Editoriali Avvenire

Economia Civile

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Commenti - Qualità della vita nelle nostre città: dove sono le relazioni umane?

di Luigino Bruni e Alessandra Smerilli

pubblicato su Avvenire il 22/12/2015

Qualità della vita ridAnche quest’anno è arrivata puntuale la classifica della "qualità della vita delle città italiane" curata dal "Sole24Ore". E anche quest’anno le città del nord si confermano ai primi posti (con Bolzano in testa) e quelle sud in coda (chiude Reggio Calabria). Le aree tematiche sono sempre le stesse, con qualche leggero cambiamento di indicatori all’interno di ciascuna area. Anno dopo anno, però, questa analisi sta diventando "vecchia". Nel frattempo sono nati altri indicatori di qualità della vita, capaci di cogliere più dimensioni del benessere e del malessere nella società italiana che negli ultimi decenni è cambiata rapidamente e profondamente.

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Sono poi sorti studi sulla felicità soggettiva delle persone, che stanno evidenziando molti paradossi, dicendoci che gli aspetti immateriali e la qualità delle relazioni sono sempre più decisivi nel benessere del XXI secolo, soprattutto nei Paesi europei.

Le misurazioni non sono mai neutrali. Esse dipendono dalle ipotesi etiche e antropologiche di chi misura e costruisce modelli statistici. Questa del "Sole" risente molto, troppo, di una visione economicista e quindi riduzionista della vita e del benessere umano.

Qualche esempio. Prendiamo l’indicatore che mette in rapporto la qualità della vita con la popolazione. Molte provincie della Sardegna sono ai primi posti in questo indice, e la ragione è semplice ma sconvolgente: hanno una bassa "densità di popolazione". Bassa densità di popolazione per il "Sole24Ore" è un indicatore di qualità della vita. «La Sardegna sbaraglia tutti in demografia», dice il rapporto. Ma la bassa densità dipende anche dal basso tasso di natalità. In Sardegna il tasso di natalità è, infatti, il più basso d’Italia: non generare figli è un segno di qualità della vita?

Roma, poi, è al sedicesimo posto (su 110) nella classifica, ma chi vive e lavora a Roma non fa l’esperienza di una città con qualità della vita medio-alta. L’esperienza di chi esce al mattino di casa con mezzi pubblici o privati è quella di chi sa a quale ora esce, ma non a quale ora arriverà a lavoro, di chi sa che trascorrerà molto tempo in coda nelle strade e che quando finalmente cammina inciampa in un’infinita quantità di buche. Indicatori, questi, che non entrano tra quelli proposti, così come non entrano i tempi di attesa per la sanità. Per non parlare in questi giorni della qualità dell’aria e dei poveri che continuano a dormire per strada. Questi "indicatori" non dicono nulla sulla qualità della vita di Roma o di Milano (che si piazza al secondo posto)? La povertà degli altri non dice nulla al nostro benessere?

Se, poi, andiamo a guardare alla misurazione del tempo libero in rapporto alla qualità della vita, ci accorgiamo che il tempo libero che entra nella classifica è solo il tempo libero che passa per il mercato. Quindi se in una città i bambini giocano di più nelle piazze o negli oratori, se la gente che pedala corre ancora per le spiagge o nei boschi (e non in palestra), se la sera le persone vanno a cena da amici e da parenti, lì, per il "Sole24 ore", c’è una minore qualità della vita rispetto a una città dove sono presenti più palestre, ristoranti, e bar (magari pieni di slot machine). E così Roma si trova più in alto di Ascoli Piceno, un ranking che nessun essere umano cosciente che vive veramente nelle due città potrebbe mai condividere. Nel Bes (benessere equo e sostenibile), invece, nell’area "relazioni sociali" ci sono indicatori che rilevano la percentuale di bambini che giocano tutti i giorni con i genitori, o quella delle persone che si ritengono soddisfatte delle loro relazioni, o l’indice di fiducia.

Non c’è nulla di strano che il "Sole" faccia la sua classifica della qualità della vita, con i suoi metodi, le sue ipotesi antropologiche e la sua visione del benessere e della vita buona. Più problematico è affidare a un giornale economico-finanziario che è espressione del mondo industriale il compito di stilare la classifica della qualità della vita in Italia, e poi trarne indicazioni generali. La tradizione italiana di economia e di statistica, nata dalla tradizione dell’economia civile (si pensi a Melchiorre Gioja, nei primi dell’Ottocento), ci ha offerto una visione molto più articolata e plurale della qualità della vita. Più recentemente economisti come Giorgio Fuà e Giacomo Becattini hanno scritto pagine splendide sul bisogno di allargare lo sguardo del benessere dal reddito alle relazioni umane e all’ecologia. Autori troppi distanti dalla cultura (prevalentemente) anglosassone del "Sole24ore", che continua a produrre dati che dicono troppo poco della qualità della vita vera della gente vera delle nostre città.

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Commenti - Qualità della vita nelle nostre città: dove sono le relazioni umane?

di Luigino Bruni e Alessandra Smerilli

pubblicato su Avvenire il 22/12/2015

Qualità della vita ridAnche quest’anno è arrivata puntuale la classifica della "qualità della vita delle città italiane" curata dal "Sole24Ore". E anche quest’anno le città del nord si confermano ai primi posti (con Bolzano in testa) e quelle sud in coda (chiude Reggio Calabria). Le aree tematiche sono sempre le stesse, con qualche leggero cambiamento di indicatori all’interno di ciascuna area. Anno dopo anno, però, questa analisi sta diventando "vecchia". Nel frattempo sono nati altri indicatori di qualità della vita, capaci di cogliere più dimensioni del benessere e del malessere nella società italiana che negli ultimi decenni è cambiata rapidamente e profondamente.

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Niente di nuovo sotto al Sole(24Ore) delle città

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Editoriale - Democrazia economica e finanza etica

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 15/12/2015

Proteste Banche ridSe non vogliamo disperdere l’indignazione e la sofferenza che sta procurando il “crac delle quattro banche”, e magari anche quelle generate dai crac che l’hanno preceduto in questi ultimi anni e che abbiamo presto dimenticato (le memorie collettive delle disgrazie sono sempre troppe corte), dobbiamo riformare seriamente il governo interno delle banche e dar vita a una vera educazione economico-finanziaria popolare, nelle scuole e nella società civile.

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Le banche non sono mai state soltanto imprese. Tutti noi continuiamo a vederle come dei “luoghi della fiducia”, e così affidiamo loro i nostri risparmi e i nostri investimenti. Sono tra le istituzioni dei nostri paesi e delle nostre città, insieme alla Scuola, all’Ospedale, al Comune. Gestendo i risparmi amministrano il rapporto tra le generazioni, e sono la prima cinghia di trasmissione tra famiglie e imprese. In altre parole, sono chiamate a svolgere funzioni di bene comune e di interesse generale. Per queste ragioni, fino a pochi decenni fa, le banche non erano soltanto delle imprese come quelle che producono scarpe o vestiti. E quindi non erano, né potevano essere, aziende a solo scopo di lucro.

Ma l’ondata di ideologia mono-mercatista che da qualche decennio sta invadendo il pianeta, ci ha via via convinto che tra una banca e una impresa di automobili non ci fosse alcuna vera differenza. Perché l’obiettivo è diventato lo stesso: massimizzare il valore per gli azionisti. E così è radicalmente cambiata anche la cultura dei banchieri e dei bancari, che oggi escono dalle stesse business school che formano i manager delle grandi multinazionali. Si è persa qualsiasi specificità del funzionario di banca rispetto al lavoratore e al dirigente di ogni grande impresa privata (o pubblica). Gli stessi consulenti globali, gli stessi strumenti di gestione, la stessa logica dell’incentivo – non a caso dietro all’offerta drogata e sconsiderata di obbligazioni subordinate c’era una precisa politica di incentivazione dei dipendenti.

Le banche nel Novecento erano anche imprese: ora sono soltanto imprese, una trasformazione avvenuta nel silenzio complice della politica, delle banche centrali e dei sindacati. E nella distrazione di troppi di noi.

Se vogliamo veramente invertire questa rotta (operazione ormai durissima), occorrerebbero due grandi riforme. La prima riguarda scuola e società civile. È diventato, infatti, troppo grande il divario tra l’importanza della finanza e dell’economia e la cultura finanziaria ed economica media della popolazione. Non possiamo più continuare a vivere da analfabeti in un mondo che “parla” sempre più finanza ed economia. Qualche anno fa, in piena crisi del debito, su queste colonne lanciammo l’idea di dar vita a scuole popolari di economia e finanza – un invito raccolto solo da qualche città, tra queste Catania. Chi oggi ha a cuore la democrazia e il bene dei più fragili deve occuparsi anche di cultura economica e finanziaria.

C’è bisogno di una nuova stagione di scuole popolari nelle parrocchie, negli oratori, nelle associazioni, nei circoli. E alla scuola spetta un ruolo cruciale: dobbiamo inserire elementi di economia e di finanza negli ultimi anni di tutte le scuole superiori. Se non si vogliono appesantire i già pesanti programmi curriculari, si possono immaginare, con creatività, laboratori pomeridiani o durante l’estate, attività svolte da volontari e dalle tante associazioni che hanno una mission di economia e finanza sociale e civile.

La seconda riforma riguarda direttamente il governo delle banche: il peso e la responsabilità delle banche e delle istituzioni finanziarie sono ormai troppo grandi per lasciarlo in mano soltanto agli azionisti. Le banche non rispondono fino in fondo dei loro comportamenti. Una legge etica fondamentale del mercato dice che alla libertà di scelta deve corrispondere la responsabilità patrimoniale, civile e penale di chi sceglie.

Questa regola, già in crisi per tutte le imprese molto grandi, è quasi inapplicabile alle banche, i cui interessi sono troppo intrecciati con quelli delle famiglie, delle imprese, e del sistema in generale per essere isolati e chiamati a rispondere per i danni che generano. Se allora la responsabilità per le conseguenze delle azioni delle banche è condivisa con l’intera società civile, occorre che sia condiviso anche il governo delle banche. Dobbiamo trovare meccanismi (non facili, ma non impossibili) perché nei Consigli di amministrazione delle banche non ci siano solo rappresentanti scelti dagli azionisti, ma pure quelli designati dalla società civile. Inoltre, in tutte le banche sarebbe opportuna l’istituzione di un “comitato etico” indipendente (come accade in Banca Etica), con potere di veto. Una tale riforma non verrà mai dall’interno del mondo finanziario: dovremmo essere noi cittadini ad avere la volontà e la forza di chiederla dal di fuori e con gli strumenti che abbiamo. Sarebbe il primo inizio di una sostanziale democrazia economica.

Non è più possibile pensare al rapporto tra banche e società come nel passato, quando le istituzioni e la politica controllavano economia e finanza solo dopo, a valle. Oggi, con la velocità dell’economia e con il cambiamento della cultura bancaria, c’è bisogno che il controllo etico e di legittimità venga esercitato dall’interno e durante l’esercizio dell’attività ordinaria. Perché quando le acque dei fiumi avvelenati a monte giungono a valle, hanno già prodotto molti danni, ed è sempre troppo tardi. Le acque non risalgono la corrente. Gli inquinamenti della fiducia vanno evitati alla fonte e lungo il corso del fiume, perché sono le persone, non le banche, a essere “troppo grandi per fallire”.

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Editoriale - Democrazia economica e finanza etica

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 15/12/2015

Proteste Banche ridSe non vogliamo disperdere l’indignazione e la sofferenza che sta procurando il “crac delle quattro banche”, e magari anche quelle generate dai crac che l’hanno preceduto in questi ultimi anni e che abbiamo presto dimenticato (le memorie collettive delle disgrazie sono sempre troppe corte), dobbiamo riformare seriamente il governo interno delle banche e dar vita a una vera educazione economico-finanziaria popolare, nelle scuole e nella società civile.

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La cura che serve

La cura che serve

Editoriale - Democrazia economica e finanza etica di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 15/12/2015 Se non vogliamo disperdere l’indignazione e la sofferenza che sta procurando il “crac delle quattro banche”, e magari anche quelle generate dai crac che l’hanno preceduto in questi ultimi anni ...
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Commenti - Quelle campagne per l’«azzardo buono»

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 05/12/2015

Moige lottomatica ridSe vedessimo imprese produttrici di tabacco fare campagne contro il fumo, produttori di superalcoolici finanziare campagne contro il consumo di alcool, aziende fabbricanti di mine anti-uomo lanciare campagne contro le guerre, resteremmo molto perplessi. Quantomeno ci sfiorerebbe il dubbio che sotto queste iniziative ci sia qualche imbroglio o strumentalizzazione. Invece ci stupiamo poco, o nulla, quando leggiamo che Lottomatica – uno dei ’campioni’ nostrani del settore e, ormai, prima multinazionale dell’azzardo nel mondo – sta finanziando la campagna "Facciamo girare la voce" per educare i cittadini, soprattutto i minorenni, al «gioco responsabile».

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Oggi, sabato 5 dicembre, la campagna arriverà contemporaneamente a Genova (Centro commerciale l’Aquilone) e a Perugia (Gherlinda), ed entro un anno raggiungerà 24 città. Una iniziativa per sensibilizzare i "giocatori" contro i rischi del gioco, e soprattutto per ricordare a tutti che il "gioco" è vietato ai minorenni. La parola azzardo è naturalmente bandita.

E, cosa che sarebbe comica se non fosse tragicissima, accanto a Lottomatica e ai tabaccai italiani (Fit) dal 2010 troviamo il Moige, storico movimento dei genitori (www.moige.it). Quali possono essere le motivazioni di genitori che si alleano con i gestori dell’azzardo per educare i loro figli? Forse pensano che Lottomatica, impresa for profit che ha come obiettivo la massimizzazione dei profitti, i cui manager hanno avuto il mandato dai loro proprietari (tra questi la De Agostini, che una volta faceva gli atlanti per i nostri ragazzi) di aumentare ricavi e profitti, possa veramente sponsorizzare una campagna per ridurre i propri clienti e profitti.

O forse credono che i loro figli minorenni non scommetteranno nei tabaccai compiacenti (che sono pieni di ragazzi all’uscita della scuola) o non si butteranno sulle slot machine se la Fit e Lottomatica ricordano loro che la legge vieta che giochino d’azzardo – come se i ragazzi non sapessero di essere "minorenni" proprio perché non possono fare le cose vietate ai -18. Non volendo pensare né scrivere che il Moige fa queste campagne per ricevere qualche euro, occorre allora avere una grande immaginazione per riuscire a capire le motivazioni di questo tour. Se poi andiamo in uno di questi "appuntamenti" nei centri commerciali, e vediamo l’ambiente, i colori, le immagini dei luoghi nei quali si svolge questa "educazione", i test che i giovani fanno per riconoscere i primi sintomi di dipendenza, l’immaginazione finisce, e restano soltanto la tristezza, la delusione, lo sdegno.

Si tratta di un’iniziativa molto pericolosa, e da ogni punto di vista, tranne quello dei profitti di Lottomatica e dei tabaccai. Trovo, infatti, eticamente gravissimo vedere una associazione di genitori alleata dell’azzardo. E per almeno tre ragioni. Innanzitutto una campagna di prevenzione contro un prodotto (azzardo) che viene finanziata dai suoi produttori è evidentemente una campagna pubblicitaria del prodotto stesso. È l’azzardo il protagonista di questi ’luoghi’: si parla sempre e solo di azzardo (naturalmente con i suoi nomi addomesticati).

Parlando dei divieti e delle patologie, si aumenta soprattutto la conoscenza dell’azzardo, si diffonde la malattia mentre se ne parla. E questo perché si alimenta l’idea – molto cara al sistema azzardo – che esista un azzardo buono (bello, positivo, controllabile, divertente) e uno cattivo, cioè quello patologico. Quindi occorre combattere il gioco d’azzardo cattivo e promuovere quello buono. Questa distinzione è una operazione grave, che negli ultimi anni ha riempito l’Italia di nere "salegioco", di slot nei bar, e di gratta-e-vinci ovunque. Ogni euro che mettiamo dentro una slot alimenta un sistema – quello dell’azzardo – che con la complicità dei governi sta impoverendo la nostra economia e "mangiando" i poveri e i ragazzi.

I capi delle associazioni dei genitori entrino in una salaslot o in una sala bingo per vedere che cosa veramente produce l’azzardo responsabile dei maggiorenni, quello a cui i loro figli potranno finalmente accedere il giorno del loro 18° compleanno! Infine, la ragione più grave di tutte, sono i ragazzi e le ragazze.

Non dobbiamo permettere che le aziende e le multinazionali dell’azzardo entrino in contatto con i nostri adolescenti: sono troppo preziosi per metterli nelle mani dei mercanti di profitto a ogni costo. Che i minorenni non devono giocare questo non-gioco occorre dirlo alle multinazionali dell’azzardo non ai nostri ragazzi che lo sanno già e molto bene. Se vogliamo fare veramente educazione, facciamola con le Asl nelle scuole, nelle parrocchie, e affidiamola a chi combatte l’azzardo, non a chi aumenta i propri profitti solo aumentando i clienti di oggi, e di domani. E continuiamo la battaglia, anche in Parlamento, contro la pubblicità nei media – esplicita e implicita. "Nessuno tocchi il bambino". Giù le mani dai nostri figli.

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Commenti - Quelle campagne per l’«azzardo buono»

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 05/12/2015

Moige lottomatica ridSe vedessimo imprese produttrici di tabacco fare campagne contro il fumo, produttori di superalcoolici finanziare campagne contro il consumo di alcool, aziende fabbricanti di mine anti-uomo lanciare campagne contro le guerre, resteremmo molto perplessi. Quantomeno ci sfiorerebbe il dubbio che sotto queste iniziative ci sia qualche imbroglio o strumentalizzazione. Invece ci stupiamo poco, o nulla, quando leggiamo che Lottomatica – uno dei ’campioni’ nostrani del settore e, ormai, prima multinazionale dell’azzardo nel mondo – sta finanziando la campagna "Facciamo girare la voce" per educare i cittadini, soprattutto i minorenni, al «gioco responsabile».

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Giù le mani dai bambini

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Commenti -  Il male che anche noi nutriamo

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 17/11/2015

Siria LapresseFo 48406984 300 ridLe guerre sono sempre state combattute da molti poveri, giovani e innocenti inviati a morire da pochi ricchi, potenti, colpevoli, che non morivano in quelle guerre da loro stessi volute e alimentate dai loro interessi. Questa verità, antica e profonda, oggi è meno evidente ma non meno vera. Siamo realmente dentro una guerra mondiale, diversa dalle guerre del Novecento ma non meno drammatica. Una guerra che non si sa bene quando e dove sia iniziata, quando, dove e come finirà. È una guerra liquida in una società liquida. Sono (quasi) invisibili gli interessi in gioco, non sappiamo bene chi la vuole, chi ci guadagna, chi non vuole che finisca.

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Questa incapacità di capire, presente in tutte le guerre complesse, è particolarmente forte in questa guerra, che non deve però esimerci dallo sforzo di pensare, e poi combattere soprattutto le tesi false e ideologiche che ci stanno inondando all’indomani della strage di Parigi.

Una tesi molto popolare è quella che individua nella religione, e in particolare nella natura intrinsecamente violenta dell’Islam, la principale, se non unica, ragione di questa guerra. Una tesi, questa, tanto diffusa quanto sbagliata. Il corano ha una sua ambivalenza riguardo alla violenza, lo sappiamo. Ci sono passaggi dove invita alla guerra santa. Ma c’è anche una versione del fratricidio tra Caino e Abele che più della Bibbia ebraico-cristiana, parla forte di non violenza. Nel racconto coranico i due fratelli parlano nei campi. Abele intuisce che Caino sta levando la sua mano contro di lui per ucciderlo, e gli dice: «Anche se userai la tua mano per uccidermi, io non userò la mia mano per ucciderti» (Il sacro Corano, al-Ma’idah: Sura 5,28). Abele presentato come il primo non-violento della storia, che muore per non diventare esso stesso assassino. Nel Corano c’è anche questo. Come nella Bibbia ci sono i beniaminiti, la figlia di Jefte, le pagine dove si loda Dio perché ha fracassato sulle rocce le teste dei bambini dei nemici, c’è il Signore degli eserciti, Gesù che dice di essere venuto a portare “la spada e non la pace” (Matteo 10). I libri sacri delle religioni sono stati scritti in epoche dove la guerra era parte ordinaria della vita (“Al tempo in cui i re sogliono andare in guerra”, 2 Samuele, 11). Al tempo stesso, le grandi religioni – e l’Islam è tra queste poche – hanno sviluppato una letteratura sapienziale (si pensi a tutta la tradizione Sufi) che ha offerto letture simboliche e allegoriche anche delle pagine più dure e arcaiche. In alcune epoche le pagine più luminose del corano (e ce ne sono) hanno emanato una tale luce da oscurare quelle buie. In altre epoche i passi violenti sono stati strumentalizzati da chi, in nome della religione, cercava semplicemente potere e denaro. Oggi l’Islam vive una stagione difficile. Sette fondamentaliste usano pezzi del corano per plagiare giovani, vittime e carnefici di un sogno-incubo folle nel quale sono caduti. Prede finite nella trappola del cacciatore di ‘martiri’ da usare per scopi dove il corano è semplicemente il laccio della trappola. Per combattere questa malattia che oggi si è insidiata nel cuore dell’Islam e che lo sta minando dal di dentro, è necessario rafforzare le difese immunitarie per sostenere l’organismo, che nel suo insieme è sano ma sta soffrendo. È lo stesso corpo che deve espellere con maggiore decisione il virus che è entrato, resistere contro quelle cellule impazzite che lo stanno indebolendo, infliggendogli molto dolore. Ma tutti gli amanti della vita devono aiutare l’Islam a farcela. Nell’epoca della globalizzazione, non può farcela da solo.

Al tempo stesso, non dobbiamo essere così ingenui da dimenticare che in questa guerra gli aspetti economici in gioco sono enormi. Non a caso i terroristi belgi di Parigi venivano dalla cittadina più povera del Belgio, con una disoccupazione giovanile attorno al 50%. La prima guerra del Golfo del 1991 non fu certo originata dalla prevenzione del fondamentalismo.

In questi mesi si parla molto delle armi che alimentano questa guerra. Occorre parlarne ancora di più, perché è un elemento decisivo. Proprio pochi giorni fa da Cagliari sono partiti missili verso il medio oriente in guerra, prodotti e venduti da imprese italiane. La Francia insieme all’Italia è tra i maggiori esportatori di armi da guerra nelle regioni arabe, nonostante ci sia nel nostro Paese una legge del 1990 che vieterebbe la vendita di armi a Paesi in guerra. I politici che piangono, magari sinceramente, e dichiarano lotta senza quartiere al terrorismo, sono gli stessi che non fanno nulla per ridurre l’export di armi, e che difendono queste industrie nazionali che muovono grosse quote di Pil e centinaia di migliaia di posti di lavoro. Una moratoria internazionale seria che imponesse un divieto assoluto di vendita di armi ai Paesi in guerra, non segnerebbe certo la fine del califfato, Isis e terrorismo, ma sarebbe una mossa decisiva nella direzione giusta. Non si può nutrire il male che si vorrebbe combattere. Noi lo stiamo facendo, e da molti anni. Non ce ne accorgiamo finché qualche scheggia di quelle guerre non arriva dentro le nostre case e uccide i nostri figli. In realtà sappiamo che finché l’economia e il profitto saranno le parole ultime delle scelte politiche, poteri così forti che nessuna politica riesce a frenare, continueremo a piangere per lutti che contribuiamo a provocare.

Hollande ha sbagliato a parlare di “vendetta” all’indomani della strage, e poi a perpetrarla bombardando domenica la Siria, rispondendo col sangue ad altro sangue. Questa è soltanto la legge di Lamek, precedente la stessa ‘legge del taglione’. La vendetta non deve mai essere la reazione dei popoli civili, neanche dopo una delle notti più buie della storia recente dell’Europa. La sconfitta più grande sarebbe far tornare parole come ‘vendetta’ nel lessico delle nostre democrazie, che le hanno eliminate dopo millenni di civiltà, di sangue, dolore.

Infine dobbiamo sostenere, seriamente e decisamente, chi sta osando la pace e il dialogo in questi tempi così difficili. In primis papa Francesco, che non può restare solo né l’unica voce a chiedere la pace e la non-violenza. Se gridassimo in milioni che l’unica risposta alla morte è la vita, e lo dicessimo insieme ai tanti musulmani feriti e straziati come noi, se facessimo sentire nelle strade, nei social, davanti ai parlamenti, il nostro ‘no’ alla produzione e vendita delle nostre armi a chi le usa per uccidere e ucciderci, allora forse le parole profetiche di Francesco troverebbero un’eco più grande. Potrebbero avere la forza di muovere persino i bassi interessi economici, che sempre più controllano e dominano il mondo, le religioni, la vita.

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Commenti -  Il male che anche noi nutriamo

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 17/11/2015

Siria LapresseFo 48406984 300 ridLe guerre sono sempre state combattute da molti poveri, giovani e innocenti inviati a morire da pochi ricchi, potenti, colpevoli, che non morivano in quelle guerre da loro stessi volute e alimentate dai loro interessi. Questa verità, antica e profonda, oggi è meno evidente ma non meno vera. Siamo realmente dentro una guerra mondiale, diversa dalle guerre del Novecento ma non meno drammatica. Una guerra che non si sa bene quando e dove sia iniziata, quando, dove e come finirà. È una guerra liquida in una società liquida. Sono (quasi) invisibili gli interessi in gioco, non sappiamo bene chi la vuole, chi ci guadagna, chi non vuole che finisca.

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Basta armare la guerra

Basta armare la guerra

Commenti -  Il male che anche noi nutriamo di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 17/11/2015 Le guerre sono sempre state combattute da molti poveri, giovani e innocenti inviati a morire da pochi ricchi, potenti, colpevoli, che non morivano in quelle guerre da loro stessi volute e aliment...
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Avvenire Cultura - Dibattito

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 19/09/2015

Il nesso tra cristianesimo e capitalismo è uno dei luoghi classici della storiografia, a partire almeno dalla seconda metà dell’Ottocento. E sebbene sia stata al centro di innumerevoli critiche, smentite e rivisitazioni, la classica tesi di Max Weber sullo "spirito protestante" del capitalismo continua ancora ad occupare il centro della scena. Anche l’interessante e originale libro di Max Engammare, L’ordine del tempo. L’invenzione della puntualità nel secolo XVI secolo (Claudiana, 2015, pagg. 220, euro 28), ruota attorno all’antico tema weberiano, andando a rintracciare l’origine dell’idea moderna di puntualità nella Riforma, in particolare nella persona, nel pensiero e nella teologia di Giovanni Calvino, e nella vita religiosa e civile della sua Ginevra di metà Cinquecento.

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Anche se Engammare, storico dell’università della città di Calvino, ne mostra una certa consapevolezza, il suo libro appartiene a quel genere storiografico (molto comune in Italia: vedi i lavori di Prosperi e Firpo sulla Controriforma) che ama concentrarsi sull’elemento religioso o confessionale, e poggiandosi solo su di questo sollevare un pezzo di mondo.

Dimenticando, o quanto meno sottovalutando, che il nesso casuale tra religione e un determinato tratto socio-culturale è tra i più complessi che l’analisi storica e antropologica conoscano.

Decisivo è il problema dell’endogeneità (come la chiamano gli statistici), cioè l’analisi del nesso causale nella correlazione tra gli eventi che osserviamo: è utile sapere nel fatto empirico "quando piove ci sono molti ombrelli aperti" se è la pioggia a determinare l’apertura dell’ombrello, o, magari, viceversa. Infatti sono cattolici i messicani e i veneziani, gli irlandesi e i filippini, i siciliani e i torinesi, eppure gli spiriti civili, economici ed etici sono sostanzialmente diversi. Ritroviamo più affinità culturale tra Milano e Amsterdam che tra Parigi e Lisbona, non ci spieghiamo perché i luterani paesi nordici abbiamo più stato sociale dei cattolici e "comunitari" italiani e spagnoli, e non riusciamo a dir nulla o poco del rapporto col tempo e la puntualità nella Germania dove cattolici e luterani sono indistricabilmente intrecciati.

Gli spiriti dei popoli sono faccende molto antiche, hanno radici millenarie: quanto ha pesato la cultura italica arcaica e quanto la Chiesa cattolica nella formazione del culto dei santi in Campania, o delle processioni nelle feste dei Paesi latini? La tesi del libro è invece troppo semplice e chiara: «Da un punto di vista sociale, l’organizzazione razionale del tempo ecclesiale non è una invenzione della Riforma. Basta evocare le regole monastiche, le ore canoniche, i Libri delle ore. L’approccio sistematico, la volontà di includere la totalità della vita nell’ordine divino, la ricerca della santificazione permanente del laico, l’attenzione continua sulla suddivisione delle ore: è questo insieme di elementi a esprimere la specificità del tempo riformato» (pag. 198).

Lo spirito della Riforma avrebbe avuto, secondo lo storico ginevrino, un ruolo decisivo per un cambiamento soggettivo e pubblico, avvenuto nei Paesi riformati, nei confronti del tempo in rapporto allo spazio, alla sua razionalizzazione da parte di predicatori, mercanti, politici, padri di famiglia, al cambiamento nella forma e nella funzione dei calendari, degli appunti di viaggio, dell’educazione dei bambini, e in molto altro, di cui il libro dà uno più o meno ampio resoconto.

Il tempo passa sotto il controllo degli uomini, pur continuando ad appartenere a Dio, e così diventa protagonista cruciale nella rivoluzione culturale ed economica della modernità, una componente decisiva dello spirito del capitalismo.

In realtà, questa tesi suggestiva del libro non è del tutto convincente. Innanzitutto non è messa sufficientemente in evidenza la radice medioevale dell’invenzione del tempo razionale. L’accenno al monachesimo nella frase appena citata, è di fatto l’unica dell’intero libro. La prima razionalizzazione del tempo avviene dentro le abbazie e i monasteri, e già a partire con i benedettini, quindi mille anni prima di Calvino. La visione liturgica della giornata e della vita, la razionalizzazione e gestione del tempo, che Engammare attribuisce a Calvino e al mondo riformato, era stata generata e sviluppata dall’umanesimo monastico, fino a farne un muro maestro di quella visione della vita e della religione.

La storicità del cristianesimo, dell’incarnazione e quindi del tempo, e ancor prima l’intera visione del mondo come storia e cammino contenuta nell’Antico Testamento, rappresentavano già una rivoluzione della visione del tempo.

Ponzio Pilato sta dentro il credo di Nicea a indicare questa rivoluzione nella visione storica del tempo. L’accidia, malattia morale assunta alla dignità di vizio capitale, discussa e presa molto sul serio dalla tradizione monastica, non è altro che il medesimo atteggiamento che secoli dopo ritroviamo nella condanna dell’ozio e dello spreco di tempo, presente in Calvino e in altri riformati, ma anche in molti padri della Chiesa e in mistici e teologi monaci e monache. Senza una disciplina e una razionalizzazione del tempo non avremmo poi avuto la civiltà commerciale tra i duecento e il trecento, Borgo San Sepolcro e Monterchi, il duomo di Firenze e l’arsenale di Venezia, i commerci, le monete e le bilance medioevali. Per non parlare dell’arte e la musica del rinascimento, che sono anche e forse soltanto ritmo e dominio razionale del tempo e dello spazio. La dominazione del tempo e dello spazio è stata poi anche all’origine della cartografia e delle mappe moderne, e quindi delle grandi scoperte e navigazioni all’inizio della prima modernità.

Ciò che in tutto questo processo di riforma fu veramente decisivo fu l’estensione della "liturgia delle ore" dai monasteri (non più voluti dai riformati) all’intera vita civile laica, ma questa bella cosa ce l’aveva già detta Max Weber cento anni fa.

I riformati e i cattolici cristiani sono molto più simili di quanto una certa storiografia voglia affermare, e dove sono diversi lo sono per mille ragioni. Questo lo sapeva molto bene (e lo sa ancora) la scuola storica di Amintore Fanfani e della scuola storica della cattolica, un insegnamento che abbiamo dimenticato, che sarebbe invece molto utile per una nuova fase ecumenica e laica di studi sull’origine degli spiriti del capitalismo.

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Avvenire Cultura - Dibattito

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 19/09/2015

Il nesso tra cristianesimo e capitalismo è uno dei luoghi classici della storiografia, a partire almeno dalla seconda metà dell’Ottocento. E sebbene sia stata al centro di innumerevoli critiche, smentite e rivisitazioni, la classica tesi di Max Weber sullo "spirito protestante" del capitalismo continua ancora ad occupare il centro della scena. Anche l’interessante e originale libro di Max Engammare, L’ordine del tempo. L’invenzione della puntualità nel secolo XVI secolo (Claudiana, 2015, pagg. 220, euro 28), ruota attorno all’antico tema weberiano, andando a rintracciare l’origine dell’idea moderna di puntualità nella Riforma, in particolare nella persona, nel pensiero e nella teologia di Giovanni Calvino, e nella vita religiosa e civile della sua Ginevra di metà Cinquecento.

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E la fede «inventò» il tempo

E la fede «inventò» il tempo

Avvenire Cultura - Dibattito di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 19/09/2015 Il nesso tra cristianesimo e capitalismo è uno dei luoghi classici della storiografia, a partire almeno dalla seconda metà dell’Ottocento. E sebbene sia stata al centro di innumerevoli critiche, smentite e rivisita...
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Commenti - Alta finanza, alto rischio

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 25/08/2015

Su quanto sta veramente accadendo nei mercati e nella borsa di Shanghai sappiamo tutti molto poco. E questa è già una cattiva notizia, perché se c’è qualcosa che preoccupa i mercati – e tutti noi - è proprio la mancanza di trasparenza, che più di ogni cosa produce paura, incertezza, e quindi vendite e fuga di capitali, che hanno prodotto ieri la maggiore perdita dal 2007 (-8,49%), che ha trascinato le borse europee nel peggior crollo dal 2011. Qualcosa, però, lo sappiamo.

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Il mercato finanziario cinese è senza dubbi cresciuto troppo e troppo velocemente negli ultimissimi anni, e proprio mentre rallentava la crescita dell’economia reale e della manifattura. E soprattutto sappiamo dell’intreccio, misterioso e unico nella storia, di capitalismo e controllo statale del colosso asiatico. Nel giro di pochi anni l’economia cinese ha subito una radicale evoluzione. Da paese della cuccagna degli imprenditori occidentali che delocalizzavano le industrie attratti dal bassissimo costo del lavoro, la Cina oggi è uno dei principali mercati mondiali di consumo, anche di beni di lusso (non a caso i titoli italiani che sprofondano a Milano sono quelli dell’alta moda). Il settore finanziario ha subito una crescita esponenziale, anche grazie alla svolta normativa, avvenuta nell’Ottobre del 2014, che ha aperto il mercato borsistico agli investitori internazionali, trasformando così le borse cinesi da piazze periferiche a secondo mercato al mondo (dietro solo a Wall Street). E quando la finanza cresce a tassi molto elevati mentre l’economia reale rallenta, certamente si sta formando una bolla speculativa che, ce lo dice la storia economica, prima o poi scoppia.  

È ancora troppo presto per dire se siamo alla vigilia di un altro tsunami finanziario mondiale con baricentro in Cina, o se si tratta soltanto di un rimbalzo e di un aggiustamento di un ciclo dei rendimenti finanziari cinesi che dopo essere cresciuti molto nell’ultimo anno ora stanno restituendo quanto guadagnato (ad oggi le perdite estive hanno ‘soltanto’ azzerato i guadagni degli ultimi dodici mesi).
Ma se guardiamo bene a quanto sta accadendo nel mondo (alla politica monetaria della Federal Reserve, al crollo del prezzo del petrolio, o alle incertezze sul presente e futuro della Grecia e dell’Europa), possiamo tentare alcune considerazioni di carattere generale sullo stato di salute del sistema economico-finanziario globale.  

Innanzitutto, questa crisi cinese ci sta dicendo che, nonostante gli effetti devastanti della ultima grande crisi finanziaria US ed europea, la speculazione non si è mai fermata in nessun paese, e si è più orientata alle economie emergenti, Cina in primis. Le istituzioni politiche, economiche e finanziarie non hanno tratto nessuna lezione dalle lacrime di questi otto anni. Non appena l’economia US e quella degli stati europei più forti hanno riiniziato a crescere, le politiche, le leggi e soprattutto l’atteggiamento culturale delle istituzioni nei confronti della finanza sono tornati, nella sostanza, quelli di prima il 2007. In materia di economia e finanza la storia è una maestra che ha soltanto pessimi alunni. La crisi dell’euro e della Grecia ha poi di nuovo distratto l’opinione pubblica che ha dimenticato di seguire, con opportuno senso critico, il mondo della grande finanza che, nella nostra disattenzione, ha continuato indisturbato a fare il suo mestiere.

Un primo messaggio che allora ci arriva da queste turbolenze cinesi è forte e chiaro: l’alta finanza è oggi il vero unico potere mondiale, e non possiamo permetterci di ignorarlo o di lasciarlo solo agli specialisti (che, tra l’altro, da diversi mesi lanciavano allarmi sulle borse cinesi), anche perché quando le grandi bolle finanziarie esplodono è sempre troppo tardi.
Il secondo messaggio riguarda le sorti del capitalismo globale. Anche se la retorica delle grandi potenze sottolinea la salute delle economie occidentali, in realtà il nostro sistema globale è estremamente vulnerabile, perché lo stiamo allontanando progressivamente dal lavoro umano e dall’economia reale, per fondarlo su ricchezze troppo astratte e virtuali. Domandiamoci: quale valore aveva creato l’economia cinese in quest’ultimo anno, se è stato distrutto in poche sedute di borsa? Su quale valore e su quali valori si poggia il nostro nuovo mondo?   

Anche su queste colonne, mentre infuriavano le nostre crisi economiche e finanziarie, abbiamo più volte e a più voci ricordato che le grandi bolle speculative sarebbero diventate la regola, non l’eccezione, del nuovo capitalismo finanziario. Se infatti le nostre economie producono benessere sganciato dal nostro lavoro, è probabile che quella cinese di oggi o una mega-bolla finanziaria domani distruggano in pochi giorni la pseudo-ricchezza che credevamo fondasse i nostri consumi e i nostri mutui. Per evitare questi tristi scenari, non troppo improbabili, occorre un nuovo protagonismo della politica, locale e globale. In fondo i tentativi, maldestri, del governo cinese di governare una finanza che è diventata ingovernabile, ci dicono anche che una economia e una finanza totalmente fuori dalle dinamiche democratiche, si trasformano in macchine incontrollabili, che oggi ci fanno esultare per guadagni gratis e domani piangere per perdite che ricadono in massima parte su chi non aveva goduto dei primi facili guadagni.

Allora mentre siamo tutti col fiato sospeso in attesa degli sviluppi dei prossimi giorni, ritorniamo a seguire la finanza, studiamola di più, esercitiamo la nostra sovranità di cittadini, chiediamo più democrazia economica e finanziaria, se non vogliamo rassegnarci a diventare sempre più sudditi di un impero invisibile.

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Commenti - Alta finanza, alto rischio

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 25/08/2015

Su quanto sta veramente accadendo nei mercati e nella borsa di Shanghai sappiamo tutti molto poco. E questa è già una cattiva notizia, perché se c’è qualcosa che preoccupa i mercati – e tutti noi - è proprio la mancanza di trasparenza, che più di ogni cosa produce paura, incertezza, e quindi vendite e fuga di capitali, che hanno prodotto ieri la maggiore perdita dal 2007 (-8,49%), che ha trascinato le borse europee nel peggior crollo dal 2011. Qualcosa, però, lo sappiamo.

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L’invisibile Impero

L’invisibile Impero

Commenti - Alta finanza, alto rischio di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 25/08/2015 Su quanto sta veramente accadendo nei mercati e nella borsa di Shanghai sappiamo tutti molto poco. E questa è già una cattiva notizia, perché se c’è qualcosa che preoccupa i mercati – e tutti noi - è propr...
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Commenti - L'ospitalità fonda la nostra civiltà

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 19/08/2015

Immigrazione 02 ridIl dovere di ospitalità è il muro maestro della civiltà occidentale, e l’abc dell’umanità buona. Nel mondo greco il forestiero era portatore di una presenza divina. Sono molti i miti dove gli dèi assumono le sembianze di stranieri di passaggio. L’Odissea è anche un grande insegnamento sul valore dell’ospitalità (Nausicaa, Circe, …) e sulla gravità della sua profanazione (Polifemo, Antinoo). L’ospitalità era regolata nell’antichità da veri e propri riti sacri, espressione della reciprocità di doni. L’ospite ospitante era tenuto al primo gesto di accoglienza e, nel congedarlo, consegnava un "regalo d’addio" all’ospite ospitato, il quale dal canto suo doveva essere discreto e soprattutto riconoscente.

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L’ospitalità è un rapporto (ed è bello che in italiano ci sia un’unica parola, ospite, per dire colui che ospita e colui che è ospitato). Al forestiero che si accoglieva a casa non veniva chiesto né il nome né l’identità, perché era sufficiente trovarsi di fronte a uno straniero in condizione di bisogno affinché scattasse la grammatica dell’ospitalità. La reciprocità delle relazioni d’accoglienza era alla base delle alleanze tra persone e comunità, che componevano la grammatica fondamentale della convivenza pacifica tra i popoli.

La guerra di Troia, l’icona mitica di tutte le guerre, nacque da una violazione dell’ospitalità (da parte di Paride). La civiltà romana continuò a riconoscere la sacralità dell’ospitalità, che veniva anche regolata giuridicamente. La Bibbia, poi, è un continuo canto al valore assoluto dell’ospitalità e dell’accoglienza dei forestieri, che, non di rado, vengono chiamati "angeli". Il primo grande peccato di Sodoma fu rinnegare l’ospitalità a due degli uomini che erano stati ospiti di Abramo e Sara alle Querce di Mamre (Genesi, 18-19), e uno degli episodi biblici più raccapriccianti è una profanazione dell’ospitalità - lo stupro omicida dei beniaminiti di Gabaa (Libro dei Giudici, 19). Il cristianesimo raccolse queste tradizioni sull’ospitalità, e le interpretò come una declinazione del comandamento dell’agape ed espressione diretta della predilezione di Gesù per gli ultimi e i poveri: “Ero straniero e mi avete accolto” (Matteo 25,35).

In quelle culture antiche, dove vigeva ancora la "legge del taglione", dove non era riconosciuto quasi nessuno dei diritti dell’uomo che l’Occidente ha conquistato e proclamato in questi ultimi secoli, l’ospitalità fu scelta come prima pietra di civiltà dalla quale è poi fiorita la nostra. In un mondo molto più insicuro, indigente e violento del nostro, quegli antichi uomini capirono che l’obbligo di ospitalità è essenziale per uscire dalla barbarie. I popoli barbari e incivili sono quelli che non conoscono e non riconoscono l’ospite. Polifemo è l’immagine perfetta dell’inciviltà e della disumanità perché divora i suoi ospiti invece di accoglierli. L’ospitalità è la prima parola civile perché dove non si pratica l’ospitalità si pratica la guerra, e si impedisce lo shalom, cioè la pace e il benessere.

Smettiamo allora di essere civili, umani e intelligenti quando interrompiamo la pratica antichissima dell’ospitalità. E se l’ospitalità è il primo passo per entrare nel territorio della civiltà, la sua negazione diventa automaticamente il primo passo per tornare indietro verso il mondo dei ciclopi, dove regnano solo la forza fisica e l’altezza.

I popoli saggi sapevano che l’ospitalità conviene a tutti, anche se individualmente costa a ciascuno. Per questo occorre proteggerla e parlarne molto bene, se vogliamo che resista nei tempi degli alti costi. La reciprocità dell’ospitalità non è un contratto, perché non c’è equivalenza fra il dare e il ricevere, e soprattutto perché il mio essere accogliente oggi non genera nessuna garanzia di trovare accoglienza domani quando ne avrò bisogno. Non esiste un contratto di assicurazione per la non accoglienza domani di chi è stato accogliente oggi. Per questo l’ospitalità è un bene comune, e quindi fragile. Come tutti i beni comuni viene distrutto se non è sostenuto da una intelligenza collettiva più grande degli interessi individuali e di parte. Ma come tutti i beni comuni, una volta distrutto il bene non c’è più per nessuno ed è quasi impossibile ricostruirlo.

L’Europa è nata dall’incontro tra umanesimo giudaico-cristiano e quello greco e romano fondati sull’ospitalità. Ma in Occidente è sempre rimasta viva anche l’anima beniaminita e polifemica, dominante per lunghi periodi, sempre bui. È l’anima che vede gli ospiti solo come minacce o prede. Oggi questo spirito buio, incivile e non-intelligente sta riaffiorando, ed è urgente esercitare il prezioso esercizio del discernimento degli spiriti. Evitando, ad esempio, di credere a chi ci racconta che Polifemo ha divorato i compagni di Ulisse perché sarebbero stati in troppi a bordo e la nave poteva affondare nel ritorno verso Itaca, o che i beniaminiti volevano incontrare gli ospiti di Lot solo per controllarne i documenti. Il riconoscimento del valore e del diritto dell’ospitalità viene prima di tutte le politiche e le tecniche per gestirla e renderla sostenibile.

L’ospitalità è uno spirito, uno spirito buono. Quando non c’è si vede, si sente. Gli spiriti vanno conosciuti, riconosciuti e chiamati per nome, e quelli cattivi vanno semplicemente cacciati via.

Nella casa degli umani se non c’è posto per l’altro non c’è posto neanche per me. Sta scritto: "Non dimenticate l'ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo" (Lettera agli Ebrei).

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Commenti - L'ospitalità fonda la nostra civiltà

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 19/08/2015

Immigrazione 02 ridIl dovere di ospitalità è il muro maestro della civiltà occidentale, e l’abc dell’umanità buona. Nel mondo greco il forestiero era portatore di una presenza divina. Sono molti i miti dove gli dèi assumono le sembianze di stranieri di passaggio. L’Odissea è anche un grande insegnamento sul valore dell’ospitalità (Nausicaa, Circe, …) e sulla gravità della sua profanazione (Polifemo, Antinoo). L’ospitalità era regolata nell’antichità da veri e propri riti sacri, espressione della reciprocità di doni. L’ospite ospitante era tenuto al primo gesto di accoglienza e, nel congedarlo, consegnava un "regalo d’addio" all’ospite ospitato, il quale dal canto suo doveva essere discreto e soprattutto riconoscente.

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Non siamo Ciclopi

Non siamo Ciclopi

Commenti - L'ospitalità fonda la nostra civiltà di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 19/08/2015 Il dovere di ospitalità è il muro maestro della civiltà occidentale, e l’abc dell’umanità buona. Nel mondo greco il forestiero era portatore di una presenza divina. Sono molti i miti dove gli dèi...
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Inchiesta Bes/26 - Quella ricchezza relazionale nascosta a fianco del Pil. Nell'era dei beni comuni sono gli stock (ambientali, relazionali, spirituali e sociali) che devono ritornare al centro della scena

di Luigino Bruni

pubblicato su pdf Avvenire (49 KB) l'11/08/2015

BESIl tema del benessere, del benestare, della felicità pubblica, o del ben vivere sociale è stato, ed è ancora, al centro della tradizione italiana dell’Economia civile. Negli ultimi anni è cresciuto significativamente il dibattito attorno alla necessità di superare il Pil o, secondo alcuni, di affiancargli altri indicatori che dicano altre dimensioni del benessere.

In questo affiancamento del PIL con altri indicatori non-economici, si sta però correndo seriamente un rischio. Lo scenario che si sta profilando assomiglia molto a quanto accade nel mondo del calcio.

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Al termine della partita compaiono sui nostri schermi statistiche con più indicatori: le percentuali del possesso palla delle due squadre, i falli fatti e subiti, il numero dei tiri in porta ecc. Ma, in cima al quadro delle statistiche, domina solitario il numero dei goal, che è l’unico dato che veramente conta, e che nessun’altra statistica che lo affianca può neanche lontanamente modificare. L’indice di sviluppo umano, l’impronta ecologica, il Bes (benessere equo e sostenibile), e altri indicatori analoghi, ad oggi assomigliano ancora molto al possesso palla e al numero di tiri in porta, che fanno da ‘contorno’ al numero dei goal realizzati (cioè il Pil). Come fare per prendere veramente sul serio altri indicatori di benessere e superare l’idea che il PIL sia il sono numero importante nella partita economica della nostra società?

Innanzitutto un po’ di storia. Il Pil, come lo conosciamo oggi, è un concetto relativamente recente, poiché è legato allo sviluppo della contabilità nazionale a partire dagli anni Trenta del XX secolo. I suoi veri padri (o nonni) fondatori sono stati i cosiddetti Fisiocratici, studiosi francesi della metà del Settecento, i quali erano convinti che la forza economica di un paese non fosse misurata da capitali, o da valori stock (come si pensava fino ad allora, quando si misurava la ricchezza di una nazione prevalentemente sulla base dell’oro da essa posseduto); ma dissero che ciò che veramente contava per la ricchezza erano i flussi, cioè il reddito. Da allora abbiamo iniziato un po’ tutti a pensare che non è la misurazione della ricchezza in termini di terreni, di materie prime, di coste, di musei, di cattedrali, di capitali culturali né umani, che fa un popolo «ricco», ma la capacità che ha quel popolo di «far girare» quei capitali in modo da ‘metterli a reddito’ e generare nuovi flussi.

Oggi sappiamo, e in Italia lo vediamo sempre di più, che se un popolo non è capace di far sì che i suoi capitali siano impiegati in modi produttivi, resta indigente pur se i suoi cittadini sono seduti su miniere d’oro. Dai fisiocratici in poi, è dunque il flusso annuo di nuova ricchezza che ci dice quanto una comunità nazionale è ricca. Prima di liquidare il Pil, allora, facciamo tesoro di questo valore presente nel suo DNA: una persona, una comunità, una regione resta economicamente povera se non è nelle condizioni (istituzionali, culturali, politiche) di trasformare i suoi capitali in reddito. Quando invece un paese nonostante i capitali non riesce più a produrre redditi, le rendite uccidono i profitti, e le società iniziano il declino. Benvengano allora altri indicatori o indicatori economici più sofisticati, ma non dimentichiamo che senza un indicatore di flusso, non sappiamo misurare la nostra capacità di valorizzare i nostri capitali, per capire se li stiamo nel tempo potenziando o impoverendo.

Per questa ragione, credo che un’operazione importante in tema di misurazioni più sofisticate dello stato economico e sociale di un Paese consista nell’affiancare, con pari dignità e rilevanza, al PIL indicatore capaci di cogliere anno dopo anno lo stato di salute dei nostri capitali, soprattutto di quelli sociali, ambientali, culturali, relazionali, spirituali. Nonostante la lezione importante dei Fisiocratici, resta vero che i redditi (flussi) nascono dai capitali (stock), e se i capitali si deteriorano o si estinguono, i redditi diminuiscono fino a scomparire.

Nell’era dei beni comuni nella quale siamo drammaticamente entrati con il terzo millennio, sono gli stock che devono ritornare ad occupare il centro della scena economica, sociale e politica. Il tema ambientale, ma anche quello relazionale e sociale (flussi migratori, inclusione sociale, terrorismo...), e altri temi che sono tornati centrali nell’era dei beni comuni, sono faccende di stock, perché sono legate a forme di capitali, presenti o assenti – sappiamo ormai da molti studi quanto l’intolleranza e razzismo siano legati alla carenza di ‘capitali’ culturali e artistici nelle persone. Ma c’è di più. L’eccessiva enfasi sulla creazione di flussi, inclusi i grandi flussi finanziari che oggi dominano di gran lunga i flussi di beni e servizi reali, stanno producendo effetti molti seri sugli stock delle nostre economie e del nostro pianeta. Dobbiamo imparare a misurare adeguatamente i patrimoni, che al pari delle energie non rinnovabili stanno subendo forti depauperamenti proprio a causa della grande invadenza dei flussi di reddito (misurati dal Pil).

Infine, alla radice di qualsiasi sviluppo di nuove misurazioni, c’è una questione più generale di carattere culturale e politico, che coinvolge direttamente il mondo delle imprese. Finché gli unici indicatori di successo delle imprese (soprattutto di quelle grandi) sono i profitti raggiunti e gli indici prettamente economici, e finché i «bilanci sociali» saranno pubblicazioni patinate donate agli stakeholder durante le feste aziendali, senza che i dati ‘sociali’ abbiamo alcuna rilevanza per le scelte importanti (rinnovo dei manager, dei membri del Cda ecc.), sarà impossibile che la nostra società giunga a valorizzare indicatori diversi dal Pil.

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Inchiesta Bes/26 - Quella ricchezza relazionale nascosta a fianco del Pil. Nell'era dei beni comuni sono gli stock (ambientali, relazionali, spirituali e sociali) che devono ritornare al centro della scena

di Luigino Bruni

pubblicato su pdf Avvenire (49 KB) l'11/08/2015

BESIl tema del benessere, del benestare, della felicità pubblica, o del ben vivere sociale è stato, ed è ancora, al centro della tradizione italiana dell’Economia civile. Negli ultimi anni è cresciuto significativamente il dibattito attorno alla necessità di superare il Pil o, secondo alcuni, di affiancargli altri indicatori che dicano altre dimensioni del benessere.

In questo affiancamento del PIL con altri indicatori non-economici, si sta però correndo seriamente un rischio. Lo scenario che si sta profilando assomiglia molto a quanto accade nel mondo del calcio.

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Accanto al Pil c’è una ricchezza che non si misura come «flusso»

Accanto al Pil c’è una ricchezza che non si misura come «flusso»

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Non c'è perdono per i popoli, ma per le istituzioni finanziare

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 15/07/2015

Comunità europeaLa comunità europea, come ogni comunità, è una forma di bene comune. E come ci insegna la scienza economica, i beni comuni sono per natura soggetti alla possibilità della loro distruzione. Nota è infatti la cosiddetta ‘Tragedia dei beni comuni’ (Garrett Hardin, 1968), che si verifica quando i fruitori di un bene comune cercano di massimizzare gli interessi individuali, dimenticandosi, o lasciando troppo sullo sfondo, il deterioramento del bene comune dovuto al loro consumo. Se – nell’esempio più famoso - gli utilizzatori del pascolo comune guardano solo i costi e benefici soggettivi, hanno l’incentivo a portare al pascolo sempre più mucche, e così l’esito finale del processo sarà la distruzione del pascolo.

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Il principale messaggio della teoria dei beni comuni è la distruzione del bene come effetto non intenzionale: nessuno lo vorrebbe, ma tutti contribuiscono a distruggerlo.

La crisi della Grecia ci sta mostrando che oggi i vari Paesi che hanno dato vita all’Unione rischiano di distruggere il bene comune da loro costruito nei decenni passati. Ogni tragedia dei beni comuni, ce lo ricorda la premio Nobel per l’economia Elinor Ostrom, si può evitare solo cambiando la prospettiva culturale: occorre passare dalla logica dell’io a quella del noi, iniziando a guardare il bene comune come ‘bene di tutti’ e non come ‘bene di nessuno’.

Le comunità, come ci dice anche la sua radice etimologica (cum-munus), sono un intreccio essenziale di doni e di obblighi - la parola latina munus significa, infatti, dono e obbligo. Non bastano i doni, lo sappiamo, ma non bastano neanche gli obblighi, perchè sono entrambi co-essenziali. I contratti e le regole sono solo una faccia della moneta delle comunità. Se manca il volto del dono le comunità implodono, collassano, si auto-distruggono. È la faccia del dono che manca nell’Europa di oggi, un dono che fu invece fondamentale per la sua creazione nel dopo-guerra. Le regole hanno occupato tutti gli spazi. E così il patto di fondazione si sta riducendo a solo contratto, e nei contratti, diversamente dai patti, non c’è spazio per il dono, scompaiono le comunità e nascono i club.

La vera soluzione possibile e sostenibile della crisi greca sarebbe stata una soluzione di con-dono parziale del debito, perché nelle condizioni economiche, psicologiche, sociali nelle quali si trova la Grecia, è impensabile che si possano restituire debiti di quelle dimensioni generando altri debiti con nuovi prestiti spietati. In realtà, il paradosso più sconvolgente di questi anni di crisi finanziaria ed economica, è vedere applicato il registro del dono ai debiti della finanza, mentre viene negato ai popoli e ai cittadini – quante migliaia di miliardi di debiti sono stati di fatto condonati alle istituzioni finanziarie?

Il grave errore dell’Europa di oggi, o meglio di alcuni dei suoi governanti più potenti, è pensare di risolvere una crisi del patto ricorrendo soltanto al registro del contratto. Da ogni grande crisi si esce con una buona combinazione di regole e di doni, mai con il solo inasprimento delle regole. I doni si rafforzano con l’educazione alla responsabilità delle regole, e le regole si umanizzano quando sono accompagnate dalla gratuità del dono. Ma per poter donare a chi ha commesso errori (e anche i greci ne hanno commessi) c’è prima bisogno della stima e della fiducia che quel popolo e quei cittadini abbiano le energie morali per ricominciare e tornare degni di nuova fiducia. Ogni vera fiducia è soprattutto dono, perché quando la fiducia si basa sui soli contratti, il contratto finisce per distruggere quella fiducia che vorrebbe ricreare.

Le regole senza perdono, gli obblighi senza i doni, non sono capaci di manutenere i beni comuni, soprattutto quei beni comuni primari su cui poggia la nostra fragile democrazia.
Abbiamo raggiunto Plutone, abbiamo fatto progressi straordinari e meravigliosi nella scienza e nelle tecnologie. Questa crisi ci sta mostrando che nella capacità relazionale ed etica di gestire grandi crisi collettive siamo ancora troppo simili agli uomini del neolitico, e probabilmente abbiamo perso alcune delle abilità e delle saggezze che il medioevo cristiano e la modernità ci avevano lasciato in eredità.

L’oikonomia, cioè le regole della casa, non è sufficiente per edificare una buona polis. In Europa oggi ci sarebbe bisogno di dono e di per-dono, una parola aliena all’economia capitalistica, che nessuno ha il coraggio di evocare nei tavoli che contano, anche perché l’abbiamo logorata, depotenziata, ridotta ai gadget e alla filantropia dei privati. Ma senza recuperare questa grande parola fondativa delle comunità, siamo destinati ad assistere ad un inesorabile declino di quella terra comune che avrebbe ancora le risorse per nutrirci.

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Non c'è perdono per i popoli, ma per le istituzioni finanziare

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 15/07/2015

Comunità europeaLa comunità europea, come ogni comunità, è una forma di bene comune. E come ci insegna la scienza economica, i beni comuni sono per natura soggetti alla possibilità della loro distruzione. Nota è infatti la cosiddetta ‘Tragedia dei beni comuni’ (Garrett Hardin, 1968), che si verifica quando i fruitori di un bene comune cercano di massimizzare gli interessi individuali, dimenticandosi, o lasciando troppo sullo sfondo, il deterioramento del bene comune dovuto al loro consumo. Se – nell’esempio più famoso - gli utilizzatori del pascolo comune guardano solo i costi e benefici soggettivi, hanno l’incentivo a portare al pascolo sempre più mucche, e così l’esito finale del processo sarà la distruzione del pascolo.

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 Le (il)logiche insidie al bene comune Europa

Le (il)logiche insidie al bene comune Europa

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Commenti - Genesi di una crisi e suoi possibili esiti

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 2/07/2015

Crisi greca ridYanis Varufakis prima di diventare ministro dell’economia nell’attuale governo greco, era ben noto alla comunità degli economisti per i suoi lavori in ‘Teoria dei giochi’. Varufakis è uno studioso di scelte razionali in situazioni nelle quali sono coinvolti due o più agenti e ciascuno agisce obbedendo ad una logica strategica, anticipando cioè le mosse e contromosse reciproche. Il ministro greco conosce quindi molto bene il cosiddetto “gioco del pollo” (o del coniglio), che descrive una situazione molto simile ad una nota scena del film Gioventù bruciata.

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Jim (James Dean) sfida Buzz in una gara folle: entrambi spingono le loro auto a tutta velocità verso un precipizio, e vincerà colui che si getterà dalla propria auto in corsa per ultimo, appena prima che precipiti nel burrone. L’esito peggiore del “gioco del pollo” è che entrambi i piloti precipitino nel precipizio, se per voler vincere la gara aspettano troppo prima di saltare fuori dall’auto.

Immaginare oggi che il governo greco e le sue controparti stiano giocando a un gioco simile a quello del ‘pollo’, è una lettura che può far sperare che i giochi non siano ancora chiusi e che i giocatori siano ancora in corsa - augurandoci che l’esito sia quello dettato dalla razionalità e non dalle emozioni e dalle passioni.

L’uscita della Grecia dall’euro non conviene a nessuno, in tutte le possibili declinazioni della parola convenienza. Staremmo solo tutti peggio e nessuno starebbe meglio. <Siamo tra l'incudine e il martello>, mi ha appena scritto un collega economista dell’università di Atene. E starebbero molto peggio i poveri, i giovani, i bambini greci, che non hanno mai firmato nessun contratto e magari non hanno mai avuto nessun beneficio dai soldi sperperati in passato dai loro governanti.

È uno scenario fosco e tremendamente confuso, da cui dovrebbe derivare una raccomandazione generale di metodo a chi in questi giorni parla e scrive: non immaginare soluzioni semplici ad una situazione estremamente complessa, dividendo la scena in buoni e cattivi, pro o contro la Grecia.

Un primo elemento di complessità ce lo offrono i dati storici. L’economia greca è stata tra quelle più colpite dalla crisi finanziaria del 2007. Fino a quella data la Grecia cresceva, e aveva attratto molti investitori internazionali. Il suo debito pubblico è raddoppiato tra il 2007 e il 2012. Il suo rapporto debito/Pil nel 2007 era solo del 95,59%, ma è diventato del 130.2% nel 2010 e quindi del 143.5% nel 2012. Il suo debito verso UE e FMI è nato tra il 2010 e il 2012, costretta da una situazione economico-finanziaria del Paese resa insostenibile dalla crisi. Le onde anomale dello tzunami finanziario partito dagli USA sono arrivate sulle coste greche e hanno provocato danni molto ingenti. Senza la crisi del 2007 oggi avremmo uno scenario completamente diverso.

I dati, tutti i numeri, non aiutano a trovare soluzioni se non vengono letti e interpretati dentro un contesto relazionale idoneo – sono innumerevoli i conflitti generati e alimentati da letture opposte degli stessi dati. L’ambiente umano dentro il quale si stanno svolgendo da anni le trattative sul caso greco è molto negativo, per non dire pessimo. Le crisi – ogni crisi – è uno ‘stress test’ della qualità delle relazioni tra persone e istituzioni. Ci sarebbe bisogno, ad esempio, di una radicale purificazione del linguaggio usato a tutti i livelli. È urgente che Unione Europea, FMI e anche Governo greco smettano di colpevolizzare la controparte.

Soprattutto è fondamentale cambiare linguaggio sulle ‘colpe’ dei greci. Lo sappiamo e lo abbiamo visto molte volte lungo la storia: la prima soluzione facile a problemi complessi è stata creare qualche teoria che dimostri che l’altro si merita la sua sventura perché è colpevole. Il libro di Giobbe, ad esempio, combatte soprattutto contro questa ideologia. Sono troppi e molto pericolosi i ragionamenti che si odono e leggono sulle colpe dei greci. ‘Si meritano la loro sventura, perché hanno avuto governi corrotti, e perché anche i cittadini sono pigri, assistiti, grandi evasori fiscali’. Commenti e discorsi ideologici che sono gravi sia quando provengono da paesi, come l’Italia, che su questi temi non può dare lezioni morali a nessuno, sia quando arrivano da giornalisti o politici tedeschi e francesi, perché dimenticano le grandi e gravi lezioni della storia e perché eclissano le altre ragioni della crisi, ragioni che pesano, anche quantitativamente, molto di più. Attribuire le cause dei problemi da risolvere al ‘carattere’ nazionale o alla ‘mentalità’ dei popoli, non fa altro che allontanare le soluzioni, perché ‘caratteri’ e ‘mentalità’ sono variabili sulle quali chi oggi deve decidere non ha nessun controllo. Ma a chi vuole ridurre il costo etico di scelte difficili, evocare colpe, carattere e mentalità aiuta sempre, e ogni tanto funziona.

Debito e colpa, in alcune lingue, hanno la stessa radice. Una volta per debiti si diventava schiavi, e non di rado si veniva condannati a morte. Generazioni intere hanno donato vita e sangue perché la democrazia mettesse la parola fine alla schiavitù per debiti, affermando che nessun debito, per quanto grande, deve ridurre anche una sola persona in schiavitù. Figuriamoci un popolo intero.

Un vero piano responsabile di rilancio della Grecia deve allora svilupparsi in un arco di tempo quinquennale o decennale, durante il quale sospendere il rimborso dei debiti esteri, e lavorare tutti e a tutti i livelli per creare gli investimenti e le condizioni perché i debiti degli Stati non diventino una via post-moderna a nuove forme di schiavitù dei popoli – anche la Laudato si’ ce lo chiede. La soluzione deve arrivare, e scongiurare che questa ‘gara’ abbia lo stesso epilogo da quello di Gioventù bruciata.

Infine, sono tante le prospettive possibili per giudicare la moralità e la giustizia di una scelta tragica. Una delle migliori è guardare ai suoi costi e benefici dalla prospettiva dei bambini. È un esercizio che aiuta sempre, e a volte può essere decisivo.

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Commenti - Genesi di una crisi e suoi possibili esiti

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 2/07/2015

Crisi greca ridYanis Varufakis prima di diventare ministro dell’economia nell’attuale governo greco, era ben noto alla comunità degli economisti per i suoi lavori in ‘Teoria dei giochi’. Varufakis è uno studioso di scelte razionali in situazioni nelle quali sono coinvolti due o più agenti e ciascuno agisce obbedendo ad una logica strategica, anticipando cioè le mosse e contromosse reciproche. Il ministro greco conosce quindi molto bene il cosiddetto “gioco del pollo” (o del coniglio), che descrive una situazione molto simile ad una nota scena del film Gioventù bruciata.

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Non è tempo di giochi

Non è tempo di giochi

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La «Laudato si’» è tutt’altro che anti-impresa. Ma leggiamola in un bosco

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 24/06/2015

Sul nostro sistema capitalistico incombe un’enorme domanda di giustizia che si innalza dalle vittime e dagli "scarti" umani, una domanda che è particolarmente grave perché non viene più vista né udita. Papa Francesco è oggi l’unica autorità morale globale capace innanzitutto di vedere e sentire questa grande domanda etica sul mondo (e questo dipende dal suo proprio carisma), e poi porre interrogativi radicali (e questo nasce dalla sua agape).

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Nessun altra "agenzia" mondiale ha la sua libertà dai poteri forti dell’economia e della politica, una libertà che purtroppo né l’Onu né la Commissione europea né tantomeno i politici nazionali dimostrano di avere, tant’è che continuano «a vendere il povero per un paio di sandali» (Amos) – vedi ciò che si rischia in Italia con le nuove regole sull’azzardo.

Alcuni commentatori, sedicenti amanti del libero mercato, hanno scritto che l’enciclica Laudato si’ è contro il mercato e contro la libertà economica, espressione dell’anti-modernismo e, addirittura, del marxismo del Papa «preso quasi alla fine del mondo». Nell’enciclica non si trova niente di tutto questo, anzi vi si trova l’opposto. Francesco ci ricorda che il mercato e l’impresa sono preziosi alleati del bene comune se non diventano ideologia, se la parte (il mercato) non diventa il tutto (la vita). Il mercato è una dimensione della vita sociale essenziale per ogni bene comune (sono molte le parole dell’enciclica che lodano gli imprenditori responsabili e le tecnologie al servizio del mercato che include e crea lavoro). Ma non è l’unica, e neppure la prima.

Il Papa, innanzitutto, richiama il mercato alla sua vocazione di reciprocità e di «mutuo vantaggio». E su questa base critica le imprese che depredano persone e terra (e lo fanno spesso), perché stanno negando la natura stessa del mercato, arricchendosi grazie all’impoverimento della parte più debole.

A un secondo livello, Francesco ci ricorda qualcosa di fondamentale che oggi è sistematicamente trascurato. La tanto declamata «efficienza», la parola d’ordine della nuova ideologia globale, non è mai una faccenda solo tecnica e quindi eticamente neutrale (34). I calcoli costi-benefici, che sono alla base di ogni scelta "razionale" delle imprese e delle pubbliche amministrazioni, dipendono decisamente da che cosa inseriamo tra i costi e che cosa tra i benefici. Per decenni abbiamo considerato efficienti imprese che tra i costi non mettevano i danni che stavano producendo nei mari, nei fiumi, nell’atmosfera. Ma il Papa ci invita ad allargare il calcolo a tutte le specie, includendole in una fraternità cosmica, estendono la reciprocità anche ai viventi non umani, dando loro voce nei nostri bilanci economici e politici.

C’è, poi, un terzo livello. Anche riconoscendo il «mutuo vantaggio» come legge fondamentale del mercato civile, e magari estendendola anche al rapporto con altre specie viventi e con la terra, il «mutuo vantaggio» non può e non deve essere l’unica legge della vita. È importante, ma non è la sola. Esistono anche quelli che l’economista e filosofo indiano Amartya Sen chiama «gli obblighi di potere». Dobbiamo agire responsabilmente nei confronti del creato perché, oggi, la tecnica ci ha attribuito un potere per determinare unilateralmente conseguenze molto gravi verso altri esseri viventi con i quali siamo legati. Tutto nell’universo è vivo, e tutto ci chiama a responsabilità. Esistono anche obblighi morali senza vantaggi per noi. Il «mutuo vantaggio» del buon mercato non basta a coprire tutto lo spettro della responsabilità e della giustizia. Anche il mercato migliore se diventa l’unico criterio si trasforma in un mostro. Nessuna logica economica ci spinge a lasciare le foreste in eredità a chi vivrà tra mille anni, eppure abbiamo obblighi morali anche verso quei futuri abitanti della terra.

Molto importante è la questione del «debito ecologico» (51), che rappresenta uno dei passaggi più alti e profetici dell’enciclica. La logica spietata dei debiti degli Stati domina la terra, mette in ginocchio interi popoli (come nel caso della Grecia), e ne tiene sotto ricatto molti altri. Molto potere nel mondo è esercitato in nome del debito e del credito. Esiste però anche un grande «debito ecologico» del Nord del mondo nei confronti del Sud, di un 10% dell’umanità che ha costruito il proprio benessere scaricando i costi sull’atmosfera di tutti, e che continua a produrre "cambiamenti climatici".

L’espressione "cambiamenti" è fuorviante perché è eticamente neutrale. Il Papa parla invece di «inquinamento» e di deterioramento di quel bene comune chiamato clima (23). Il deterioramento del clima contribuisce alla desertificazione di intere regioni che influiscono decisamente sulle miserie, le morti e le migrazioni dei popoli (25). Di questo immenso «debito ecologico» e di giustizia globale non si tiene conto quando chiudiamo le nostre frontiere a chi arriva da noi perché gli stiamo bruciando la casa. Questo debito ecologico non pesa per nulla nell’ordine politico mondiale, nessuna Troika condanna un Paese perché ha inquinato e desertificato un altro Paese, e così il «debito ecologico» continua a crescere nell’indifferenza dei grandi e dei potenti.

Infine, un consiglio. Chi deve ancora leggere questa meravigliosa enciclica, non inizi la lettura nel proprio studio o seduto sul divano. Esca di casa, vada in mezzo a un prato o in un bosco, e lì inizi a meditare il cantico di papa Francesco. La terra di cui ci parla è una terra reale, toccata, sentita, odorata, vista, amata. E, poi, concluda la lettura in qualche periferia reale, in mezzo ai poveri, e guardi il mondo dei ricchi epuloni accanto ai nostri lazzari, e ne abbracci almeno uno, come Francesco. Da questi luoghi potremmo reimparare a «stupirci» (11) delle meraviglie della terra e degli uomini, e così forse potremo capire e pregare Laudato si’.

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La «Laudato si’» è tutt’altro che anti-impresa. Ma leggiamola in un bosco

di Luigino Bruni

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Sul nostro sistema capitalistico incombe un’enorme domanda di giustizia che si innalza dalle vittime e dagli "scarti" umani, una domanda che è particolarmente grave perché non viene più vista né udita. Papa Francesco è oggi l’unica autorità morale globale capace innanzitutto di vedere e sentire questa grande domanda etica sul mondo (e questo dipende dal suo proprio carisma), e poi porre interrogativi radicali (e questo nasce dalla sua agape).

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Enciclica, il mercato buono del Papa

Enciclica, il mercato buono del Papa

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di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 12/05/2015

Adamo Eva Poussin cropLa custodia è vocazione universale, di tutti e di ciascuno. L’economia, nonostante la sua etimologia (oikos nomos) rimandi all’oikos, all’ambiente, alla casa, negli ultimi decenni sta tradendo questa vocazione di custodia, perché troppo schiacciata sulle rendite e sui profitti di breve periodo. L’homo oeconomicus non ha, per come è stato pensato fin qui dalla scienza e prassi economica, luoghi da abitare, ma solo spazi da occupare. Il luogo, lo sappiamo, dice identità, specificità, radici; lo spazio è la dimensione razionale dei luoghi: è uniforme, senza radici né destino. E così il nostro capitalismo speculativo sta eliminando le specificità e le identità dei luoghi, delle loro tradizioni sociali ed economiche, per poterli controllare e orientare al mercato, dando vita ad un mondo piatto senza biodiversità nelle forme di impresa, di lavoro, di vivere.

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La logica economica imperante non capisce la custodia perché non capisce la gratuità. Il mercato come lo stiamo conoscendo oggi è sempre più definito sulla logica dell’incentivo, e quindi sul calcolo costi-benefici. Ci stiamo convincendo che per agire nella sfera economica e quindi lavorativa dobbiamo essere incentivati, perché le persone rispondono soltanto a interessi. Ma la custodia del creato, della terra, dei beni comuni, delle relazioni, la cura dell’altro e di se stessi, hanno un bisogno essenziale di una dimensione di gratuità, o, quantomeno, di logiche più complesse della troppo semplice ragione economica. Un lago non si inquina solo perché ci conviene tenerlo pulito, ma, prima di tutto, per rispetto di quella realtà vivente come noi. Il rispetto, la dignità, il riconoscimento non sono categorie economiche, ma sono parole fondamentali per vivere e far vivere. Le ragioni che portavano i nostri nonni a custodire i fiumi e le vallate, non erano soltanto né primariamente economiche: c’era un istinto antico, anche religioso, che li spingeva a rapportarsi in modo non predatorio con l’ambiente che li ospitava – un rapporto non predatorio che altre culture non occidentali hanno saputo custodire nei secoli. La custodia è parte della condizione umana. Ma è estranea al nostro capitalismo, che continua a curare i figli di Abele con le fondazioni create dai figli di Caino, come quando le multinazionali dell’azzardo sponsorizzano le associazioni che curano i giocatori patologici, o quelle delle armi per ‘custodire’ gli orfani delle guerre. Questa custodia è l’opposto di quella contenuta nella tradizione biblica e in ogni autentico umanesimo, che ci ricordano che l’essere umano è animale capace di custodia, di accudimento. E quindi di cura di sé, dell’altro e della natura.

Non a caso nel libro della Genesi troviamo la stessa parola, shamar, quando ci descrive l’Adam come il ‘custode’ del giardino (capitolo 1), e quando Caino torna omicida-fratricida dai campi, si dichiara non custode, shamar, di suo fratello (capitolo 4).

La custodia è espressione diretta di un’altra grande parola umana: responsabilità. Caino non era stato custode e quindi non era stato responsabile. E infatti di fronte alla domanda di Dio: “dov’è tuo fratello?”, non risponde, ma pone un’altra domanda: “Non lo so. Son forse io il custode di mio fratello?”. Ancora shamar: l’Adam era stato custode dell’Eden, Caino non era stato custode del fratello e quindi non aveva custodito né le relazioni né la terra degli uomini. Dietro ogni domanda di custodia si nasconde allora la domanda radicale della fraternità, inter-umana e cosmica (gli esseri umani non esauriscono la vocazione universale alla fraternità, come avevano capito molto bene Giobbe o San Francesco).

La custodia del mondo e la custodia dell’altro sono una unica cosa. Quando manca è la morte che prevale. Muore Abele, e insieme a lui muoiono anche gli animali, le piante, il creato che, assieme al fratello, ci chiede custodia.

La custodia costringe ad uscire da sé per occuparsi dell’altro. Quindi è per natura anti-narcisista, perché ci decentra. E in una civiltà dove il narcisismo sta diventando malattia endemica, la custodia non è capita e non è vista.

Ci sono alcune sfide culturali e sociali da cui dipende la qualità, quantità e forse sopravvivenza della categoria della custodia dalla nostra società. La prima riguarda i bambini e gli anziani. Le famiglie, dove ancora resistono, non sono più capace, in larghissima misura, di assicurare la custodia e la cura dell’aurora e del tramonto della vita. Dobbiamo reinventarci forme nuove di custodia delle relazioni e delle persone in queste fasi fondamentali, perché non può essere il mercato con quel che resta dello stato sociale, a custodire le nostre relazioni primarie. C’è bisogno, come ricorda la filosofa Jennifer Nedeslky, di una rivoluzione nella cultura della cura, che porti ciascuna persona adulta a prendersi cura delle proprie comunità e dei propri luoghi, se vogliamo salvarci.

La seconda riguarda i beni comuni. Mari, ghiacciai, foreste, verde, biodiversità, non si possono salvare se lasciati gestire e ‘custodire’ dalla sola logica economica, come sta avvenendo. Anche perché stiamo scaricando sui poveri molti dei costi delle nostre ‘soluzioni’.

Occorre parlare di più di custodia, occorre parlare di più della gratuità, occorre parlare di più di vita. E chiedere di più. Forse, qualcuno, risponderà.

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Ci stiamo convincendo che per agire servono incentivi e le persone rispondono soltanto a interessi...Mentre la difesa dei beni comunivuole gratuità: un lago non s’inquina solo perché non conviene!

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 12/05/2015

Adamo Eva Poussin cropLa custodia è vocazione universale, di tutti e di ciascuno. L’economia, nonostante la sua etimologia (oikos nomos) rimandi all’oikos, all’ambiente, alla casa, negli ultimi decenni sta tradendo questa vocazione di custodia, perché troppo schiacciata sulle rendite e sui profitti di breve periodo. L’homo oeconomicus non ha, per come è stato pensato fin qui dalla scienza e prassi economica, luoghi da abitare, ma solo spazi da occupare. Il luogo, lo sappiamo, dice identità, specificità, radici; lo spazio è la dimensione razionale dei luoghi: è uniforme, senza radici né destino. E così il nostro capitalismo speculativo sta eliminando le specificità e le identità dei luoghi, delle loro tradizioni sociali ed economiche, per poterli controllare e orientare al mercato, dando vita ad un mondo piatto senza biodiversità nelle forme di impresa, di lavoro, di vivere.

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L'economia cerca custodi

L'economia cerca custodi

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Il messaggio del giorno dei lavoratori

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 1/05/2015

primo maggio 2015Ogni primo maggio è un messaggio, che va cercato, scoperto e decifrato nelle pieghe del nostro presente, nelle sue contraddizioni, nei suoi dolori e nelle sue speranze.

Dopo anni molto duri, stiamo cercando di ripartire, e dobbiamo essere coscienti che il primo indicatore che ci dirà se è arrivata veramente l’alba di un nuovo giorno sarà la capacità di tornare a generare lavoro per tutti, prima di tutto per i giovani. Quando un Paese non riesce a occupare i giovani, che sono sempre la sua parte migliore e più creativa, produce due danni molto gravi: perde l’energia più potente che possiede e priva il suo presente migliore e il suo futuro della possibilità di fiorire.

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Quando una o un giovane, una volta concluso il suo iter formativo, non trova in breve tempo l’opportunità concreta di far fiorire in lavoro la sua formazione, assiste triste all’appassimento del suo potenziale creativo e al deterioramento del suo capitale umano. I capitali di un Paese – non dimentichiamolo mai – sono certamente composti dalla sua tecnologia, dai suoi patrimoni naturali e culturali, dai suoi mezzi finanziari ed economici. Ma il suo primo capitale più produttivo e prezioso sono le persone, e tra queste i giovani. Lasciare sfiorire questi capitali personali è un reato civile e morale che non resta mai impunito. Lo spreco di questi capitali oggi, riduce domani (un domani molto prossimo) la competitività economica, la robustezza etica e sociale, allenta il legame sociale, impoverisce tutti. Un reato che stiamo perpetrando già da troppo tempo, e che dobbiamo assolutamente fermare. A tutti i livelli

Innanzitutto sul piano politico, istituzionale e sindacale. Dobbiamo dar vita, subito, a una redistribuzione del lavoro che c’è. Dobbiamo incentivare il part-time per gli over55 (con opportune modifiche fiscali e pensionistiche che non penalizzino troppo chi fa questa scelta), in modo che una significativa quota di giovani possa usufruire di questo “lavoro liberato”. È sciocco e senza futuro un Paese dove gli adulti non sentono l’urgenza etica di far spazio ai loro giovani. Una applicazione concreta di quella fraternità civile che abbiamo posto al centro dell’umanesimo moderno, un principio essenziale nei momenti di crisi. Ne siamo stati capaci dopo terremoti e catastrofi naturali e civili, dobbiamo esserlo oggi per uscire da questa crisi di lavoro, che non sta facendo meno vittime.

C’è, poi, molto da lavorare sul lato della scuola e dell’istruzione. Non possiamo riformare il sistema educativo facendo leva sull’incentivo e sulla managerializzazione della scuola. Occorrono più innovazione e visione. L’Italia ha inventato nei secoli passati le università, le scuole, le accademie, e il mondo intero ha imparato da noi. Oggi, invece, non solo abbiamo smesso di innovare, ma stiamo supinamente importando logiche e strumenti di gestione della scuola da quelli universi culturali, che leggono la scuola e l’istruzione all’interno della “logica di mercato” da essi inventata. La scuola e l’università devono presto aggiornarsi per stare al passo con un mondo e con un lavoro cambiato molto, forse troppo, velocemente. Ma non ci riusciremo trasformando le scuole in imprese. Troppo semplice, troppo poco. I bambini e i giovani sono troppo preziosi per lasciarli in mano alla logica dei costi e dei profitti. Ogni processo educativo è un intreccio di beni relazionali, di fiducia, di stima, di riconoscimento, di reciprocità, di gratitudine. E anche di incentivi, che però funzionano solo se e quando sono inseriti dentro questa grammatica più grande. C’è troppa economia e troppo linguaggio economico dentro i luoghi dell’educazione. Il bilancio e le risorse finanziarie sono vincoli e mezzi dell’educare, non sono il fine; e quando lo diventano la scuola fallisce, anche se ha i bilanci in attivo.

La Festa di oggi deve infine ricordarci che senza lavoro non sappiamo più parlare bene gli uni con gli altri. Il lavoro è il “verbo” della grammatica sociale, ciò che lega e dà senso alle nostre relazioni. Tutti i giorni ci incontriamo, parliamo, cooperiamo grazie al nostro lavoro. Quando troppa gente resta fuori dal mondo del lavoro, nella nostra società molte “parole” perdono significato sociale, il nostro discorso collettivo diventa monco, la nostra democrazia e la nostra Repubblica perdono il loro primo fondamento. L’Italia è una Repubblica democratica perché è fondata sul lavoro.

Infine, è molto significativo e importante che la nostra civiltà onori il lavoro con un giorno di festa, con un giorno di non lavoro. Per la buona festa il lavoro è necessario, e viceversa. Quando non si lavora e si vorrebbe e dovrebbe lavorare, si intristisce anche la festa. Privare una persona del lavoro significa privarlo anche della gioia della festa. Troppi lavoratori hanno perso in questi anni difficili il loro Primo Maggio. È ora che tornino a far festa.

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Il messaggio del giorno dei lavoratori

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 1/05/2015

primo maggio 2015Ogni primo maggio è un messaggio, che va cercato, scoperto e decifrato nelle pieghe del nostro presente, nelle sue contraddizioni, nei suoi dolori e nelle sue speranze.

Dopo anni molto duri, stiamo cercando di ripartire, e dobbiamo essere coscienti che il primo indicatore che ci dirà se è arrivata veramente l’alba di un nuovo giorno sarà la capacità di tornare a generare lavoro per tutti, prima di tutto per i giovani. Quando un Paese non riesce a occupare i giovani, che sono sempre la sua parte migliore e più creativa, produce due danni molto gravi: perde l’energia più potente che possiede e priva il suo presente migliore e il suo futuro della possibilità di fiorire.

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Che la festa ritorni

Che la festa ritorni

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Regole per affrontare le difficoltà

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 15/04/2015

Sono ormai in tanti a parlare di ripresa dell’economia e del Pil, come se il Pil fosse capace di parlare da solo di cose buone. La realtà vera della nostra economia dice che le imprese soffrono e continueranno a soffrire a lungo, e con esse il mondo del lavoro. E non soffrono e chiudono soltanto per mancanza di mercati e di vendite. Una causa comune di sofferenza e di fallimento si trova, infatti, in alcuni tipici errori nella gestione dei lavoratori durante le crisi. Quando si attraversano fasi difficili e lunghe, infatti, commettiamo più facilmente molti errori gravi nelle relazioni tra classe dirigente e lavoratori.

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Ci sono sempre più grandi aziende che di fronte a una crisi che comporta una riduzione del personale (non dimentichiamo che ridurre il personale durante le crisi non è un dogma, ma – quasi sempre – una scelta), si muovono interamente sul piano 'politico': la proprietà incontra i sindacati, propone un piano industriale e la crisi si contratta 'politicamente' decidendo quanti lavoratori sacrificare alle esigenze della sopravvivenza, lavoratori che non vengono mai, intenzionalmente, considerati né ascoltati.

Altre imprese, invece, per licenziare seguono la strada del mercato, usando incentivi individuali e compensazioni monetarie per chi viene 'rimosso'. In entrambi i casi manca il soggetto principale: la comunità dei lavoratori, perché nel primo caso sono rappresentati e mediati, nel secondo ci sono solo i singoli individui (spesso messi in conflitto tra di loro). Una impresa, però, non è né un piccolo parlamento né un insieme di individui separati, legati ciascuno dal contratto con la proprietà: le imprese reali vivono se sono capaci di creare un organismo vivo di relazioni virtuose tra tutti i vari componenti dell’organizzazione. Quando un’impresa inizia una crisi seria, ci sono alcune regole fondamentali da seguire, se si vuole tentare un vero coinvolgimento dei lavoratori nel cercare soluzioni e cercare di superarla, a volte uscendone migliori di come vi si era entrati.

La prima si chiama tempismo: per affrontare bene una crisi è fondamentale intervenire in tempo, non quando il processo è ormai avanzato e grave. Una buona classe dirigente deve anticipare le crisi importanti, e quindi capire quale è il momento giusto per intervenire, cogliendo i segnali deboli che consentano di prevedere l’esplosione della crisi. E poi bisogna iniziare ad ascoltare i lavoratori all’inizio della crisi (esterna o interna) e non alla fine, magari solo per comunicare loro la soluzione già decisa ad altri livelli. I 'coinvolgimenti' dei lavoratori in questa fase terminale, oltre a non essere di giovamento non fanno altro che acuire le sofferenze.

Seconda regola: se si vogliono ascoltare i lavoratori questi vanno ascoltati davvero. Occorre creare un contesto di fiducia, nel quale i lavoratori possano dire e donare il loro pensiero, e percepire di essere ascoltati veramente. Un processo che richiede i suoi spazi e i suoi luoghi, e soprattutto richiede tempo (non si possono fare riunioni di un’ora per iniziare a parlare di una crisi seria). Un coinvolgimento finto è più dannoso di un noncoinvolgimento. E vanno ascoltati i lavoratori veri, possibilmente tutti, non solo i loro rappresentanti. Terzo: occorre presentarsi ai lavoratori con un discorso appena iniziato e ancora tutto aperto, dicendo che molte soluzioni sono possibili, coinvolgendo i lavoratori nel cercare le soluzioni. Ho conosciuto lavoratori che insieme sono stati capaci di atti eroici (riduzioni significative dello stipendio
per anni, pur di salvare qualche posto di lavoro), che la direzione non aveva neanche immaginato. E questo perché presi sul serio all’inizio della crisi, considerati come il grande valore dell’impresa e non solo come il principale problema. Si capisce che in questi casi il linguaggio e la scelta delle parole sono molto importanti.

Un quarto principio di chiama sussidiarietà. Qualsiasi terapia di una crisi, che voglia arrivare davvero a una guarigione (molte crisi aziendali di questi tempi, purtroppo, vogliono solo portare alla vendita delle aziende a fondi di investimento o alla liquidazione), deve partire dall’assunto che le persone che possono indicare vie possibili di soluzione sono soprattutto quelli che sono a contatto tutti i giorni con il lavoro, e non solo i membri dei Consigli di amministrazione che sono quasi sempre distanti e quindi 'incompetenti' di quel lavoro specifico, anche se sono competenti di strategia e finanza. Senza la stretta collaborazione con chi lavora veramente dentro l’impresa, le soluzioni vere e buone non si trovano, perché la competenza più preziosa è sempre quella incorporata nelle mani e nella mente di chi il lavoro lo vive e non di quelli che il lavoro lo conoscono raccontato dai manager o rappresentato dai numeri.

Infine, il principale errore da evitare è dividere la comunità dei lavoratori. La vera arte di chi deve gestire una crisi difficile in una impresa sta nel non dividere, nel tenere compatta tutta la comunità di lavoro, creare un clima simile a quello che vivono i marinai che stanno affrontando una tempesta. Ma per far questo occorre che scatti una logica del «noi» e non solo la logica dell’«io», che è possibile se i manager sono capaci di far sentire ogni lavoratore come il centro della soluzione, trattarlo come se tutto dipendesse da lei o da lui. Arte rara e difficilissima, soprattutto nel nostro capitalismo finanziario. Ognuno di noi è un intreccio di motivazioni, di interessi, di vizi e di virtù. È la cultura organizzativa, soprattutto nei tempi di crisi, con un ruolo chiave dei manager, che favorisce l’emergere nel posto di lavoro della nostra parte migliore o di quella peggiore. Ogni buon processo di coinvolgimento dei lavoratori è sempre molto rischioso, e ha bisogno di occhi giusti e buoni, della capacità di guardare i lavoratori, tutti i lavoratori, come qualcosa di positivo e di bello, e non come fannulloni e opportunisti. Se l’imprenditore, il manager o magari le stesse organizzazioni sindacali partono dall’ipotesi che i lavoratori sono solo lavativi e opportunisti, è certo che troveranno conferma alle loro ipotesi, anche solo perché creeranno un clima di sfiducia e di negatività che estrarrà dalle persone la loro parte meno cooperativa e più egoistica. La prima ricchezza di ogni impresa e di ogni organizzazione sono le persone, le loro competenze, le loro energie morali, il loro cuore. Le crisi si superano quando si hanno la saggezza e il coraggio di ripartire da questa antica, grande e trascurata verità.

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Regole per affrontare le difficoltà

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 15/04/2015

Sono ormai in tanti a parlare di ripresa dell’economia e del Pil, come se il Pil fosse capace di parlare da solo di cose buone. La realtà vera della nostra economia dice che le imprese soffrono e continueranno a soffrire a lungo, e con esse il mondo del lavoro. E non soffrono e chiudono soltanto per mancanza di mercati e di vendite. Una causa comune di sofferenza e di fallimento si trova, infatti, in alcuni tipici errori nella gestione dei lavoratori durante le crisi. Quando si attraversano fasi difficili e lunghe, infatti, commettiamo più facilmente molti errori gravi nelle relazioni tra classe dirigente e lavoratori.

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Crisi aziendali, serve il «noi» per ripartire

Crisi aziendali, serve il «noi» per ripartire

Regole per affrontare le difficoltà di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 15/04/2015 Sono ormai in tanti a parlare di ripresa dell’economia e del Pil, come se il Pil fosse capace di parlare da solo di cose buone. La realtà vera della nostra economia dice che le imprese soffrono e continueran...