è entrata nella politica e quindi nella scuola per merito dei pedagogisti e dei filosofi; è arrivata dritta dalle business school e dalle società di consulenza globale, che hanno importato la logica del business dentro ogni ambito della vita sociale. Ma la mossa prometeica del saggio è il tentativo di annoverare Don Milani tra i laudatores del merito, cercando di convincerci che il priore è stato solo oggetto della «deformazione del suo messaggio» (p. 65). Quale era allora il suo messaggio? La sua denuncia riguardava “la strage di poveri” (Lettera a una professoressa, p. 42, edizione Mondadori) operata dalla scuola. La scuola che “sognava” e praticò Don Milani si trova agli antipodi da quella immaginata da Ricolfi: «Perché il sogno dell’uguaglianza non resti un sogno vi proponiamo tre riforme: 1. Non bocciare; 2. A quelli che sembrano cretini dargli la scuola a tempo pieno; 3. Agli svogliati basta dargli uno scopo» (pp. 66-67). Lo scopo principale, forse unico, della scuola di Ricolfi è quella di diventare finalmente un meccanismo per selezionare i MC; per Milani lo scopo della scuola è far crescere tutti, è dare a tutti la possibilità di conoscere “le parole”, non solo ai MC, categoria che contestava alla sua radice perché, esperto di Bibbia e di teologia, sapeva bene che le vecchie e nuove teologie del merito sono sempre state inventate per convincere i poveri che erano demeritevoli e poi incolparli della loro povertà. Per Don Milani la natura e la vocazione della scuola è far sì che possibilmente tutti i bambini e giovani siano aiutati a trovare la loro via all’eccellenza – e in questo Don Milani è allievo di un altro Don: Giovanni Bosco.

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Recensione al saggio di Luca Ricolfi La rivoluzione del merito

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 20/09/2023

Il saggio di Luca Ricolfi La rivoluzione del merito (Rizzoli, 2023) è una convinta e tenace difesa del merito che, a sua detta, può convivere con una critica alla meritocrazia. Il sociologo torinese denuncia subito il suo sconcerto «di fronte al fuoco di sbarramento che una parte così cospicua del mondo progressista sta alzando contro il merito» (p. 12), perché, sostiene (con molti altri), che il merito sia «l’unico strumento che chi sta in basso ha per sfidare chi sta in alto» (p. 13).

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Recensione al saggio di Luca Ricolfi La rivoluzione del merito di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 20/09/2023 Il saggio di Luca Ricolfi La rivoluzione del merito (Rizzoli, 2023) è una convinta e tenace difesa del merito che, a sua detta, può convivere con una critica alla meritocrazia. Il so...
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Una istituzione da sempre al centro di grandi contestazioni e dibattiti, che spesso però sono stati alimentati da fuoco ideologico: lo dimostrano anche gli studi di Adriano Prosperi, ora in volume

di Luigino Bruni

pubblicato su Agorà di Avvenire il 19/09/2023

La storia del cristianesimo è anche la storia di un paradosso. Nato da un fondatore che, a leggere i Vangeli, era un sovversivo sistematico e intenzionale dell’ordine costituito, un contestatore di leggi religiose per fare entrare le persone in un “Regno” dove l’unica legge fosse la libertà dello Spirito, dopo qualche secolo si è trasformato in un sistema religioso che ha ricreato ortodossie, persecuzioni dei dissidenti, lacci e laccioli teologici più severi di quelli degli scribi e dei farisei contro i quali Gesù si scagliava con grande forza durante la sua vita. È forse l’inevitabile sorte dei carismi che si trasformano in istituzioni: all’inizio le prime strutture e regole nascono per servire il carisma, poi, nel tempo, ne prendono il posto fino a sostituirlo completamente se una continua ‘distruzione creatrice’ non fa rinascere il carisma sulla morte delle sue istituzioni. Ecco perché il modo più proficuo e corretto di leggere i rimproveri che Gesù rivolgeva alle autorità religiose del suo tempo è pensarli come rivolte oggi alle istituzioni che il cristianesimo ha generato e genera: e così che il vangelo continua a liberarci, ogni giorno.

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L’Inquisizione è una istituzione da sempre al centro di grandi contestazioni e dibattiti, spesso animati e alimentati da fuoco ideologico. Adriano Prosperi, Accademico dei Lincei, ha dedicato all’inquisizione, agli eretici moderni e alla confessione auricolare una buona parte della sua lunga ricerca, che ha avuto nel saggio I tribunali della coscienza (1996) una tappa fondamentale. Il libro fu accolto da vivaci reazioni, dentro e fuori l’ambito cattolico, ricevendo molti plausi insieme a qualche critica dei colleghi, inclusa quella di Giovanni Romeo del 1999 (“Quaderni storici”), che rilevava, tra l’altro, una insufficienza di analisi empirica dell’indagine. Prosperi si è occupato molto anche di Controriforma, perché sebbene la fondazione dell’Inquisizione sia faccenda medioevale - fondamentale per la sua nascita fu la bolla di Lucio III del 1184 (Ad abolendam)-, l’istituzione del Sant’Uffizio (o Inquisizione romana) ad opera di Paolo III con la bolla Licet ab initio del 21 luglio 1542 è direttamente legata alla reazione contro la Riforma protestante. Siamo alla vigilia del Concilio di Trento, venticinque anni dopo le 95 tesi di Lutero. I venti scismatici ed eretici soffiavano già da tempo anche sotto le Alpi, e la Chiesa cattolica mise in campo le sue migliori forze per evitare che il germe luterano contaminasse tutta l’Europa. Per Prosperi, i nuovi ordini religiosi (i Gesuiti su tutti, senza dimenticare Cappuccini, Teatini, Somaschi ed altri) e il Sant’Uffizio furono i principali strumenti per bloccare l’epidemia protestante. lI foro esterno era gestito dall’Inquisizione, il foro interno dai confessori, due fori complementari, dove il confessionale divenne il terminale finale dell’Inquisizione. Da qui «la creazione di guide specializzate, di direttori e di confessori, capaci di orientare l’individuo nel fantastico labirinto» (De Ruggero, Rinascimento, Riforma e Controriforma, Laterza 1947).

Negli ultimi anni gli studi sulla Inquisizione e sulla Controriforma hanno conosciuto una nuova primavera: « Il “segreto del S. Uffizio” nel corso degli ultimi anni è stato sempre più limato e corroso dal permesso concesso a singoli studiosi di accedere alla documentazione romana… Anche lo scrivente è stato ammesso a consultare questi documenti: sono segni nuovi, che vanno al di là della ristretta economia di una specifica ricerca», scrive Prosperi nel suo nuovo libro Inquisizioni (Quodlibet, pagine 758, euro 32,00). La liberalizzazione dell’accesso alle carte dell’Archivio del Sant’Uffizio per gli studiosi era stata annunciata formalmente dalla Congregazione per la Dottrina della Fede il 22 gennaio del 1998, quindi ormai più di un quarto di secolo fa. Una data che segna anche una svolta negli studi storici sull’Inquisizione, di cui Adriano Prosperi è tra i principali protagonisti internazionali. Il volume Inquisizioni è una raccolta di 29 articoli sul tema pubblicati dall’autore tra il 1983 e il 2022, aperto da un importante testo inedito “Alle origini della coscienza”, che traccia le coordinate scientifiche, storiche ed etiche dell’intero volume. Il tema della libertà di coscienza attraversa infatti tutti i capitoli del libro, poiché la grande fatica che la Chiesa cattolica fece a riconoscere questa specifica libertà della persona fu il centro dell’umanesimo (o del disumanesimo) della Controriforma. Il mancato riconoscimento iniziava dalla teologia e finiva nella prassi pastorale. Infatti, per il Bellarmino (1587), un teologo importante della Controriforma, «la libertà di coscienza predicata dagli eretici era una libertà degna dei figli del diavolo, peggiore di ogni schiavitù (filiorum diaboli non filiorum dei) ». E il solo evocare la libertà di coscienza era già di per sé segnale eloquente di contagio luterano: «Non per niente Bellarmino dette di Lutero un giudizio feroce, dedicandogli termini tali da farlo apparire come un essere diabolico, mostruoso». Per Prosperi la paura per i frutti perversi che poteva portare la libertà di coscienza, ha prodotto i suoi effetti fino alla stesura della nostra Costituzione repubblicana. La prima versione dell’articolo 7, la cui redazione venne affidata all’on. Lelio Basso, «socialista, già partigiano e uomo di cultura sensibile alla tradizione evangelica», recitava: «Nessun limite può porsi alla libertà di coscienza». Questa versione dell’articolo 7 fu però sostituita nella versione finale «dai rapporti tra la Repubblica Italiana e la Santa Sede con l’inserimento in Costituzione dei Patti Lateranensi e quindi anche del Concordato. Quei Patti erano stati un grande successo per il regime fascista, tanto che la data dell’11 febbraio era stata dichiarata giorno festivo con vacanza scolastica. Tale doveva restare fino al 1977». Ci si poteva aspettare, in questo contesto, un riferimento a Ernesto Buonaiuti, personaggio la cui storia è una sintesi della lotta per libertà di coscienza nella Chiesa cattolica nel primo Novecento, che invece non c’è né qui né in nessuna altra pagina del volume.

Importante è il capitolo sulla santità dissimulata e “affettata”, dove, tra l’altro, è riportato il caso interessante del francescano portoghese Amadeo Ménes da Silva che in un suo libro aveva affermato che «le immagini della Madonna sono da considerare l’equivalente dell’eucarestia». A tale proposito Prosperi commenta: «La discussione lacerante sulla presenza reale che impegna le diverse tendenze teologiche dell’età della Riforma non è che la punta più elevata di un bisogno di presenza e di comunicazione col divino che attraversa tutte le manifestazioni del rapporto coi santi». Così, mentre i corpi dei santi e le loro reliquie erano presenti nel mondo e certificabili, quelle di Gesù e di Maria erano invece assenti dalla terra: ecco allora l’importanza dell’eucaristica e delle rappresentazioni artistiche mariane che fungevano da sostituti (si pensi alle icone), ma «la differenza di protezione che i fedeli avvertivano non era necessariamente a vantaggio del culto eucaristico », che restava realtà teologica (la “transustanziazione”) troppo distante dal popolo, che conosceva altri ‘accidenti’ diversi da quelli sacramentali e preferiva toccare e baciare santi e le loro reliquie.

Molto spazio è dedicato al rapporto tra l’Inquisizione e gli ebrei, da cui emergono fatti nuovi e a volte sorprendenti. Nella Chiesa cattolica «rimase profondamente radicata una forte ostilità antiebraica», lo sappiamo, che portava ancora nell’Ottocento l’arcivescovo di Pisa «a rifiutare di sedersi a tavola con l’ebreo professor Alessandro D’Ancona», come ci testimonia una lettera di Domenico Comparetti (il bisnonno di Don Lorenzo Milani). La scelta ufficiale della Chiesa di Roma fu comunque quella di «mantenere la presenza ebraica, rinunciando a seguire il modello spagnolo dell’alternativa secca tra espulsione e conversione»; anche perché, dato il divieto di usura tra cristiani, gli Stati e i mercanti italiani avevano un bisogno vitale della finanza ebraica (che, per la loro religione, potevano prestare ai cristiani). Una buona notizia, infine, per gli economisti italiani: «Invece il ruolo degli ebrei nella nascita della società mercantile fu sottolineato da Antonio Genovesi». In effetti, scorrendo le Lezioni del Genovesi (del 1765-1767) i riferimenti agli ebrei sono in genere benevoli o neutrali, e in un passaggio vengono lodati per aver inventato la “lettera di cambio” strumento decisivo per la crescita dei commerci internazionali. E riguardo le dure persecuzioni agli ebrei perché accusati di usura, così Genovesi commenta: «Confessiamo nondimeno che… quasi tutte le leggi emanate contra gli ebrei sentono più d’invidia e d’odio pubblico che abbiano di sedata ragione. La legge non debbe incollerirsi; ella è ragione, non passione». Parole di una sorprendente attualità e bellezza.

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Una istituzione da sempre al centro di grandi contestazioni e dibattiti, che spesso però sono stati alimentati da fuoco ideologico: lo dimostrano anche gli studi di Adriano Prosperi, ora in volume

di Luigino Bruni

pubblicato su Agorà di Avvenire il 19/09/2023

La storia del cristianesimo è anche la storia di un paradosso. Nato da un fondatore che, a leggere i Vangeli, era un sovversivo sistematico e intenzionale dell’ordine costituito, un contestatore di leggi religiose per fare entrare le persone in un “Regno” dove l’unica legge fosse la libertà dello Spirito, dopo qualche secolo si è trasformato in un sistema religioso che ha ricreato ortodossie, persecuzioni dei dissidenti, lacci e laccioli teologici più severi di quelli degli scribi e dei farisei contro i quali Gesù si scagliava con grande forza durante la sua vita. È forse l’inevitabile sorte dei carismi che si trasformano in istituzioni: all’inizio le prime strutture e regole nascono per servire il carisma, poi, nel tempo, ne prendono il posto fino a sostituirlo completamente se una continua ‘distruzione creatrice’ non fa rinascere il carisma sulla morte delle sue istituzioni. Ecco perché il modo più proficuo e corretto di leggere i rimproveri che Gesù rivolgeva alle autorità religiose del suo tempo è pensarli come rivolte oggi alle istituzioni che il cristianesimo ha generato e genera: e così che il vangelo continua a liberarci, ogni giorno.

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L'inquisizione, verità e ideologia

L'inquisizione, verità e ideologia

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Cambiare la destinazione sociale, vendere ad altre comunità, a istituzioni e realtà non profit, o affidarsi al mercato? Ogni soluzione è preferibile all’abbandono

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 26/08/2023

«Progetto di recupero dell’ex-convento delle clarisse per la realizzazione di un relais con Spa». Cantieri con cartelli simili se ne trovano ormai molti, soprattutto nei borghi italiani più belli che nei secoli hanno visto sorgere un numero straordinario di conventi, monasteri, chiese, grazie alla grande biodiversità carismatica del bel Paese. Il paesaggio italiano non sarebbe patrimonio dell’umanità senza i profili di cattedrali, pievi e chiostri, nelle città e nelle campagne.

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La laica spietata analisi dei dati della demografia della vita religiosa ci dice però qualcosa che non ci piace ascoltare: nel giro di uno o due decenni la grande maggioranza, forse il 90%, degli edifici religiosi saranno vuoti, e molti lo sono già. La tendenza è iniziata oltre mezzo secolo fa, ma, anche in questo caso, quando ce ne siamo accorti era già troppo tardi. Che cosa fare concretamente? Le chiese e gli immobili vuoti, venduti o messi in vendita, sono la punta di un iceberg di qualcosa di molto più vasto, trascurato e multidimensionale. Innanzitutto c’è una questione direttamente economica e quindi civile.

Questi conventi e monasteri all’origine erano beni comuni, perché nati dalle comunità civili e perché quei religiosi e religiose si occupavano anche di poveri, dei malati, di scuole, hanno inventato il nostro welfare. Quando oggi un convento viene ceduto ad una multinazionale for-profit che lo trasforma in una Spa, i fruitori non sono più tutti gli abitanti di quel borgo ma solo i “solventi”: quel bene da pubblico diventa privato, con un’estrazione privata di valore un tempo pubblico.

In secondo luogo, queste strutture sono state generate dalla vita, da una vita cristiana comunitaria, da bisogni concreti delle persone, delle comunità, dei poveri. Il loro sottoutilizzo o inutilizzo di oggi segnala una forte diminuzione dei bisogni che li hanno fatti nascere. Nei secoli passati le opere erano sorte per una forza intrinseca del carisma ma anche come risposta concreta alle sfide del loro ambiente. Il mondo cambia, mutano le forme con cui si esprime un dato bisogno, e le opere dei carismi fanno fatica ad inserirsi in questo duplice cambiamento (si pensi solo al tema della messa in regola). Si comprende allora che un primo essenziale lavoro delle comunità religiose dovrebbe consistere nell’attualizzare la domanda carismatica originaria. Se, ad esempio, una congregazione era nata per l’educazione delle ragazze povere di inizio Ottocento, la nascita di scuole fu la risposta normale alla domanda carismatica.

Ma oggi, con la scuola pubblica e universale in molti Paesi, quale risposta dovrebbe generare quella stessa domanda? Forse quella congregazione dovrebbe spostarsi sulle frontiere educative delle ragazze “povere” di oggi (marginalità, migranti, disagio), cambiando quindi le risposte concrete per restare fedeli alle domande; quando invece ci si affeziona alle risposte che il carisma ha dato ieri (scuole) si finisce per dimenticare le domande che le avevano generate: la fedeltà di oggi alle risposte di ieri diventa infedeltà al carisma. Le “case vuote”, gli immobili oziosi e pigri (che si usano, ad esempio, tre settimane l’anno per esercizi spirituali), segnalano quindi non solo una crisi della comunità religiosa ma anche una crisi più ampia dei mondi vitali attorno ad esse – quindi la soluzione può emergere da entrambi i luoghi, perché le vocazioni al carisma che ieri si esprimevano in una sola forma (consacrata) oggi possono assumerne di nuove (es. famiglie). Quando, infatti, accanto alle attuali strutture ci sono comunità vive e dinamiche, si assiste ad autentiche resurrezioni di quelle antiche strutture.

C’è poi un terzo discorso, cruciale, sul famigerato “mercato”. Uno sguardo negativo e prevenuto nei confronti del “mercato” che si interessa agli immobili religiosi non aiuta nessuno. Quando il mercato – una impresa, un fondo, una banca … – si avvicina ad un immobile, questo interesse segnala già qualcosa di serio. Dice che, almeno per il mercato, in quella “casa” c’è un valore. E questo valore rivelato è già un fatto positivo: non sarà un valore spirituale ma è quantomeno un valore economico-finanziario. E se una struttura esprime un qualche valore, quella struttura è ancora viva e può continuare a generare altro valore e valori. Spesso il mercato svolge una funzione analoga a quella che svolgono gli eredi che vendono la preziosa biblioteca di un loro parente illustre studioso.

Mettendoli sul mercato fanno rivivere quei libri polverosi nelle case dei nuovi amatori che li compreranno: i libri vengono liberati dagli scaffali-loculi, la dispersione genera nuova vita. Da qui un messaggio: un immobile venduto è molto preferibile ad un immobile che va in malora e diventa una ferita infetta della comunità, di un territorio, di una città. Dovremmo essere coscienti che il vero problema degli immobili religiosi oggi non è la mancanza di un valore spirituale: il dramma è l’assenza spesso di ogni valore perché quella struttura non vale più nulla, da nessun punto di vista. Certo, non tutti i valori sono uguali e non tutte le nuove destinazioni dell’immobile hanno lo stesso valore in una prospettiva carismatica. Una scuola di suore che continua a fare scuola grazie ad una cooperativa sociale ha un valore carismatico maggiore di una ex-scuola che diventa un centro massaggi; come sono certamente preferibili quei progetti di rivalutazione di un ex-convento destinandolo ad un uso pubblico (museo, università, ospedale, carcere …), come sta accadendo con il convento dei Cappuccini di Chiavenna o a Monte Uliveto. Ma – e questo è il punto – molto meglio un centro benessere che le erbacce e i vetri rotti! In questi casi per non vendere ci vogliono ragioni etiche molto forti (sospetti di illegalità, truffe, riciclaggio, immoralità della nuova attività); in tutti gli altri casi anche il mercato “normale” può essere una soluzione possibile, e scartarlo è una scelta irresponsabile. Non è quasi mai la soluzione ottima, ma è in ogni caso migliore dell’abbandono – il discernimento è scelta tra opzioni non ottime.

Anche per queste scelte vale il principio di sussidiarietà: 1. In primis tentare la soluzione con le comunità più vicine dal punto di vista spirituale e carismatico per vagliare la possibilità che l’immobile possa continuare a vivere nella sua missione originaria, mettendosi insieme con altre comunità simili (per una casa di riposo comune, per un centro per ritiri…), o passando il testimone a nuove comunità con carismi simili. 2: se dopo aver fatto bene e senza fretta questa prima analisi non emerge nessuna soluzione concreta, si passa al secondo livello: istituzioni pubbliche, fondazioni, mondo non-profit, e si cercano progetti che possono essere anche misti con i soggetti del primo livello più vicino, per salvare la “vocazione” dell’immobile. 3: se infine non emerge nulla neanche in questa seconda ricerca, il mercato va preso sul serio, molto sul serio, perché in genere la quarta alternativa che resta è l’abbandono, e quindi spese ingenti per la messa in sicurezza, tristezza quotidiana nel vederlo appassire, pessimismo collettivo… Anche il mercato può trovare a quell’immobile una nuova vita, una nuova vocazione, diversa ma ancora viva.

Quando si sceglie la via del mercato occorre imparare la lingua e le regole del mercato: organizzarsi, studiare, farsi aiutare delle persone giuste (il tema dei consulenti è centrale e delicatissimo), essere prudenti come i serpenti mentre si conserva il candore carismatico delle colombe, evitando che i serpenti eliminino le colombe (e viceversa). Importante è poi decidere subito la destinazione dei profitti della vendita – non è in genere una buona soluzione quella che destina i proventi solo a riserve per le spese future: senza il coraggio di nuovi investimenti il futuro non fiorisce. Infine, c’è un ragionamento più radicale. Gli immobili non sono fini in sé stessi. Ogni volta che sulla terra è arrivata una grande novità spirituale – da Abramo a Cristo – tutto è iniziato perché qualcuno ha lasciato una casa, un riparo sicuro e si è messo a camminare verso la terra del non-ancora. Le case e le strutture tendono per loro natura a trattenerci nel passato, a farci guardare l’Egitto e i suoi mattoni.

San Francesco intuì che il tempo nuovo sarebbe iniziato rimettendosi a camminare, mendicanti, lungo la strada, tornando “quelli della via”. Sentì talmente forte il desiderio della povertà della strada da vivere con forte disagio la nascita dei conventi immobili dei suoi frati, invitandoli fino alla fine alla sequela povera del “figlio dell’uomo che non sa dove posare il capo”. Per quanto ci piacciono e li amiamo, perché portatori di stigmate di vita e di amore, dobbiamo essere coscienti che i nostri immobili sono quasi sempre vestigia di un cristianesimo che sta tramontando nelle sue forme di culto e di vita; non sta tramontando il messaggio del vangelo con la sua promessa, sta finendo solo la Christianitas come l’abbiamo immaginata. Siamo in un tempo molto simile all’esilio biblico. L’invasione dei babilonesi significò la distruzione del tempio e delle case, e all’inizio dell’esilio sembrava impossibile poter ancora vivere: smisero di cantare, appesero le cetre sui salici lungo i fiumi di Babilonia. Ma un giorno capirono qualcosa di decisivo: che Dio era vivo e presente anche senza tempio e senza le case di ieri, e in quella spoliazione totale riscoprirono il valore dell’arameo errante e la libertà della tenda nomade. In esilio si impara a risorgere, perché si torna finalmente poveri e liberi, come nel primo giorno.

Oggi c’è un vitale bisogno di una nuova e forte capacità di rimettersi a camminare liberi e poveri, e di farlo insieme - ne va il futuro stesso della Chiesa. Se qualche struttura aiuta nel cammino va valorizzata. Delle altre dobbiamo solo liberarci, perché non ci impediscano i nuovi necessari “folli voli”, ad ogni età, e le pietre non diventino i padroni delle persone e dei carismi. Ciò che veramente conta è ripartire con un bagaglio leggero. Le case più importanti sono quelle di domani, che saranno di meno e diverse da quelle che abbiamo costruito ieri: più tende mobili e meno palazzi, più accampamenti e meno templi. Case che poi lasceremo ancora per ritornare pellegrini dell’assoluto.

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Cambiare la destinazione sociale, vendere ad altre comunità, a istituzioni e realtà non profit, o affidarsi al mercato? Ogni soluzione è preferibile all’abbandono

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 26/08/2023

«Progetto di recupero dell’ex-convento delle clarisse per la realizzazione di un relais con Spa». Cantieri con cartelli simili se ne trovano ormai molti, soprattutto nei borghi italiani più belli che nei secoli hanno visto sorgere un numero straordinario di conventi, monasteri, chiese, grazie alla grande biodiversità carismatica del bel Paese. Il paesaggio italiano non sarebbe patrimonio dell’umanità senza i profili di cattedrali, pievi e chiostri, nelle città e nelle campagne.

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Immobili degli ordini religiosi una nuova vita oltre i mattoni

Immobili degli ordini religiosi una nuova vita oltre i mattoni

Cambiare la destinazione sociale, vendere ad altre comunità, a istituzioni e realtà non profit, o affidarsi al mercato? Ogni soluzione è preferibile all’abbandono di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 26/08/2023 «Progetto di recupero dell’ex-convento delle clarisse per la realizzazione di un re...
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Recensioni - Torna in libreria un saggio dove la studiosa si domanda perché l’ebraicità del Nazareno sia stata eclissata tanto tra i cristiani quanto tra gli israeliti. Una questione che tocca l'antisemitismo

di Luigino Bruni

pubblciato su Agorà di Avvenire il 13/08/2023

La poesia, l’arte, la scienza, la letteratura sarebbero infinitamente più povere senza il contributo essenziale del mondo ebraico. Àgnes Heller (1929-2019) è una intellettuale che resta inaccessibile senza prendere molto sul serio la sua cultura ebraica e quindi la Bibbia. Filosofa ungherese, è tra le pensatrici più significative della seconda metà del XX secolo. Sopravvissuta ad Auschwitz, ha lavorato a una rifondazione etica del pensiero moderno, prima alla scuola di Gyorgy Lukács a Budapest e poi esule nel mondo – alla Statale di Milano ha tenuto il 24 ottobre del 2018 una delle sue ultime lectio magistralis. Espulsa dall’università nel 1959 fu osteggiata dal regime comunista ungherese che mal tollerava la sua lettura libera e non ideologica del marxismo del quale pure rivalutò alcune istanze umanistiche ed etiche (a partire dalla radice ebraica di Marx), che le costò un lungo esilio, prima in Australia e poi negli Usa, dal 1977 al 1989. Criticò ogni forma di totalitarismo, incluso il regime di Orban con il quale è stata molto severa fino al termine della sua vita.

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Lo studio della Bibbia è parte integrante del suo pensiero etico. La Heller filosofa è infatti inseparabile dalla Àgnes ebrea, come emerge anche dai suoi studi sui profeti (Oltre la giustizia, il Mulino, 1990). Si è formata all’interno del grande dibattito mitteleuropeo, sul messianismo e sull’escatologia occidentale (Taubes, Löwith, Rosenzweig, Benjamin e lo stesso Lukács), dove il marxismo era indagato dalla prospettiva della fine e del fine della storia. Il messianismo occupa infatti un posto centrale anche nella filosofia della Heller. In una bella intervista spiegava il senso del suo “messianismo della sedia vuota”, che le proviene direttamente dalla tradizione ebraica, in particolare dal rito del Seder di Pesah quando le famiglie durante la cena lasciano una sedia vuota perché Elia profeta potrebbe arrivare (Malachia 3,23) e annunciare la venuta del Messia: «Bisogna lasciare una sedia vuota davanti al Messia. Chiunque si sieda su quella sedia, chiunque la occupi, è un falso Messia. Abbiamo avuto molte lezioni su questo nella storia recente; più volte abbiamo appreso che era giunto un nuovo Messia, che era giunto il momento della salvezza. Si è sempre trattato di un falso Messia. Dunque quella sedia deve rimanere vuota» (Àgnes Heller, Una vita per l’autonomia e la libertà, il Mulino, 1995). Ma, continua la Heller, quella sedia non si può togliere altrimenti il «rito sarà finito», lo spirito abbandonerà la comunità e «saranno le banalità a occupare l’immaginazione» – e lo stiamo vedendo sempre meglio.

La sedia lasciata vuota e che tale deve restare è anche una chiave di lettura di Gesù l’ebreo, una raccolta di saggi pubblicata in ungherese nel 2000 e ora ripubblicata da Castelvecchi. Il testo si apre con una frase molto efficace che ci introduce direttamente nel cuore del tema: «Il Gesù cristiano è risorto il terzo giorno. Ci vollero duemila anni per far risorgere anche il Gesù ebreo». In quale senso il Gesù ebreo è appena risorto e perché sarebbe restato nel sepolcro per quasi duemila anni? In realtà, la derivazione del cristianesimo dall’ebraismo non è stata mai negata dalla Chiesa, tanto è vero che la tesi di Marcione che voleva eliminare dal canone cristiano tutto l’Antico Testamento per affermare la totale discontinuità del cristianesimo rispetto all’ebraismo, è stata già nel II secolo considerata eretica e la Chiesa ha inserito tutta la Bibbia ebraica nelle proprie sacre scritture – a dire, tra l’altro, che per capire Gesù non bastano i vangeli né il Nuovo Testamento: è necessaria la Bibbia intera.

La tesi della Heller non è un’indagine sul “marcionismo” più o meno presente nel cristianesimo (se ne troverebbe molto), ma una riflessione sulle ragioni che hanno fatto sì che fino a tempi recenti (si pensi, oltre alle molte opere citate nel saggio dalla Heller, a Un ebreo marginale di John P. Meier, Queriniana, 2001) l’ebraicità di Gesù di Nazareth sia stata eclissata sia tra i cristiani che tra gli ebrei: «Il cristianesimo definì la propria identità in contrapposizione all’ebraismo, mentre quest’ultimo si comportava come se non avesse nemmeno preso atto del cristianesimo come religione». Le spiegazioni cristiane di questa lunga eclissi, continuata e cresciuta ben oltre la Palestina del I secolo, sono ben note e legate alla lunga e vergognosa storia dell’antisemitismo, di cui la Heller ha testimonianza diretta. Interessanti sono anche le ragioni ebraiche dell’eclissi.

Il cristianesimo nasce come scisma dall’ebraismo (quantomeno dal giudaismo) e come eresia ebraica. Per gli ebrei era teologicamente impossibile che Gesù fosse “Il Signore”, il Kyrios, perché nella Settanta (la traduzione greca della Bibbia ebraica) Kyrios era la traduzione di Adonai, cioè il nome pronunciabile che si usava ad alta voce tutte le volte che si incontrava il nome impronunciabile di Dio (il tetragramma YHWH). La teologia (e la prassi pastorale) di Paolo aveva poi accentuato la differenza tra il nuovo portato da Gesù e la Legge di Mosè. Il “dialogo” si complicò ulteriormente quando i primi concili risolsero la questione di Gesù nei dogmi trinitari, dove a Gesù Cristo, il Figlio, il Logos, viene riconosciuta la persona divina e la stessa natura del Padre e dello Spirito. Riconoscere l’ebraicità di Gesù Cristo non era dunque una operazione facile per gli ebrei, di ieri e di oggi. Sarebbe, in linea teorica, relativamente facile per gli ebrei riconoscere il dato storico di un Gesù nato “sotto la Legge” e in quanto tale ebreo; ma «la storia del Gesù ebreo finisce con la sua morte in croce», mentre il Gesù (Cristo) delle fede “inizia” con la resurrezione. La Heller infatti ricorda che fino al Golgota il Gesù ebreo non è troppo diverso da quello cristiano: «Il Padre nostro del cristianesimo riveste lo stesso ruolo dello Shemà Israel nell’ebraismo… Tutti gli insegnamenti di Gesù, i logoi e le parabole, provengono da Gesù prima della Pasqua». Il problema inizia nel percorso che porta dal Golgota al sepolcro vuoto. Perché riconoscere il Cristo come ebreo (non solo Gesù), cioè affermare che Gesù restò veramente ebreo anche dopo la resurrezione e dopo la teologia dei vangeli e di Paolo, è stato per quasi due millenni qualcosa di estremamente arduo da ambo le parti, e questo riconoscimento, a livello di religioni, non c’è stato.

Per cercare di riaprire o spingere avanti il dialogo sul Gesù ebreo, nel suo breve libro (in realtà nei soli primi tre capitoli) la Heller fa alcune operazioni precise. Si sofferma in particolare sulla narrativa cristiana della morte di Gesù, che a partire dagli stessi vangeli è stata incentrata sulla uccisione di Dioda parte degli ebrei: il famigerato deicidio, che lei mette in discussione e nega:«dire che gli ebrei hanno ucciso Gesù è primo di senso quanto dire che gli ungheresi hanno ucciso Imre Nagy». La Heller, citando la letteratura recente su questo, ricorda che la morte di Gesù nacque da un suo conflitto con il tempio (i sacerdoti e la loro “industria”) da cui derivò la denuncia che si concluse con una crocifissione voluta e deliberata da Ponzio Pilato, quindi dai romani. È infatti molto probabile che tutte le titubanze e le incertezze di Pilato durante il processo riguardo la condanna a morte di Gesù che riportano i vangeli siano materiale tardo e polemico dei primi cristiani in conflitto con il mondo giudeo. Pilato ordinò molte, forse centinaia di crocifissioni durante i suoi anni in Palestina, e dalle fonti extrabibliche sappiamo che era un governatore spietato. Detto poi per inciso, i vangeli non hanno nessun dubbio a dire che la morte del Battista sia stata voluta ed eseguita da Erode, cioè dal re ebreo: se fossero stati veramente soltanto gli ebrei a volere anche la morte di Gesù, perché inserire Pilato? Probabilmente l’evidenza storica sul ruolo decisivo (sebbene non esclusivo) dei romani era talmente evidente negli anni 60-70 del I secolo che gli evangelisti non potevano negarla né tacerla, e così l’hanno semplicemente complicata e attenuata. Le divergenze tra gli evangelisti sul resoconto del processo del sinedrio sono un segnale del ruolo redazionale che hanno svolto «le controversie tra la giovane comunità cristiana e il giudaismo, con la chiara tendenza a colpevolizzare i giudei e a scagionare i romani» (G. Rossè, Il vangelo di Luca, Citta Nuova, 1992, p. 935). Così la Heller, citando Sheehan (The first coming…), afferma, con un certo coraggio esegetico, che «non è vero che la folla ebrea urlò “Crocifiggilo”, o “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”… Queste frasi sono i prodotti della violenta lotta tra il primo cristianesimo e l’ebraismo» (p. 39).

Se allora furono i romani, in probabile alleanza con alcuni giudei e sacerdoti, a uccidere Gesù, buona parte dell’antisemitismo si è fondato per duemila anni su un equivoco, su una forte esagerazione narrativa di un conflitto storico tra i primi cristiani e i giudei (soprattutto a Gerusalemme), un conflitto che, tramite la sacralizzazione datagli dai vangeli, si è esteso in tutta l’eta cristiana, fino all’altroieri. Se Gesù non è stato ucciso dagli ebrei (o dai giudei), allora la resurrezione del Gesù ebreo oggi dovrebbe essere più facile sul lato cristiano, dove riconoscere un legame forte del cristianesimo con l’ebraismo, tramite Gesù ebreo, dovrebbe essere più semplice. E sul lato ebraico? La non-resurrezione del Gesù ebreo è stata dall’inizio legata alla resurrezione del Gesù cristiano: sarà sempre così? Il Gesù che può risorgere oggi sarà il Gesù non-risorto, cioè il Gesù dell’insegnamento fino alla sua morte, inclusa la croce? A questo riguardo è molto bello il racconto, che riporta la Heller, di Chaim Potok, Il mio nome è Asher Lev, dove si narra di un giovane (Asher Lev) con una spiccata vocazione a diventare pittore (fatto complesso in una religione che nega l’immagine). Questi dopo aver visto a Roma la Pietà di Michelangelo inizierà a dipingere soltanto rappresentazioni della Pietà, perché solo in essa riesce a scorgere «l’angoscia del mondo intero». A questo punto «nessuno nella sua comunità lo capisce più» (p. 29). Il rabbino invece benedice Asher Lev. E così commenta la Heller: «Egli vede ciò che verrà nascosto da duemila anni di persecuzione e oblio: vede nel crocifisso Gesù ebreo». Qui riposa la speranza della Heller – e nostra – di un nuovo tempo ecumenico tra ebrei e cristiani, che dovrebbe partire da un dialogo ebraico-cristiano non ideologico e meno escludente sul significato della resurrezione di Gesù e sul messianismo ebraico e cristiano. La lettura cristiana di Gesù come il Messia non deve spegnere l’attesa del suo ritorno promesso, e quindi la possibilità di rincontrarsi come popoli dell’attesa di un ritorno-arrivo, credenti nella speranza di un non-ancora.

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Recensioni - Torna in libreria un saggio dove la studiosa si domanda perché l’ebraicità del Nazareno sia stata eclissata tanto tra i cristiani quanto tra gli israeliti. Una questione che tocca l'antisemitismo

di Luigino Bruni

pubblciato su Agorà di Avvenire il 13/08/2023

La poesia, l’arte, la scienza, la letteratura sarebbero infinitamente più povere senza il contributo essenziale del mondo ebraico. Àgnes Heller (1929-2019) è una intellettuale che resta inaccessibile senza prendere molto sul serio la sua cultura ebraica e quindi la Bibbia. Filosofa ungherese, è tra le pensatrici più significative della seconda metà del XX secolo. Sopravvissuta ad Auschwitz, ha lavorato a una rifondazione etica del pensiero moderno, prima alla scuola di Gyorgy Lukács a Budapest e poi esule nel mondo – alla Statale di Milano ha tenuto il 24 ottobre del 2018 una delle sue ultime lectio magistralis. Espulsa dall’università nel 1959 fu osteggiata dal regime comunista ungherese che mal tollerava la sua lettura libera e non ideologica del marxismo del quale pure rivalutò alcune istanze umanistiche ed etiche (a partire dalla radice ebraica di Marx), che le costò un lungo esilio, prima in Australia e poi negli Usa, dal 1977 al 1989. Criticò ogni forma di totalitarismo, incluso il regime di Orban con il quale è stata molto severa fino al termine della sua vita.

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Àgnes Heller e la difficile riscoperta del “Gesù ebreo”

Àgnes Heller e la difficile riscoperta del “Gesù ebreo”

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Editoriali

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 30/07/2023

Il dibattito sul salario minimo tocca il cuore del patto sociale. Da quando il lavoro libero ha sostituito quello degli schiavi e dei servi, sappiamo che il “mercato del lavoro” non è sufficiente per definire il salario giusto. Il mercato, nel gioco di domanda e offerta, stabilisce un salario, ma affinché quel salario sia giusto c’è bisogno d’altro, il mercato da solo non basta, non è mai bastato per garantire la giustizia del salario e dell’economia. Perché il salario è il primo indicatore dei rapporti di potere in una data economia e società.

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Gli economisti classici, da Smith a Marx, non si ponevano il problema del giusto salario, perché sapevano che il salario era fissato al livello di sussistenza, quindi quello appena sufficiente a far sopravvivere la forza-lavoro. La crescita della democrazia è stata anche un lungo processo di liberazione del salario dalle gabbie della sussistenza e renderlo sempre più degno e giusto, primo strumento di libertà positiva -libertà di vivere la vita che si desidera vivere (Amartya Sen). Questo processo, però, ad un certo punto si inceppato e in alcuni ambiti è regredito. Ci sono oggi settori e mestieri dove i rapporti di forza sono tornati simili a quelli del primo capitalismo, dove quindi affidare il salario alle dinamiche di domanda-e-offerta significa soltanto legittimare rapporti di potere troppo asimmetrici. E quando una società non indovina il rapporto con i salari, sbaglia il rapporto con la vita e manda in crisi il patto sociale.

Questo la Bibbia lo sapeva molto bene. Il salario lo troviamo in rapporto alla generazione della vita: mogli e matrimoni (Genesi 29,15), bambini e allattamenti: «La figlia del faraone le disse: “Porta con te questo bambino [Mosè] e allattalo per me; io ti darò un salario”» (Esodo 2,9). Questioni dunque di vita e di morte. E nel Nuovo Testamento: «Il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre e che voi non avete pagato, grida» (Lettera di Giacomo 5,4).

Per capire l’urgenza e l’importanza del salario minimo dobbiamo allora allargare lo sguardo. Per la prima volta nella storia moderna c’è oggi un problema di scarsità di offerta di lavoro, un fenomeno che ha colto tutti di sorpresa. L’avvento dell’informatica, della robotica e dell’IA aveva fatto intravvedere un tempo di insufficiente domanda di lavoro da parte delle imprese, quindi una nuova disoccupazione di massa di un crescente «esercito (post)-industriale di riserva». Dopo il Covid ci siamo accorti che ci eravamo sbagliati: molti di coloro che ieri stavano lavorando oggi si licenziano (le “grandi dimissioni”) e molti imprenditori cercano lavoratori in settori cruciali e non li trovano più. La intravista “fine del lavoro” rischia di avverarsi sul lato opposto a quello immaginato trent’anni fa. Le ragioni sono molte, ma la percezione di un lavoro dipendente remunerato poco e male è di certo una ragione importante.

Se vogliamo evitare una crisi generalizzata per mancanza cronica di lavoratori dobbiamo dar vita ad un nuovo patto sociale, quindi rimettere politicamente in discussione i rapporti di forza che sono dietro i salari.

Ma c’è di più. Come ricordava Vittorio Pelligra su queste pagine (il 9.2.22), Henry Ford nel 1914 raddoppiò il salario giornaliero ai suoi operai. Ma non lo fece solo come una forma di “scambio parziale di doni” per aumentare la produttività del lavoro (che ci fu). Aumentò i salari anche perché sapeva, da buon imprenditore, che i suoi lavoratori erano anche gli acquirenti potenziali delle sue automobili, e incrementando i loro stipendi avrebbe incrementato anche le sue vendite future: la sua scelta fu dettata dal mutuo vantaggio non dall’altruismo. Oggi il mondo e l’economia sono diversi, ma finché l’aumento dei salari verrà letto solo come una diminuzione dei profitti delle imprese in un “gioco a somma zero”, non guarderemo la grande sfida dalla prospettiva giusta. Aumentare la quota di valori che va ai salari significa invece ridiscutere un nuovo patto sociale dove possano vivere meglio i cittadini che producono insieme a quelli che lavorano. Siamo dentro un cambiamento d’epoca; una accelerazione impressionante del tempo ha invecchiato molto velocemente le parole e le categorie dell’economia, dell’impresa, dei sindacati. Il vino nuovo richiede otri culturali nuovi per evitare che cedano si disperda tutto.

Un’ultima nota. Mentre discutiamo, finalmente, di salario minimo non ci dimentichiamo del grande tema del salario massimo. Mentre argomentiamo pro e contro i 9 euro l’ora (un valore che comunque va studiato di più e meglio), ci sono professioni che ne stanno guadagnando 900 o 9.000. Dietro la nuova crisi del lavoro c’è anche la percezione di una diseguaglianza sbagliata e sempre più insostenibile. Oggi il patto sociale è in crisi per salari troppo bassi e per compensi troppi alti - che sono, tra l’altro, profondamente intrecciati. Se il mercato è inadeguato per definire i salari minimi, lo è anche per stabilire i salari massimi. In entrambi i casi c’è di mezzo il potere di cui il mercato è dapprima la foto perfetta e poi amplificatore.

Dover dire la prima e l’ultima parola del “mercato del lavoro” è il buon mestiere della politica del XXI secolo. Al mercato restano tutte le altre parole, ma solo quelle tra la prima e l’ultima. Sono sempre molte, ma comunque non sono tutte, perché se il mercato occupa l’intero abbecedario della vita civile dimentica la lingua madre della democrazia.

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Editoriali

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 30/07/2023

Il dibattito sul salario minimo tocca il cuore del patto sociale. Da quando il lavoro libero ha sostituito quello degli schiavi e dei servi, sappiamo che il “mercato del lavoro” non è sufficiente per definire il salario giusto. Il mercato, nel gioco di domanda e offerta, stabilisce un salario, ma affinché quel salario sia giusto c’è bisogno d’altro, il mercato da solo non basta, non è mai bastato per garantire la giustizia del salario e dell’economia. Perché il salario è il primo indicatore dei rapporti di potere in una data economia e società.

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Salari minimi e salari massimi. Paga “giusta” e patto sociale

Salari minimi e salari massimi. Paga “giusta” e patto sociale

Editoriali di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 30/07/2023 Il dibattito sul salario minimo tocca il cuore del patto sociale. Da quando il lavoro libero ha sostituito quello degli schiavi e dei servi, sappiamo che il “mercato del lavoro” non è sufficiente per definire il salario giusto. Il merc...
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Editoriali - Le crisi dei sistemi e delle organizzazioni non si spiegano nè si superano finchè si resta dentro il sistema che la ha generate. Per questo è necessario compiere scelte radicali.

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 15/06/2023

È necessario distogliere lo sguardo da sé stessi, per vedere molto: anche di questa durezza hanno bisogno tutti coloro che salgono le montagne

(F. Nietzsche - Così parlò Zarathustra)

«L’esperienza insegna che il momento più critico per i cattivi governi è quello che registra i primi passi verso la riforma». Questa frase del filosofo e politico Alexis de Tocqueville (L’antico regime e la rivoluzione, 1856), è la base della cosiddetta “Legge” o il paradosso di Tocqueville. Per comprenderla è utile leggerla insieme a un altro brano: «L'odio che gli uomini nutrono nei confronti dei privilegi aumenta in proporzione al ridursi di questi ultimi, cosicché le passioni democratiche sembrano bruciare più ferocemente proprio quando hanno meno combustibile… L’amore per l’uguaglianza cresce costantemente insieme all'uguaglianza stessa» (Democrazia in America, 1840). Il (geniale) paradosso di Tocqueville suggerisce quindi un rapporto complesso tra le intenzioni dei riformatori e gli effetti non-intenzionali della riforma, che sono sempre quelli più importanti. Le aspettative generate nel popolo dai primi segnali di riforma non possono essere soddisfatte dai risultati raggiunti dai riformatori. Questa “legge” non è solo utile per capire la storia e il presente dei regimi dittatoriali che non di rado crollano proprio mentre iniziano le riforme democratiche o solo per comprendere perché altri regimi resistono con violenza di fronte alle prime richieste di diritti. In realtà, l’intuizione di Tocqueville ha una portata molto più ampia, perché può valere per ogni processo di riforma di organizzazioni, imprese e comunità.

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Pensiamo a un’azienda che vive una grave crisi legata alla necessaria uscita di scena dell’imprenditore-fondatore che però continua a detenere potere e controllo. Se il fondatore di fronte alle richieste del corpo aziendale inizia a delegare parte del potere, questo processo partecipativo può finire per far esplodere la crisi. Perché, suggerisce Tocqueville, non appena i collaboratori in crisi per cronica carenza democratica vedono i primi segni di cambiamento, iniziano a chiedere molto di più di quanto l’anziano imprenditore voglia e soprattutto possa fare. Queste richieste vengono quindi da lui percepite come eccessive e ingiuste, e spesso producono l’interruzione del processo partecipativo e esasperano le crisi in corso. Un corollario di Tocqueville direbbe dunque che nelle fasi di “fine regime” la soluzione migliore è il passaggio totale a una nuova proprietà e/o management, il fondatore dovrebbe ritirarsi e rinunciare ai processi di auto-riforma.

Ma l’intuizione di Tocqueville è particolarmente preziosa anche per comprendere qualcosa dei processi che stanno vivendo molte Organizzazioni a Movente Ideale (Omi), comunità carismatiche, associazioni, movimenti spirituali fondati nel ‘900 e che oggi, dopo la scomparsa dei fondatori, si trovano dentro processi di riforma. Questa legge lancia innanzitutto un messaggio ai riformatori: quando iniziate una riforma seria sappiate che le critiche aumentano, esplodono, perché le aspettative di riforma crescono molto più velocemente delle vostre riforme. Ma c’è di più. Se si osservano queste istituzioni ecclesiali e civili ci accorgiamo che molte di quelle che stanno tentando riforme stanno in realtà alimentando la loro crisi. Perché? Per restare alla suggestione del filosofo francese, i governi delle comunità che oggi stanno guidando la transizione sono inevitabilmente “cattivi” – non nel senso morale ma sul piano pratico, in quanto unfit, inadatti per le nuove sfide che devono o dovrebbero affrontare.

Una ragione principale di questa oggettiva inadeguatezza ha a che fare con la difficile gestione dell’eredità del passato. La forma di governo ereditata era stata disegnata sulla base delle persone dei fondatori, delle loro idiosincrasie e caratteristiche carismatiche; e in quanto tale poteva funzionare solo con e per i fondatori. Quella prima governance era un vestito fatto sulle misure della prima generazione. E anche quando, nei casi più felici, i fondatori hanno fatto di tutto per sganciare la “regola” dalle loro persone, non ci sono riusciti perché non potevano riuscirci. La “realtà è superiore all’idea”, e la sola realtà che i fondatori e i loro collaboratori avevano di fronte per immaginare la governance era la loro realtà concreta, il futuro non era una risorsa a loro disposizione. Quindi hanno disegnato una governance a loro immagine e somiglianza, adeguata quindi per gestire un’istituzione in quel particolare periodo storico, con quelle domande e problemi specifici. Non potevano fare altro. Hanno poi immaginato che chi sarebbe venuto dopo di loro avrebbe continuato la stessa dinamica relazionale della prima generazione, che sarebbero cambiate solo le persone ma gli “otri” (strutture) e il “vino” (carisma) sarebbero rimasti gli stessi, dalla funzione di presidenza fino ai ruoli periferici. Ma – e qui sta il punto decisivo – nessun successore può svolgere la funzione del fondatore perché era unica, irripetibile e quindi non-replicabile, come lo era il modello di governance centrato sulla sua figura. E come se non bastasse, in questo inizio di millennio la velocità della storia ha trasformato venti anni in due secoli, stravolgendo tutto.

Da qui un messaggio cruciale: la prima riforma radicale alla quale una comunità post-fondatore dovrebbe mettere mano è proprio quella della governance pensata dai fondatori. Se, invece, considera la prima governance come parte essenziale dell’eredità, come un elemento del nucleo immodificabile del carisma, la transizione tra la prima e seconda generazione può incepparsi e fallire.

Ma c’è un grosso problema: molte comunità spirituali amano le riforme dei piccoli passi, per poter coinvolgere tutti i protagonisti nelle decisioni, ascoltare i dissensi, vagliare e poi alla fine cambiare. E si capisce, perché tutto ciò è un valore. La legge di Tocqueville dice però altro: dopo la scomparsa dei fondatori c’è bisogno di una discontinuità assoluta e radicale di governance e governo, perché le crisi dei sistemi non si spiegano né superano finché si resta dentro il sistema che le ha generate. Siamo quindi di fronte a scelte tragiche: occorre decidere se andare piano per coinvolgere possibilmente tutti col rischio realissimo che quando arriveremo alla fine la “malattia” sarà diventata troppo grave e incurabile; oppure fare scelte parziali, poco partecipate, veloci ma capaci di curare il corpo finché siamo ancora in tempo. Questa seconda opzione richiede che chi riforma abbia una qualche idea della diagnosi e magari della terapia – che raramente c’è, perché non si coglie un fattore essenziale: non deve evolvere soltanto la governance, deve evolvere anche il carisma che cambia perché e finché è vivo (un carisma immodificabile è un carisma morto).

Il giusto re Ezechia quando iniziò la sua grande riforma religiosa si trovò di fronte ad una scelta decisiva: cosa fare dell’eredità di Mosè?! Tra le “reliquie” di Mosè c’era il serpente di bronzo con cui salvò nel deserto il popolo dai serpenti (Numeri 21). Ezechia «fece a pezzi il serpente di bronzo, che aveva fatto Mosè» (2 Re 18,4); quel re giusto fu capace di fare quella riforma decisiva perché ebbe il coraggio di eliminare una parte dell’eredità di Mosè: il serpente aveva svolto una funzione buona nell’origine ma in quella fase di riforma era diventato un ostacolo - aveva assunto tratti idolatrici. Ezechia conservò l’Arca dell’alleanza ma non il serpente: erano stati entrambi voluti e realizzati da Mosè, ma Ezechia distinse, separò, decise, tagliò. Scelse, e la Bibbia lo ha ringraziato.

Ogni riforma si blocca o produce effetti perversi se non si prova a distinguere l’arca dal serpente, se si salva tutto (arca e serpente) o se non si salva nulla (si distruggono entrambi). Occorre scegliere, anche rischiando di salvare il serpente e distruggere l’arca – una scelta sbagliata è preferibile ad una non-scelta. È probabile che la prima governance voluta dal Fondatore sia parte del serpente, anche se spesso viene confusa con l’Arca. E così per timore di tradire l’origine si finisce per tradire il futuro.

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Editoriali - Le crisi dei sistemi e delle organizzazioni non si spiegano nè si superano finchè si resta dentro il sistema che la ha generate. Per questo è necessario compiere scelte radicali.

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 15/06/2023

È necessario distogliere lo sguardo da sé stessi, per vedere molto: anche di questa durezza hanno bisogno tutti coloro che salgono le montagne

(F. Nietzsche - Così parlò Zarathustra)

«L’esperienza insegna che il momento più critico per i cattivi governi è quello che registra i primi passi verso la riforma». Questa frase del filosofo e politico Alexis de Tocqueville (L’antico regime e la rivoluzione, 1856), è la base della cosiddetta “Legge” o il paradosso di Tocqueville. Per comprenderla è utile leggerla insieme a un altro brano: «L'odio che gli uomini nutrono nei confronti dei privilegi aumenta in proporzione al ridursi di questi ultimi, cosicché le passioni democratiche sembrano bruciare più ferocemente proprio quando hanno meno combustibile… L’amore per l’uguaglianza cresce costantemente insieme all'uguaglianza stessa» (Democrazia in America, 1840). Il (geniale) paradosso di Tocqueville suggerisce quindi un rapporto complesso tra le intenzioni dei riformatori e gli effetti non-intenzionali della riforma, che sono sempre quelli più importanti. Le aspettative generate nel popolo dai primi segnali di riforma non possono essere soddisfatte dai risultati raggiunti dai riformatori. Questa “legge” non è solo utile per capire la storia e il presente dei regimi dittatoriali che non di rado crollano proprio mentre iniziano le riforme democratiche o solo per comprendere perché altri regimi resistono con violenza di fronte alle prime richieste di diritti. In realtà, l’intuizione di Tocqueville ha una portata molto più ampia, perché può valere per ogni processo di riforma di organizzazioni, imprese e comunità.

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Dopo la scomparsa dei fondatori l’unica regola è la discontinuità

Dopo la scomparsa dei fondatori l’unica regola è la discontinuità

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L’analisi. Dopo la Festa del Primo Maggio, grande occasione per “pensare” una dimensione fondante della vita di persone e comunità

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 03/05/2023

«Parlateci di miglioramenti materiali, di libertà, di felicità. Predicate invece il Dovere ai nostri padroni, alle classi che ci stanno sopra e che trattando noi come macchine fanno monopolio dei beni che spettano a tutti. A noi parlate invece di diritti, parlate del modo di rivendicarli, lasciate che abbiano esistenza riconosciuta». Questa pagina non è tratta dalla relazione dell’ultimo congresso sindacale; sono parole di Giuseppe Mazzini, dal suo I doveri dell’uomo (1860). Ed è la paradossale attualità di queste antiche parole a dirci la buona ragione che ci ha portato a festeggiare, ancora una volta, il Primo Maggio.

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Le feste non sono tutte uguali. In genere si festeggia con il protagonista della festa: si porta il santo in processione, si onorano i defunti al cimitero, si celebra un compleanno insieme al festeggiato. Il Primo Maggio è invece festa diversa: si onora il lavoro non lavorando, si fa festa senza il festeggiato. La ragione è semplice ed essenziale: il Primo Maggio è la festa del lavoro delle donne e degli uomini liberi, che non erano più schiavi perché potevano non lavorare – nessuno schiavo ha mai festeggiato il suo lavoro. Noi allora festeggiamo il lavoro senza lavorare, e dobbiamo festeggiarlo solo così.

Ma in questo benedetto giorno di non-lavoro abbiamo potuto pensare il lavoro, al lavoro nostro e a quello degli altri, al lavoro di chi lavora e al non-lavoro dei disoccupati. Non c’è il negotium e resta l’otium, rimane il tempo buono per il pensiero libero (la prima libertà del lavoro sta nel poterlo, ogni tanto, anche pensare). Pensare al lavoro-e-basta, perché non accada che l’enfasi sugli aggettivi (sicuro, stabile, degno, buono…) ci faccia dimenticare il sostantivo: il lavoro. Il Primo maggio diventa allora il giorno della grande domanda: che cosa è il lavoro?

Torniamo all’origine delle civiltà e troviamo il lavoro associato al dolore – labor, arbeit, ponos, travaglio sono parole arcaiche che rimandano alla fatica, all’aratro (ar) o «alla parola pre-germanica orbho, servo» (R. Michels, “Economia e Felicità”, 1918, p. 7). La fatica e il dolore sono state per millenni le parole prime del lavoro, fino a ieri, fino a oggi. La festa del lavoro è anche un giorno della memoria delle troppe vittime di un lavoro non amico dell’uomo, della donna e dei bambini. È una festa seria, che ricorda anche e soprattutto ciò che il lavoro non è stato per troppo tempo, e continua a non essere in troppi luoghi del mondo.

Stamane, appena alzato, ho trovato sul telefono un messaggio di Giovanna. Eccolo: «Mi assumono, mi assumono per tutto l’anno, un contratto regolare, registrato». E poi una lunghissima fila di punti esclamativi. Non potevo vederle, ma sono certo che le dita con cui ha digitato quel messaggio erano bagnate dalle lacrime: era stata finalmente assunta con contratto “registrato” dopo anni di lavoretti “non registrati” a pulire le case dei signori. Finivano i lavoretti e iniziava il lavoro. Poi, ieri sera, a casa ho saputo che un mio amico anziano con problemi di demenza ormai non può più stare da solo, perché esce di casa e si smarrisce. Ma la sola “cosa” che può fare da “solo” è tornare nel parco dove ha sempre lavorato come giardiniere e lì passare ore a curare le sue piante: quando torna lì ritrova il “Piero” che era e che è ancora, si riconnette misteriosamente con se stesso. Mentre tocca con le mani le sue piante tocca il suo cuore e lo riconosce ancora, lì l’intelligenza delle mani è ancora viva.

Il lavoro è molte cose; è anche il pianto di Giovanna (quello del contratto di oggi e quelli dei non-contratti di ieri), è la mano amica che riporta a casa Piero quando tutte le altre strade non ci sono più. Questi due incontri sono stati la mia celebrazione del Primo Maggio.

E infine ho pensato a quel nostro, bellissimo, articolo Uno della Costituzione, che non mi stancherò mai di riscrivere: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro» (ora le dita umide sono le mie). Ogni generazione deve rileggere e ricomprendere il senso di questa frase. Il lavoro che abbiamo posto nel primo comma della nostra Costituzione non era il lavoro “non registrato” di Giovanna, anche se non dobbiamo pensare che negli anni in cui lei ha lavorato senza contratto pur di far vivere i suoi figli sia uscita dal perimetro dell’Articolo Uno: possiamo salvarci anche dentro lavori sbagliati che non scegliamo perché non abbiamo scelta, lo abbiamo fatto molte volte. Il lavoro che l’Assemblea costituente aveva in mente era però un altro lavoro, che non sempre è arrivato, che non sempre arriva, che non arriva per tutti, che non arriva quasi mai per i poveri. Ma che può sempre arrivare, che deve arrivare. Poi pensavo che siamo noi, esseri umani liberi, a dare dignità al lavoro: una attività svolta da una donna o da un uomo diventano migliori, perché le trasmettiamo la nostra dignità, che non avrebbe in questo grado altissimo se a farla fosse una macchina. Quell’immagine di Dio che la Bibbia ci ha voluto donare noi la trasmettiamo, un po’, anche alle cose che facciamo e tocchiamo lavorando.

E alla fine ho pensato che il lavoro poteva fondare la Repubblica perché in quel mondo il lavoro era fondato su qualcosa più grande del lavoro. Il lavoro è un buon fondamento della democrazia se prima e dopo il lavoro c’è qualcos’altro di ancora più profondo: la famiglia, la comunità, il bene comune, una terra promessa da raggiungere insieme. Il lavoro non si fonda da solo. Quando usciamo dall’ufficio e lì ci attende un deserto relazionale, questo lavoro è troppo debole per fondarci la Repubblica. Oggi il lavoro è in crisi, e lo è molto più di quanto ancora ci appaia, perché si sta desertificando il territorio civile e spirituale attorno a esso. Questo lo sapeva bene oltre duemila anni fa il saggio Qoelet, che si chiedeva: «C’è chi è solo, non ha nessuno. Eppure senza fine si affatica: “Ma per chi è il mio penare?”. Vanità, fumo anche questo» (Qo 4,7-8). Il processo, in continua crescita, delle “grandi dimissioni” di milioni di persone (giovani soprattutto), non è soltanto, né principalmente, uno degli effetti del post-Covid; è anche una crisi del rapporto nelle nuove generazioni tra il lavoro e la vita. «Ma perché e per chi questo mio penare?», è sempre stata la prima domanda del lavoro, alla quale fino a pochi anni fa sapevamo rispondere. Non si lavora soltanto per sé stessi. Il lavoro si nutre delle virtù civili e delle passioni che gli sono attorno, e quando queste sono troppo piccole e scarse il lavoro si spegne. Oggi il lavoro soffre fuori dal lavoro, da lì va rivisto.

Nel mondo che abbiamo disincantato non è arrivato il superuomo; al suo posto è apparso l’homo oeconomicus, con i suoi culti perenni di consumo. Ma l’homo oeconomicus non riesce a lavorare se non diventa più grande del suo lavoro. Chi oggi vuol salvare il lavoro deve piantare alberi nella terra arida delle comunità, e poi prendersene cura. Non salveremo il lavoro facendo aziende sempre più attente al benessere lavorativo: è sul benessere non-lavorativo dove si sta decidendo la qualità del lavoro di domani.

Credits foto: © Livio Bertola

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L’analisi. Dopo la Festa del Primo Maggio, grande occasione per “pensare” una dimensione fondante della vita di persone e comunità

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 03/05/2023

«Parlateci di miglioramenti materiali, di libertà, di felicità. Predicate invece il Dovere ai nostri padroni, alle classi che ci stanno sopra e che trattando noi come macchine fanno monopolio dei beni che spettano a tutti. A noi parlate invece di diritti, parlate del modo di rivendicarli, lasciate che abbiano esistenza riconosciuta». Questa pagina non è tratta dalla relazione dell’ultimo congresso sindacale; sono parole di Giuseppe Mazzini, dal suo I doveri dell’uomo (1860). Ed è la paradossale attualità di queste antiche parole a dirci la buona ragione che ci ha portato a festeggiare, ancora una volta, il Primo Maggio.

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Primo maggio. Il lavoro riparta da una domanda. Perché, e per chi, la nostra fatica?

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Reddito di Cittadinanza - Oggi la politica preferisce chiudere gli occhi sull’evasione fiscale dei ricchi, ma diventa spietata con i più fragili e ci vuole convincere che i poveri sono colpevoli della loro condizione

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 24/11/2022

È sempre più chiaro perché il nuovo governo abbia voluto il merito tra le sue parole-chiave. Ce lo rivela anche il programma di ridimensionamento (da subito) ed eliminazione (dal 2024) del Reddito di cittadinanza (Rdc), perché il merito che giustificherebbe la riscossione del reddito sarebbe l’impossibilità di lavorare pur volendo lavorare. Se, invece, pur potendo lavorare qualcuno decide di non farlo, gli sarà tolto “anche quello che ha”. Nell’immaginario di chi ci governa, tra quel un milione circa di cittadini – che percepiscono in media attorno ai 500 euro mensili – ci sarebbe dunque una significativa quota di colpevoli.

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Poi, uno guarda i dati e si chiede da dove provenga questa convinzione. Chi conosce almeno alcune delle famiglie percettrici di Rdc, sa benissimo che se queste persone non lavorano è quasi sempre per qualche ragione seria, ragioni complesse, ma la distanza tra i governanti e i poveri veri è un grande problema della democrazia. I potenti parlano di poveri in astratto come io parlo di Marte e di Saturno, quindi sono totalmente incompetenti in materia – incompetenza pratica e teorica. La povertà o, come preferisco dire per amore di Cristo e san Francesco, la miseria, è una questione di capitali non di redditi, lo andiamo ripetendo, invano, da almeno dieci anni su queste colonne. Chi è “povero” lo è per una mancanza cronica di capitali educativi, sociali, professionali, famigliari, sanitari, emotivi, relazionali, e questa mancanza di capitali (di stock) si manifesta in una mancanza di flussi (reddito, denaro). Ciò significa che se voglio combattere la povertà/miseria devo agire sui capitali delle persone e delle loro comunità, non sui redditi delle persone. Le povertà sono rapporti malati non solo portafogli individuali vuoti.

Togliendo il Rdc a chi è “occupabile” e non lavora si pensa di compiere un atto di giustizia. Dove sta l’errore? Nel pensare che chi non lavora essendo in condizioni oggettive di poter lavorare sia un pigro, e quindi non si meriti quel denaro pubblico ​

È stata questa confusione teorica e pratica che fece dire ai primi proponenti dell’attuale Rdc che con esso avrebbero “eliminato la povertà”: con un extra-reddito non si elimina la povertà, si rende solo possibile la sopravvivenza e si garantisce un minimo di dignità a chi deve mangiare senza recarsi ogni giorno, con i figli, nelle mense gratuite (dove e quando ci sono ogni giorno). Quella dichiarazione fu un errore culturale ed economico. Ma oggi di errori se ne stanno commettendo di più gravi, e da più punti di vista. Togliendo il Rdc a chi è “occupabile” e non lavora si pensa di compiere un atto di giustizia, e per questa ragione trova anche un certo consenso in alcune persone per bene. Dove sta l’errore? Nel pensare che chi non lavora essendo in condizioni oggettive di poter lavorare sia un pigro, e quindi non si meriti quel denaro pubblico – ecco tornare la parolina magica “merito”.

Dai dati però sappiamo che circa tre quarti degli occupabili ha la licenza media, e circa l’80% non ha lavorato negli ultimi tre anni. Quindi, tendenzialmente, sono disoccupati cronici. Tra questi ci sono molti che pur avendo un’età per poter lavorare non riescono a lavorare – per fragilità emotive e relazionali, per un “capitale umano” troppo impoverito – , e che per poterlo fare avrebbero bisogno non di un corso di formazione di qualche mese ma di anni di lavoro sui loro “capitali”, e mentre fanno questi corsi e sono accompagnati dovrebbero sopravvivere e vivere magari con dignità. Ma, si dice, ci sono anche quelli che preferiscono stare a casa e non lavorare. Certo, ma si dimentica che preferire il divano al lavoro è esattamente una forma concreta che assume la povertà di capitali delle persone; e il giorno in cui si capisce che quella non è una buona vita, la povertà è di fatto già superata. Quando una persona, soprattutto se adulta, non lavora da anni ha dei problemi seri “ in conto capitale”. È già una persona fragile, è qualcuno a cui la vita ha reso molto complicato il cammino. Ci vogliono “ istruzioni morali per l’uso”’ di queste persone, perché si rompono molto facilmente. E invece negli ultimi tempi sono sottoposti dalla politica a un tristissimo mercato politico, come merce di scambio, usati per prendere voti da una parte o dall’altra, senza che nessuno conosca i loro nomi.

E così ci dimentichiamo che far lavorare persone che non lavorano perché non stanno bene è un’operazione estremamente difficile. Il lavoro non è una merce omogenea, non è qualcosa di indistinto che va bene per tutti e ovunque. Questo è vero per tutti, ma è verissimo e cruciale per persone che hanno già molte difficoltà con la vita e quindi con il lavoro e con il suo mondo estraneo ed ostile, dal quale spesso si sono sentiti rifiutati, dove hanno fallito, dove sono stati umiliati, dove hanno perso auto-stima e dignità.

Il lavoro è un incontro di bisogni, è un intreccio di competenze, è uno sguardo reciproco di dignità. Se mi sento talmente poco qua-lificato e competente per offrire qualcosa agli altri, per superare questa mancanza antropologica – che andrebbe superata – c’è bisogno di molto lavoro di chi sta attorno a me. Non basta qualcuno che mi dia l’ultimatum: se non accetti questa offerta di lavoro ti tolgo i viveri. Questa non è dignità, questa non è cittadinanza, è solo un’ulteriore umiliazione di persone già spesso umiliate e ferite.

Duemila anni di cristianesimo ci hanno insegnato che valiamo e dobbiamo essere rispettati anche quando, per qualsiasi motivo, non siamo nelle condizioni di offrire qualcosa in cambio di un reddito ​

C’è poi un altro grave errore etico, pensare che il lavoro sia un mezzo per punire i fannulloni facendoli finalmente lavorare: qualcuno in passato lo ha anche pensato e teorizzato (negli Opifici e nei Riformatori), ma la democrazia ha superato la visione del lavoro come punizione, e lo ha legato alla dignità della persona e alla sua fioritura umana.

È vero, infine, e lo sappiamo tutti, che è la reciprocità la legge aurea della vita civile, che ricevere qualcosa dagli altri in cambio di qualcosa che io sto offrendo loro è la via maestra della nostra felicità. Ma non tutti si trovano nella condizione soggettiva di poter essere dentro questa reciprocità civile, e duemila anni di cristianesimo ci hanno insegnato che valiamo e dobbiamo essere rispettati anche quando, per qualsiasi motivo, non siamo nelle condizioni di offrire qualcosa in cambio di un reddito. E se, in nome di questa mancanza di reciprocità, mi togli anche il reddito, la mia partecipazione alla vita civile diventa talmente infima fino ad azzerarsi, e torno a essere un invisibile scarto umano.

In tutte le società i poveri sono umiliati dalla vita e dai più forti. E oggi la politica preferisce chiudere un occhio o tutti e due sull’evasione fiscale dei ricchi, ma diventa spietata con i più fragili, e poi per tranquillizzarsi la coscienza ci vuole convincere che i poveri sono colpevoli della loro povertà. È l’arcaica “cultura della colpa” che dopo Giobbe e duemila anni di cristianesimo sta tornando a dominare le nostre anime: «Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete il povero» (Isaia 1,16-17).

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Reddito di Cittadinanza - Oggi la politica preferisce chiudere gli occhi sull’evasione fiscale dei ricchi, ma diventa spietata con i più fragili e ci vuole convincere che i poveri sono colpevoli della loro condizione

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 24/11/2022

È sempre più chiaro perché il nuovo governo abbia voluto il merito tra le sue parole-chiave. Ce lo rivela anche il programma di ridimensionamento (da subito) ed eliminazione (dal 2024) del Reddito di cittadinanza (Rdc), perché il merito che giustificherebbe la riscossione del reddito sarebbe l’impossibilità di lavorare pur volendo lavorare. Se, invece, pur potendo lavorare qualcuno decide di non farlo, gli sarà tolto “anche quello che ha”. Nell’immaginario di chi ci governa, tra quel un milione circa di cittadini – che percepiscono in media attorno ai 500 euro mensili – ci sarebbe dunque una significativa quota di colpevoli.

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Se la povertà diventa una colpa

Se la povertà diventa una colpa

Reddito di Cittadinanza - Oggi la politica preferisce chiudere gli occhi sull’evasione fiscale dei ricchi, ma diventa spietata con i più fragili e ci vuole convincere che i poveri sono colpevoli della loro condizione di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 24/11/2022 È sempre più chiaro perché...
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Opinioni - Le nuove teorie vengono raccontate come post-gerarchiche, ma non lo sono, perchè dividono il mondo in guide e seguaci. Il vero agente di cambiamento è colui che non si sente leader

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 11/11/2022

La leadership è una delle parole sacre della religione del nuovo capitalismo del XXI secolo. La riflessione, e soprattutto, la pratica dei fenomeni oggi chiamati “leadership” sono in realtà molto antiche. Non è difficile trovare nei grandi pensatori del passato, dai greci fino a Max Weber, idee e persino vere e proprie teorie sulla creazione e gestione dei leader e sul loro declino. La scienza economica se ne è occupata poco, perché da sempre è più interessata ai mercati e alle azioni razionali individuali che alle organizzazioni e ai fenomeni collettivi complessi, sebbene alcuni grandi economisti (Vilfredo Pareto, per esempio) abbiano scritto pagine molto belle sulle ideologie che producono leader e poi li eliminano. La sociologia e il management se ne sono occupati di più, perché, nella sostanza, le teorie della leadership sono varianti e sviluppi (meno sofisticati) delle teorie dell’autorità e dell’esercizio del potere nei gruppi umani, incluse le imprese: i classici argomenti nelle scienze sociali.

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Con il nuovo millennio, però, attorno alla leadership è cambiato qualcosa di molto importante. Corsi su come si diventa leader, come si riconoscono i “tratti” del leader, come un leader può condizionare un gruppo di lavoro per generare un cambiamento, e molto altro, sono cresciuti a ritmo alto e continuo, fino a occupare i dipartimenti di tutte le scienze economiche e sociali, di ingegneria, di filosofia e persino di teologia. Un dato ancora più recente, ma non meno preoccupante, è l’espansione di corsi di formazione alla leadership nelle organizzazioni e comunità della società civile, persino nei conventi e nei movimenti spirituali, negli organismi delle Chiese, dove superiori e parroci iniziano a auto-definirsi usando le nuove parole della leadership. Nella pubblicità di corsi di leadership delle business school si legge che il corso si rivolge a «manager e dirigenti con esperienza e chiunque aspiri a posizioni di leadership o a cui sia richiesto di essere leader». E se si sfogliano i molti manuali dedicati, le definizioni si assomigliano tutte: la leadership è la capacità d’influenza che ha una determinata persona (il leader) sui dipendenti (follower). I follower sono i seguaci del leader, spinti dal carisma del leader – carisma è parola usata e abusata – a lavorare in gruppo dove sono diretti e guidati proprio da lui. Quindi, in estrema sintesi: la leadership e intesa come la capacita di un leader di influenzare una o più persone. Così, parole come responsabili, dirigenti, capiufficio, coordinatori sono ormai diventate vecchie e superate, legate a un capitalismo troppo banale. I leader, diversamente dai vecchi dirigenti, hanno carisma, fascino, attrattività, capacità di persuasione e di seduzione.

Una prima domanda: ma dove è nato il bisogno di trasformare i dirigenti in leader? Da dove è sgorgata questa spinta irresistibile a dare un afflato carismatico ai capiufficio o ai coordinatori? Certamente il capitalismo è cambiato, è uscito (o sta uscendo) dalle fabbriche e dalle catene di montaggio, e oggi ottenere il consenso e l’ubbidienza (altra vecchia parola) dei lavoratori è diventato più difficile. Inoltre la cultura della post-modernità crea giovani postpatriarcali, quindi meno abituati e meno preparati alle virtù dell’obbedienza dei superiori, più sensibili ai valori della libertà, dell’eguaglianza, dell’assenso, del contratto. Le vecchie imprese del Novecento erano nate anche e soprattutto perché la gerarchia costava meno dei contratti individuali: contrattare ogni azione con ogni lavoratore richiede un’enorme quantità di tempo e di risorse; ecco allora che l’assunzione di una persona all’interno di un contratto di lavoro ampio, dove le singole mansioni vengono affidate in buona parte alla gerarchia, rende l’organizzazione più veloce ed efficiente. Ma affinché la gerarchia funzioni c’è bisogno di dipendenti che le attribuiscono un valore, che la considerino buona, che la condividano. Ecco allora che con l’arrivo della generazione di lavoratori del nuovo millennio nasce la figura del leader: questo non ha bisogno della gerarchia (si dice) per poter far funzionare l’organizzazione, perché il consenso e l’adesione dei suoi collaboratori nascono dal suo carisma, dalla sua capacità di convincimento, dalla persuasione, dalla sua autorevolezza. La leadership appare più post-moderna, egalitaria, non-gerarchica e persino fraterna rispetto alle vecchie teorie organizzative del Novecento, di certo più etica e rispettosa delle dignità di tutti. Ma è davvero così?

Chi scrive è convinto del contrario, cioè che le teorie della leadership siano molto più gerarchiche di quelle della fabbrica fordista-taylorista – e più maschiliste. La vera differenza è di natura narrativa: vengono raccontate come teorie e prassi postgerarchiche senza esserlo. Perché? Le molte e diverse teorie delle leadership hanno in comune un dato decisivo: dividono il mondo in leader e follower (seguaci). Alcune persone, per le ragioni più diverse (personalità, vocazione, talenti, ruolo etc…) sono leader; altri, e sono i più, seguaci, cioè membri o lavoratori che liberamente accettano di essere influenzati, sedotti, convinti dal loro leader, e che sono pure felici di questa influenza che subiscono liberamente. Certo, anche un follower di oggi può diventare un leader domani, o mentre è follower di un leader nell’ufficio A può essere leader in un ufficio B dove avrà altri follower che dovrà a suo volta sedurre e catturare con il suo carisma. E così via, all’infinito. Proviamo però a questo punto a chiederci: ci piacerebbe vivere in un mondo del genere? Lavorare in uffici, dipartimenti, aziende dove il nostro dirigente è il nostro leader? Probabilmente c’è da averne semplicemente terrore. Perché è una società molto più illiberale di quella vecchia del Novecento. Non è la prima vola che si evidenziano i limiti profondi della leadership. Ecco infatti nascere negli ultimi anni nuovi aggettivi: leadership relazionale, comunitaria, partecipativa, persino di comunione. Ma, lo si dovrebbe intuire, il problema non riguarda l’aggettivo: investe direttamente il sostantivo: la leadership. E c’è di più. La teoria economica ci insegna che alcuni tra i fenomeni sociali più importanti si spiegano con meccanismi di selezione avversa: senza che lo vogliano, le istituzioni finiscono in certi contesti per selezionare le persone peggiori. Detto diversamente: chi si candida a un corso per diventare leader? La teoria economica ci dice che è molto probabile che “chi aspira a diventare leader” siano le persone meno adatte a “guidare” i gruppi di lavoro, perché amare il “mestiere” del leader ed essere un buon leader non sono assolutamente la stessa cosa. Pensiamo alla leadership politica: in tutti i Paesi i migliori politici sono emersi ed emergono durante le grandi crisi, quando non ci sono “scuole per politici”; quando invece fare il politico diventa una professione, associata a potere e denaro, le scuole di politica generano in genere politici scarsi.

Le teorie della leadership sono molto influenzate dal modello del leader carismatico. Il leader carismatico per eccellenza, nella tradizione occidentale, è il profeta, cioè qualcuno seguito liberamente per la sua autorevolezza intrinseca. Purtroppo i teorici della leadership non sanno che i profeti (certamente quelli biblici) non si sono mai considerati dei leader. I principali profeti della Bibbia (da Mosè a Geremia) non si sentivano leader, né, tantomeno, volevano diventarlo. Il solo pensiero di dover guidare qualcuno li terrorizzava. Sono scelti tra gli scartati, gli ultimi, sono anche balbuzienti e disabili ma capaci di ascoltare e soprattutto di seguire una voce. A dirci che chi nella vita ha guidato bene qualche processo di cambiamento lo ha saputo fare perché prima aveva imparato a seguire una voce, prima aveva appreso la sequela. I profeti sono uomini e donne dell’insuccesso, laddove la leadership è invece presentata come strada per raggiungere l’altra parola magica del nostro capitalismo: il successo, l’essere vincenti. Gli uomini del successo, seguiti e adulati, erano i falsi profeti che uscivano spesso dalle “scuole profetiche” che sfornavano moltitudini di profeti per mestiere e ciarlatani forprofit.

La prima legge che la grande sapienza biblica ci ha lasciato infatti recita: «Diffidate da chi si candida a diventare profeta, perché è quasi sempre un falso profeta», o, diremmo oggi, semplicemente un narcisista. La storia e la vita vera ci dicono poi che si diventa “leader” facendo semplicemente il proprio lavoro, facendo altro, e poi un giorno magari qualcuno ci imita e ci ringrazia, e noi nemmeno ce ne accorgiamo. Ma il giorno in cui qualcuno si sente leader e inizia a comportarsi come tale, si ammalano le persone e i gruppi, si producono molte nevrosi individuali e collettive. E quando le comunità hanno voluto produrre in casa i propri leader hanno selezionato troppo persone incapaci a quel compito, anche quando erano mosse dalle migliori intenzioni. Semplicemente perché i leader non si formano, e se cerchi di formarli crei qualcosa di strano e non di rado pericoloso. Quindi immaginare corsi di leadership per giovani è estremamente pericoloso. Ma si moltiplicano, perché le scuole di leadership attraggono i molti che desiderano essere leader e si illudono di poter comprare sul mercato l’appagamento di questo desiderio. Discorso diverso sarebbero corsi di “leadership” per chi si trova già a svolgere un ruolo di coordinamento e di guida, ma dovrebbero essere molto diversi da quelli oggi in circolazione. Dovrebbero aiutare a ridurre i danni che i “leader” producono nei loro gruppi, a formarsi alle virtù deponenti, alla mitezza e all’umiltà, a imparare a seguire i propri colleghi.

I leader hanno un bisogno necessario e vitale di followers: ma chi decide di essere Robin in un mondo dove sono esaltate soltanto le doti morali di Batman? Dov’è allora quella libertà tanto sbandierata da queste teorie? Il luogo di lavoro ideale è quello di una comunità di persone dove ognuno fa semplicemente la sua parte in un gioco cooperativo, un team dove ognuno segue tutti gli altri nella reciprocità, nella pari dignità di compiti. Questo è un mondo adulto, dove si orienta il lavoro e con le persone si dialoga. Se qualcuno deve svolgere in un certo momento funzioni di coordinamento, di governo e di responsabilità, starà semplicemente facendo il suo lavoro come io faccio il mio: non dovrà guidare nessuno, non dovrà influenzare nessuno, dovrà fare soltanto la sua necessaria parte nell’unico gioco collettivo. E se invece fa il leader, la chiamiamo manipolazione. È infine davvero sorprendente che il mondo cristiano sia attratto oggi dalle teorie della leadership, quando è nato da Qualcuno che ha fondato tutto sulla sequela, e che un giorno ha detto: « Non vi fate chiamare guide, perché una sola è la vostra Guida» (Mt 23,10).

Abbiamo certamente bisogno di agenti e attori di cambiamento, sempre, soprattutto in un tempo di grandi cambiamenti come il nostro. Abbiamo soprattutto bisogno di persone che si prendano delle responsabilità per le loro scelte. Ne abbiamo un bisogno vitale soprattutto quando le nostre imprese e comunità sono ferme e statiche. Questi change makers difficilmente arriveranno dalle scuole di leadership: potranno solo emergere da comunità e imprese meticce che si rimetteranno a camminare lungo le strade, che riprenderanno il cammino lungo le vie polverose delle città e ancor più delle periferie. Lì ci aspettano i nuovi leader, che saranno agenti di cambiamento proprio perché non si sentiranno i nuovi leader. E lo saranno insieme, tutti diversi e tutti uguali, nella reciprocità della sequela.

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Opinioni - Le nuove teorie vengono raccontate come post-gerarchiche, ma non lo sono, perchè dividono il mondo in guide e seguaci. Il vero agente di cambiamento è colui che non si sente leader

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 11/11/2022

La leadership è una delle parole sacre della religione del nuovo capitalismo del XXI secolo. La riflessione, e soprattutto, la pratica dei fenomeni oggi chiamati “leadership” sono in realtà molto antiche. Non è difficile trovare nei grandi pensatori del passato, dai greci fino a Max Weber, idee e persino vere e proprie teorie sulla creazione e gestione dei leader e sul loro declino. La scienza economica se ne è occupata poco, perché da sempre è più interessata ai mercati e alle azioni razionali individuali che alle organizzazioni e ai fenomeni collettivi complessi, sebbene alcuni grandi economisti (Vilfredo Pareto, per esempio) abbiano scritto pagine molto belle sulle ideologie che producono leader e poi li eliminano. La sociologia e il management se ne sono occupati di più, perché, nella sostanza, le teorie della leadership sono varianti e sviluppi (meno sofisticati) delle teorie dell’autorità e dell’esercizio del potere nei gruppi umani, incluse le imprese: i classici argomenti nelle scienze sociali.

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Contro il mito della leadership (e per un elogio della sequela)

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