Editoriali Avvenire

Economia Civile

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Nuove forme di relazione - Lo smart working e la scuola a distanza hanno allargato le nostre opportunità, ma aumentato le diseguaglianze, ridotto la socialità e la creatività del lavoro

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 15/05/2020

Che cosa abbiamo imparato in questi due mesi sul lavoro e sulla scuola? Le cose positive sono sotto gli occhi di tutti, e non sono poche. Scoprire che molte cose che prima facevamo solo 'in presenza' si possono fare anche da casa, è stato emozionante e incoraggiante. Lo smart working ha allargato le nostre opportunità, ha arricchito il nostro set di offerta lavorativa, ha ridotto l’inquinamento e il traffico di cui non abbiamo certo alcuna nostalgia. Abbiamo parlato e collaborato con persone lontane che non avremmo mai raggiunto senza questi nuovi strumenti.

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Dei limiti e dei danni di queste innovazioni si parla, invece, meno. Il primo di essi ha a che fare con il rapporto tra l’insegnamento a distanza e la diseguaglianza. Chi, come me, sta facendo molte lezioni online, anche usando le piattaforme più evolute, si è accorto che gli studenti più abili e motivati partecipano e apprendono, quelli meno motivati e con qualche problema pregresso di apprendimento fanno invece molta fatica. È molto difficile capire da casa che cosa accade dietro uno schermo con telecamera disattivata perché, dicono, 'non funziona'. In aula un docente attento guarda, capisce, motiva, sprona; fare tutto questo online, soprattutto con aule numerose, è molto, molto più difficile. Per non parlare dei bambini e dei ragazzi figli di immigrati di prima generazione, che dopo questi mesi rischiano seriamente di regredire alla conoscenza della lingua italiana che avevano nel 2019. Il virus lascerà una scuola – non solo un’economia – più diseguale; e questa è davvero una brutta notizia, perché le diseguaglianze nell’infanzia e nell’adolescenza si moltiplicano nella vita adulta.

Sui ragazzi e ragazze in lockdown c’è ancora molto da dire. Siamo rimasti tutti sorpresi positivamente da come hanno resistito alla clausura domestica. Sono stati più virtuosi di quanto, quasi tutti, pensavamo all’inizio. E dobbiamo esserne molto grati. Ma, se vogliamo essere anche onesti (e un poco 'politicamente scorretti'), sappiamo che c’è anche un lato meno luminoso della medaglia. I ragazzi e le ragazze hanno resistito a casa anche perché gran parte di essi erano già confinati nelle camere da ben prima della pandemia. Da anni i nostri adolescenti (e ormai anche i bambini) hanno rinunciato a molte ore all’aria aperta e ai giochi comunitari 'in presenza' perché troppo sedotti e incantati dagli smartphone e dai loro meravigliosi passatempo solitari. Stavano già molto bene nelle loro camerette da soli, e così hanno sofferto meno per la mancanza del gioco con gli amici. Giocavano già molto poco insieme, dopo la scuola, e hanno continuato a non giocare. Si 'incontravano' già dentro le loro macchine e hanno continuato a incontrarsi così. Vent’anni fa avrebbero sofferto molto di più per non uscire di casa, perché il paese dei balocchi era fuori, perché il sogno dei sogni era giocare con gli amici.

Nel Novecento abbiamo generato miracoli economici e civili perché abbiamo imparato a cooperare giocando insieme, molte ore tutti i giorni, e poi abbiamo 'continuato a giocare' lavorando insieme. La quotidiana lotta dei genitori per provare a ridurre il numero di ore che i figli trascorrono incollati ai telefoni si è necessariamente rilassata molto durante la pandemia. Anche per questa ragione la chiusura della scuola è un fatto grave sebbene necessario, perché era la principale (a volte quasi l’unica) attività veramente sociale e comunitaria dei nostri ragazzi e ragazze; chiudendola abbiamo perso formazione e apprendimento, ma abbiamo anche perso abilità relazionale e comunitaria. Quando finirà l’emergenza sarà ancora più difficile far uscire tanti ragazzi e ragazze dalle loro stanze – lo stiamo già vedendo. La didattica online, nonostante tutti gli sforzi, sta aumentando il confinamento solitario dei nostri figli.

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pubblicato su Avvenire il 15/05/2020

Che cosa abbiamo imparato in questi due mesi sul lavoro e sulla scuola? Le cose positive sono sotto gli occhi di tutti, e non sono poche. Scoprire che molte cose che prima facevamo solo 'in presenza' si possono fare anche da casa, è stato emozionante e incoraggiante. Lo smart working ha allargato le nostre opportunità, ha arricchito il nostro set di offerta lavorativa, ha ridotto l’inquinamento e il traffico di cui non abbiamo certo alcuna nostalgia. Abbiamo parlato e collaborato con persone lontane che non avremmo mai raggiunto senza questi nuovi strumenti.

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Ciò che non si vede né accade in telelavoro e teleconferenza

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Editoriale - Questo tempo e questo Primo maggio

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 01/05/2020

Quando la vita, senza chiederci il permesso, ci rallenta la corsa, si possono fare grandi scoperte. Si può finalmente entrare in un nuovo rapporto con quegli esseri viventi che per essere visti e "parlarci" hanno bisogno di tempi più lenti, più profondi e dilatati. I vecchi, i malati, la natura, le piante, i fiumi, sono portatori di una qualità della vita che resta muta se costretta a intonarsi ai ritmi sfrenati del business.

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In questi mesi di immenso dolore, abbiamo imparato in tanti le prime parole dei linguaggi dei tempi rallentati; alcuni hanno persino imparato a parlare con gli angeli, altri coi demoni, qualcuno con entrambi. Ripercorrendo ogni giorno gli stessi duecento metri, abbiamo finalmente visto, conosciuto e riconosciuto l’ambiente attorno casa; ci siamo accorti di quante cose erano lì, appena oltre l’uscio, che eravamo circondati da moltissima vita, e non lo sapevamo.

Precipitati in questo enorme rallentamento collettivo abbiamo visto diversamente e meglio anche il lavoro. Non potendo, molti, lavorare – o non potendo lavorare come sapevamo e volevamo fare –, in questo letargo dell’homo faber e dell’homo oeconomicus si è liberato spazio ad altre dimensioni della vita. L’economia è stata costretta a ritrarsi – non lo avrebbe mai fatto spontaneamente –, obbligata a diventare una tra le molte parole della vita (non più l’unica né la prima né l’ultima, ma solo una parola accanto ad altre). E in questo spazio liberato ci siamo accorti di quanta vita avevamo immolato e sacrificato a una economia cresciuta troppo, velocemente e in maniera squilibrata. Non lo dimentichiamo.

Innanzitutto abbiamo visto quanta economia si svolge dentro casa, nella nostra famiglia.

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Editoriale - Questo tempo e questo Primo maggio

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 01/05/2020

Quando la vita, senza chiederci il permesso, ci rallenta la corsa, si possono fare grandi scoperte. Si può finalmente entrare in un nuovo rapporto con quegli esseri viventi che per essere visti e "parlarci" hanno bisogno di tempi più lenti, più profondi e dilatati. I vecchi, i malati, la natura, le piante, i fiumi, sono portatori di una qualità della vita che resta muta se costretta a intonarsi ai ritmi sfrenati del business.

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Il lavoro, veramente

Editoriale - Questo tempo e questo Primo maggio di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 01/05/2020 Quando la vita, senza chiederci il permesso, ci rallenta la corsa, si possono fare grandi scoperte. Si può finalmente entrare in un nuovo rapporto con quegli esseri viventi che per essere visti e...
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Idee - La philia e l’eros dell’antica Grecia acquistano una diversa ricchezza di significato alla luce dell’agape evangelica. Il libro di Pietro Del Soldà

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 09/04/2020

Uno degli effetti collaterali del covid19 è la ri–scoperta (o scoperta) della semantica dell’amicizia. Ci stiamo abituando a lezioni online, riunioni di lavoro via zoom, videochiamate, tesi di laurea online con il vestito buono e applauso dei genitori commossi e nascosti dietro la camera; ma ogni volta che terminiamo queste sessioni telematiche ci nasce, troppo spesso, una forte nostalgia per i nostri studenti, per i colleghi, per genitori e amici, per il bar dove andavamo per “consumare” prima la chiacchierata poi il caffé. Gli incontri che stanno continuando ad accadere in questa lunga quarantena non sono solo semplicemente incontri “virtuali” (parola che morirà con la fine della pandemia), sono comunque incontri ai quali mancano alcune dimensioni fondamentali, e tra queste il corpo. Ci sono voluti migliaia di anni per imparare a stare vicini a meno di un metro di distanza, a dare la mano allo sconosciuto per dirgli che su quella mano non c’era un pugnale, e poi ad abbracciare e baciare gli amici.

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Ci sono voluti troppi millenni per apprendere l’arte delle distanze brevi per poter pensare di poterle dimenticare in pochi mesi. L’amicizia è l’arte delle distanze Sulle ali degli amici Soldàbrevi. Distanze affettive, ma anche distanze fisiche, geografiche, spaziali. Perché se i verbi dell’amicizia sono quelli del tempo (fedeltà, durata, resilienza), anche i tempi dello spazio sono importanti: se non si va dall’amico o l’amicizia si è indebolita o c’è un ostacolo all’incontro o c’è solo un grande desiderio, come quello immenso che sta crescendo giorno dopo giorno. E mentre le distanze tra di noi sono cresciute, la lotta col virus si gioca sulla capacità di cura di medici e infermieri, che è anche talento delle mani, che devono toccare senza contaminare e contaminarsi. L’ambivalenza della vita, la danza di communitas e immunitas, che ogni tanto diventa danza macabra. L’amore è uno, ma gli amori sono molti. Amiamo molte persone e molte cose, siamo amati da molti e in modi diversi. Amiamo i genitori, i figli, le fidanzate, le mogli e i mariti, fratelli e sorelle, maestre, colleghi, nonni e cugini, poeti e artisti. E amiamo, moltissimo, gli amici e le amiche. Il mondo greco per dire amore aveva due parole principali, erose philia, due parole che non esaurivano le molte forme dell’amore ma che offrivano un registro semantico più ricco del nostro per declinare questa parola fondamentale della vita. Un lessico che era capace di distinguere il «ti voglio bene» detto alla donna amata dal «ti voglio bene detto» detto a un amico, e allo stesso tempo riconoscere che erano anche uguali. Il cristianesimo, poi, ha aggiunto una terza parola greca per dire un’altra tonalità dello stesso amore, un tono già presente nella Bibbia ebraica e, soprattutto, già presente nella vita.

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Idee - La philia e l’eros dell’antica Grecia acquistano una diversa ricchezza di significato alla luce dell’agape evangelica. Il libro di Pietro Del Soldà

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 09/04/2020

Uno degli effetti collaterali del covid19 è la ri–scoperta (o scoperta) della semantica dell’amicizia. Ci stiamo abituando a lezioni online, riunioni di lavoro via zoom, videochiamate, tesi di laurea online con il vestito buono e applauso dei genitori commossi e nascosti dietro la camera; ma ogni volta che terminiamo queste sessioni telematiche ci nasce, troppo spesso, una forte nostalgia per i nostri studenti, per i colleghi, per genitori e amici, per il bar dove andavamo per “consumare” prima la chiacchierata poi il caffé. Gli incontri che stanno continuando ad accadere in questa lunga quarantena non sono solo semplicemente incontri “virtuali” (parola che morirà con la fine della pandemia), sono comunque incontri ai quali mancano alcune dimensioni fondamentali, e tra queste il corpo. Ci sono voluti migliaia di anni per imparare a stare vicini a meno di un metro di distanza, a dare la mano allo sconosciuto per dirgli che su quella mano non c’era un pugnale, e poi ad abbracciare e baciare gli amici.

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Idee. Se gli amici fanno le ali della storia

Idee - La philia e l’eros dell’antica Grecia acquistano una diversa ricchezza di significato alla luce dell’agape evangelica. Il libro di Pietro Del Soldà di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 09/04/2020 Uno degli effetti collaterali del covid19 è la ri–scoperta (o scoperta) della semantica ...
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Opinioni - Debito e colpa, Europa e nostro domani

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 31/03/2020

«Questi genealogisti della morale si sono mai, sino a oggi, anche solo lontanamente immaginati che, per esempio, quel basilare concetto morale di 'colpa' ha preso origine dal concetto molto materiale di 'debito'?». In questa famosa frase della 'Genealogia della morale', Friedrich Nietzsche sottolineava lo strettissimo rapporto che nella lingua tedesca esiste tra 'debito' e 'colpa', al punto di essere la stessa parola: Schuld . Stessa equivalenza e stessa parola le ritroviamo anche nella lingua olandese.

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Due Paesi accomunati dal forte influsso e dall’eredità della Riforma Protestante, sebbene l’Olanda sia più calvinista e la Germania più luterana. Ma in generale in tutta la Bibbia il debito prima di essere una faccenda economica è faccenda morale e religiosa – 'rimetti a noi i nostri debiti…' lo troviamo al centro della prima preghiera cristiana.

È comunque indubbio che l’Umanesimo protestante abbia sottolineato di più, rispetto ai Paesi cattolici latini, l’equivalenza colpa/debito. Per ogni debito, ma soprattutto per il debito pubblico. Anche perché la 'cultura della colpa' è più tipica dei Paesi protestanti, mentre nei Paesi cattolici e latini è la 'cultura della vergogna' a dominare. Sotto le Alpi dei debiti ci si vergogna con chi ci conosce e ci vede (e quindi è bene che gli altri non conoscano e non vedano i nostri debiti), ma ci si sente meno in colpa. Non a caso in Italia i primi prestiti con un pagamento di un tasso d’interesse lecito furono quelli accesi per finanziare le spese pubbliche delle città medioevali, perché le spese del sovrano e quelle della Chiesa non erano viste solo come spreco, ma anche come magnificenza e come festa (i Papi, diversamente dalla Ginevra di Calvino, non hanno mai abolito le feste e i loro costi).

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Opinioni - Debito e colpa, Europa e nostro domani

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 31/03/2020

«Questi genealogisti della morale si sono mai, sino a oggi, anche solo lontanamente immaginati che, per esempio, quel basilare concetto morale di 'colpa' ha preso origine dal concetto molto materiale di 'debito'?». In questa famosa frase della 'Genealogia della morale', Friedrich Nietzsche sottolineava lo strettissimo rapporto che nella lingua tedesca esiste tra 'debito' e 'colpa', al punto di essere la stessa parola: Schuld . Stessa equivalenza e stessa parola le ritroviamo anche nella lingua olandese.

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Il gran peso delle parole

Opinioni - Debito e colpa, Europa e nostro domani di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 31/03/2020 «Questi genealogisti della morale si sono mai, sino a oggi, anche solo lontanamente immaginati che, per esempio, quel basilare concetto morale di 'colpa' ha preso origine dal concetto molto mat...
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Editoriali - Meccanismi e complessità del mercato, interdipendenza, fraternità

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 13/03/2020

Economia, cioè il governo della casa. È questa la prima definizione che imparano gli studenti di economia nel primo giorno di scuola. Mai come in questi giorni la nostra generazione ha capito che esiste un rapporto diretto tra governo, casa ed economia. Il governo ci chiede di stare a casa, mentre l’economia fa di tutto perché qualcuno non stia a casa ma al lavoro. L’economia può e deve fare il suo mestiere, cioè fare in modo che le parole rassicuranti che il governo ci rivolge nel tenerci buoni a casa possano corrispondere al vero – i supermercati saranno pieni di merci.

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E l’economia sa che per far giungere frutta, latte, verdura, carne, pane, nei negozi di generi alimentari, insieme a gas, energie ed internet nelle nostre case e le medicine nelle farmacie, c’è bisogno di qualcuno che lavori. Perché se stiamo tutti a casa nessuno può stare a casa. Se poi andiamo a guardar bene nei dettagli – è questo l’aspetto più difficile del mestiere della politica – ci accorgiamo subito che abbiamo messo in piedi una economia di mercato tremendamente complessa e interdipendente, di cui non vediamo l’enorme complessità finché tutto gira in condizioni normali.

Ma non appena si inceppa qualcosa e dobbiamo mettere mano alla “manutenzione della macchina”, scopriamo immediatamente che è tutto veramente molto, molto difficile. Ecco perché da una parte oggi siamo (quasi) tutti convinti che gli operai delle fabbriche non sono lavoratori che debbono essere esposti a più rischi di contagio dei lavoratori che ora sono a casa, ma quando iniziamo a indicare quali imprese dovrebbero chiudere e quali no, ci troviamo di fronte a due fatti–dilemmi. Il primo: dover ricostruire in poche ore la morfologia del network economico di clienti, fornitori, sub–fornitori, indotti, e scomporre i prodotti finali in tutte le loro decine o centinaia di componenti, è infinitamente arduo. Il mercato contemporaneo è un meccanismo mirabile proprio perché aggrega una infinita quantità di operazioni e di calcoli dispersi in milioni di persone, che nessun robot iper–intelligente potrebbe fare – prima della divisione del lavoro il mercato ottimizza la divisione della conoscenza dispersa e frammentata, di cui ciascuno di noi possiede solo un piccolissimo, ma insostituibile, brandello.

Secondo: ipotizzando di riuscire ad approssimare il calcolo di questa rete ingarbugliatissima, è probabile che le imprese assenti dalla filiera produttiva di qualche bene essenziale siano meno di quelle che pensiamo. Quindi individuare quali imprese chiudere è maledettamente difficile e, anche se ci riusciamo, scopriamo che molti lavoratori dovrebbero continuare a lavorare lo stesso se vogliamo stare a casa e lì mangiare e vivere. I miracoli economici che questo capitalismo ha prodotto in questi ultimi decenni sono l’altra faccia dell’impotenza in cui ci troviamo oggi. Si trova qui la ragione del conflitto, inevitabile, tra chi deve fare ora le scelte concrete e chi invoca sacrosanti princìpi etici di equità. E cercare di capire ciascuno le ragioni dell’altro, sarebbe già un passo essenziale per una sua possibile risoluzione o accudimento. C’è poi un altro problema importante, su cui si discute di meno. Quali sono i beni e servizi essenziali? È difficile convincere molta gente sull’essenzialità delle sigarette o, peggio, dei gratta– e–vinci dei tabaccai aperti (più facile convincerci che sono essenziali per i fumatori e per gli azzardo–dipendenti). Forse, invece, nessuno crede che sia essenziale il parrucchiere.

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Editoriali - Meccanismi e complessità del mercato, interdipendenza, fraternità

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 13/03/2020

Economia, cioè il governo della casa. È questa la prima definizione che imparano gli studenti di economia nel primo giorno di scuola. Mai come in questi giorni la nostra generazione ha capito che esiste un rapporto diretto tra governo, casa ed economia. Il governo ci chiede di stare a casa, mentre l’economia fa di tutto perché qualcuno non stia a casa ma al lavoro. L’economia può e deve fare il suo mestiere, cioè fare in modo che le parole rassicuranti che il governo ci rivolge nel tenerci buoni a casa possano corrispondere al vero – i supermercati saranno pieni di merci.

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Coronavirus. Chiudere ciò che si può. Comprendere ciò che si deve

Editoriali - Meccanismi e complessità del mercato, interdipendenza, fraternità di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 13/03/2020 Economia, cioè il governo della casa. È questa la prima definizione che imparano gli studenti di economia nel primo giorno di scuola. Mai come in questi giorni la n...
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Editoriali - Il valore di lavoro e relazioni e il re nudo

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 11/03/2020

La crisi del nuovo coronavirus sta svelando anche la natura ambivalente dell’economia. Di fronte alla difficoltà del lavorare, ci accorgiamo che prima di amare il tempo libero noi amiamo il nostro lavoro.

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Stiamo capendo che ci piace stare a casa la domenica perché poi c’è il lunedì e si torna a lavoro, perché senza i giorni feriali si abbuiano anche i giorni festivi. Anche per questo facciamo tutti una grande resistenza a rinunciare al lavoro per gli evidenti motivi di sicurezza; vorremmo e vogliamo tenere aperte le fabbriche e gli uffici non solo per non ridurre troppo il Pil, non solo per guadagnarci lo stipendio necessario, ma anche perché sentiamo che non siamo schiacciati finché riusciamo ancora a lavorare, e a lavorare insieme. Questa è una dimensione e una vocazione del lavoro, che niente come una grande e grave crisi come quella che stiamo vivendo ci sta svelando: in fondo, se guardiamo bene dentro di noi, quando una forma di morte ci minaccia, il lavoro diventa un suo potente antidoto - perché non c’è solo il conflitto tra eros e thanatos, c’è anche quello tra il lavoro dei viventi e il non lavoro della morte.

È così, anche se nei tempi ordinari non ci pensiamo mai abbastanza, in realtà noi andiamo a lavorare anche per sconfiggere la morte. Creando beni e servizi con la nostra azione collettiva generativa stiamo dicendo, ogni giorno, che la vita è più grande. E non è certo un caso che nella Bibbia molti episodi decisivi per la vita e per la morte accadono mentre le persone lavorano – da Mosè che pascolava il gregge fino agli apostoli, chiamati mentre lavoravano.

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Editoriali - Il valore di lavoro e relazioni e il re nudo

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 11/03/2020

La crisi del nuovo coronavirus sta svelando anche la natura ambivalente dell’economia. Di fronte alla difficoltà del lavorare, ci accorgiamo che prima di amare il tempo libero noi amiamo il nostro lavoro.

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La Quaresima del capitalismo

Editoriali - Il valore di lavoro e relazioni e il re nudo di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 11/03/2020 La crisi del nuovo coronavirus sta svelando anche la natura ambivalente dell’economia. Di fronte alla difficoltà del lavorare, ci accorgiamo che prima di amare il tempo libero noi amiam...
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 Agorà - A 60 anni dalla morte dell’imprenditore umanista l'eredità della sua profezia sulla «Città dell’uomo». Un programma sociale, per visione, bellezza e armonia, ancora da realizzare

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 26/02/2020

Città dell’uomo, pubblicata nel 1960, è il testamento etico ed economico di Adriano Olivetti, morto il 27 febbraio di quello stesso anno. Lì vi leggiamo una delle sue frasi più note perché più belle: «La civiltà occidentale si trova oggi nel mezzo di un lungo e profondo travaglio, alla sua scelta definitiva. Giacché le straordinarie forze materiali che la scienza e la tecnica moderna hanno posto a disposizione dell’uomo possono essere consegnate ai nostri figli, per la loro liberazione, soltanto in un ordine sostanzialmente nuovo, sottomesso ad autentiche forze spirituali le quali rimangono eterne nel tempo ed immutabili nello spazio da Platone a Gesù: l’amore, la verità, la giustizia, la bellezza». Rileggendo oggi queste parole ci dobbiamo chiedere che uso ha fatto, in questi sessant’anni, il capitalismo delle sue “straordinarie forze materiali”’. Se l’economia ha contribuito alla “liberazione” dei figli della generazione di Adriano (cioè noi), se quell’ordine “’sostanzialmente nuovo, sottomesso ad autentiche forze spirituali” si è realizzato. Se “l’amore, la verità, la giustizia e la bellezza” sono aumentate o no nel mondo capitalista.

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Domande non semplici, perché in alcuni ambiti l’economia di questi sessant’anni ha effettivamente liberato molte donne, uomini, bambini. Ha dato da mangiare al doppio degli abitanti che la terra aveva negli anni Sessanta, ha allungato l’aspettativa media di vita di un paio di decenni, ha aumentato in media comfort e benessere materiali, per molti, anche se non per tutti. Ci sono però dei “luoghi” dove il capitalismo sta mostrando, proprio ora, il suo fallimento, la sua incapacità di orientare al bene comune le sue “straordinarie forze materiali” Questi luoghi sono i beni comuni, i beni relazionali e la terra, dove la logica economica che abbiamo coltivato e potenziato in questi decenni non sa custodire questi speciali beni, e ogni giorno li distrugge un po’ di più. Nei rapporti umani, nella cura dei beni che usiamo assieme (commons), e nei rapporti con l’ambiente naturale, il capitalismo non ha mantenuto le sue promesse.

E questi “luoghi” erano proprio i beni che più stavano a cuore ad Adriano Olivetti. Il rapporto tra fabbrica e terra, tra l’operaio e il contadino (che nella gente di Ivrea coincidevano) era fondamentale nell’umanesimo economico di Adriano. Avendo fatto da giovane l’esperienza della fabbrica fordista–taylorista americana, non si diede pace finché l’ambiente artificiale riprodotto dentro i suoi capannoni non fosse troppo separato e distante da quello naturale della vita e dei campi: anche per questo fece edifici con grandi vetrate (”la fabbrica di vetro”) che davano verso la campagna, per ridurre quel confine invisibile tra lavoro e vita che tanto alienava (e aliena) i lavoratori. I beni relazionali che interessavano a Olivetti non erano soltanto quelli che i suoi operai e impiegati coltivavano al di fuori della fabbrica; anche, ma di più gli interessava la qualità dei rapporti che si compieva dentro la fabbrica. Uno dei segreti dello straordinario (qui l’aggettivo ci vuole tutto) successo, anche economico, della Olivetti di Ivrea nei due decenni dopo la seconda guerra mondiale, era anche la qualità dei rapporti interni l’azienda.

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 Agorà - A 60 anni dalla morte dell’imprenditore umanista l'eredità della sua profezia sulla «Città dell’uomo». Un programma sociale, per visione, bellezza e armonia, ancora da realizzare

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 26/02/2020

Città dell’uomo, pubblicata nel 1960, è il testamento etico ed economico di Adriano Olivetti, morto il 27 febbraio di quello stesso anno. Lì vi leggiamo una delle sue frasi più note perché più belle: «La civiltà occidentale si trova oggi nel mezzo di un lungo e profondo travaglio, alla sua scelta definitiva. Giacché le straordinarie forze materiali che la scienza e la tecnica moderna hanno posto a disposizione dell’uomo possono essere consegnate ai nostri figli, per la loro liberazione, soltanto in un ordine sostanzialmente nuovo, sottomesso ad autentiche forze spirituali le quali rimangono eterne nel tempo ed immutabili nello spazio da Platone a Gesù: l’amore, la verità, la giustizia, la bellezza». Rileggendo oggi queste parole ci dobbiamo chiedere che uso ha fatto, in questi sessant’anni, il capitalismo delle sue “straordinarie forze materiali”’. Se l’economia ha contribuito alla “liberazione” dei figli della generazione di Adriano (cioè noi), se quell’ordine “’sostanzialmente nuovo, sottomesso ad autentiche forze spirituali” si è realizzato. Se “l’amore, la verità, la giustizia e la bellezza” sono aumentate o no nel mondo capitalista.

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Olivetti e l'impresa come bene comune

 Agorà - A 60 anni dalla morte dell’imprenditore umanista l'eredità della sua profezia sulla «Città dell’uomo». Un programma sociale, per visione, bellezza e armonia, ancora da realizzare di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 26/02/2020 Città dell’uomo, pubblicata nel 1960, è il testamento e...
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Recensioni - Le profetiche analisi economiche di Walter Benjamin e la sua denuncia del capitalismo quale “frutto” dell’insinuazione del serpente: «Sarete come Dio»

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 24/01/2020

Un classico è sempre attuale. Non perché ha bisogno di essere attualizzato da noi, ma perché costringe chi lo legge a farsi suo contemporaneo. Chi incontra un classico fa un viaggio nel tempo, lo raggiunge dentro il suo spazio e la sua vita, e poi scopre che è anche il suo proprio tempo, il suo spazio, la sua storia e la sua vita. Senza i grandi scrittori e i grandi artisti, il passato sarebbe semplicemente inaccessibile e incomprensibile. Che cosa fosse l’atmosfera del sabato pomeriggio di un villaggio marchigiano di inizio Ottocento, cosa fossero (non solo come si mostravano) i piedi dei popolani romani del Seicento, cosa fosse la miseria dei miserabili francesi. E invece grazie a Leopardi, Caravaggio e Hugo li conosciamo e li capiamo. I classici affratellano lo spazio e il tempo, li mettono in comunione- comunicazione. È questo, forse, il loro dono più grande.

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Un classico, poi, è sempre radicale, sbilanciato, eccessivo. Non è ruffiano e quindi non dice le cose che dovrebbe dire per soddisfare i gusti dei consumatori. È partigiano, è parziale come la verità, mai politically correct.

Dice qualcosa, non dice tutto, ma quel qualcosa limitato e relativo contiene una goccia capace di bucare il tempo. Non è più buono degli altri uomini e donne, né più vero né dotato di una moralità superiore. È semplicemente abitato da un daimon, sempre eccedente rispetto alla persona che lo ospita; e così una tipica penitenza di questi esseri geniali (genio = daimon) è l’esperienza della inadeguatezza, di non essere all’altezza etica e spirituale delle cose che capisce, scrive, traduce in opere. Walter Benjamin è certamente un classico. È una delle figure più originali e geniali del pensiero europeo del Novecento. Meno noto era, fino a poco fa, il suo contributo nel dibattito sul capitalismo, sulla sua natura e sul suo destino. Da qualche anno, grazie soprattutto al lavoro di Giorgio Agamben, stiamo tutti riscoprendo le geniali e profetiche intuizioni del filosofo ebreo tedesco, morto suicida nel 1940 sui Pirenei, per sfuggire alla cattura dei nazisti. Ora, il saggio di Vincenzo Di Marco e Biancamaria Di Domenico, Walter Benjamin. La religione del capitalismo, continua a svelarci i tesori di 'teologica economica' contenuti nel pensiero di Benjamin, e non solo nel frammento del 1921, Capitalismo come religione, ma anche in opere più classiche, come Angelus Novus e i Passages, dove, leggendo il libro di Di Marco e Di Domenico, scopriamo idee molto importanti sull’economia, sul capitalismo e la sua dimensione sacrale, che ci svelano anche alcune affermazioni misteriose e oscure contenute nel frammento del 1921.

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Vincenzo Di Marco Biancamaria Di Domenico
Walter Benjamin. La religione del capitalismo
Pazzini. Pagine 112. Euro 12,00

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Recensioni - Le profetiche analisi economiche di Walter Benjamin e la sua denuncia del capitalismo quale “frutto” dell’insinuazione del serpente: «Sarete come Dio»

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 24/01/2020

Un classico è sempre attuale. Non perché ha bisogno di essere attualizzato da noi, ma perché costringe chi lo legge a farsi suo contemporaneo. Chi incontra un classico fa un viaggio nel tempo, lo raggiunge dentro il suo spazio e la sua vita, e poi scopre che è anche il suo proprio tempo, il suo spazio, la sua storia e la sua vita. Senza i grandi scrittori e i grandi artisti, il passato sarebbe semplicemente inaccessibile e incomprensibile. Che cosa fosse l’atmosfera del sabato pomeriggio di un villaggio marchigiano di inizio Ottocento, cosa fossero (non solo come si mostravano) i piedi dei popolani romani del Seicento, cosa fosse la miseria dei miserabili francesi. E invece grazie a Leopardi, Caravaggio e Hugo li conosciamo e li capiamo. I classici affratellano lo spazio e il tempo, li mettono in comunione- comunicazione. È questo, forse, il loro dono più grande.

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Il feticismo delle merci.Promessa d’immortalità

Recensioni - Le profetiche analisi economiche di Walter Benjamin e la sua denuncia del capitalismo quale “frutto” dell’insinuazione del serpente: «Sarete come Dio» di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 24/01/2020 Un classico è sempre attuale. Non perché ha bisogno di essere attualizzato da ...
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Epifania di Gesù - Chi sa donare non occupa spazi, li libera. Non si appropria del tempo della reciprocità. E porta con sé solo “grandissima gioia”

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 05/01/2020

La festa dell’Epifania di Gesù ci dice molte cose, tutte importanti. Ci parla anche della natura del dono, di che cosa significa onorare e della prossimità tra dono e morte

Il dono è una delle forme più alte della libertà degli umani. È quindi esperienza tragica. La visita dei magi, narrata dal Vangelo di Matteo, contiene molti elementi della grammatica del dono. Quei saggi sono chiamati da Matteo magoi, una espressione che probabilmente indicava sacerdoti dello Zoroastrismo. Uomini saggi, astronomi e astrologi, venuti da est e da un mondo mitico del passato ma ancora ben presente alla cultura biblica e quindi all’evangelista. Non erano pastori, erano esperti di stelle e di scienza. È bella questa presenza della sapienza e della scienza nel presepe, una benedizione necessaria in questo tempo di crisi; come è anche bello vedere uomini, maschi che sono capaci di fare doni: maschio è Erode, maschi sono i magi, ieri e oggi.

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Epifania di Gesù - Chi sa donare non occupa spazi, li libera. Non si appropria del tempo della reciprocità. E porta con sé solo “grandissima gioia”

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 05/01/2020

La festa dell’Epifania di Gesù ci dice molte cose, tutte importanti. Ci parla anche della natura del dono, di che cosa significa onorare e della prossimità tra dono e morte

Il dono è una delle forme più alte della libertà degli umani. È quindi esperienza tragica. La visita dei magi, narrata dal Vangelo di Matteo, contiene molti elementi della grammatica del dono. Quei saggi sono chiamati da Matteo magoi, una espressione che probabilmente indicava sacerdoti dello Zoroastrismo. Uomini saggi, astronomi e astrologi, venuti da est e da un mondo mitico del passato ma ancora ben presente alla cultura biblica e quindi all’evangelista. Non erano pastori, erano esperti di stelle e di scienza. È bella questa presenza della sapienza e della scienza nel presepe, una benedizione necessaria in questo tempo di crisi; come è anche bello vedere uomini, maschi che sono capaci di fare doni: maschio è Erode, maschi sono i magi, ieri e oggi.

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La grammatica dei doni-stella

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Editoriali - L'umanesimo delle "tre F" dei giovani e la sfida per l'anno entrante di coniugare ecologia e economia integrali

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 31/12/2019

A 50 anni  dal '68 e dopo le ideologie, i ragazzi sono tornati a essere il primo elemento di cambiamento e di vera innovazione sociale e politica

Il 2019 verrà ricordato per due novità epocali, tra loro intimamente connesse: un nuovo protagonismo dei giovani e degli adolescenti e una consapevolezza globale della drammaticità e irreversibilità della crisi ambientale. I giovani, a cinquant’anni dal 1968, sono tornati a essere il primo elemento di cambiamento e di vera innovazione sociale e politica. Hanno impiegato alcuni decenni a trovare il loro posto nel "nuovo mondo". Dopo la fine delle ideologie hanno attraversato una eclisse civile e culturale, sono rimasti ammutoliti e schiacciati come in un lungo "sabato santo", tra un mondo che finiva e uno che tardava troppo a venire. Sono stati abbuiati dal lutto dei genitori e dei nonni, e si sono riversati nelle piccole cose – videogiochi o smartphones - per la morte di quelle grandi. Perché se è vero che tutti siamo usciti disorientati e delusi dal Novecento, i giovani hanno sofferto e soffrono di più e più profondamente per la fine delle narrazioni collettive, delle utopie, dei sogni grandi. Da adulti si può resistere molto tempo senza sognare insieme, da giovani si resiste molto meno, perché l’utopia è il primo cibo della gioventù.

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di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 31/12/2019

A 50 anni  dal '68 e dopo le ideologie, i ragazzi sono tornati a essere il primo elemento di cambiamento e di vera innovazione sociale e politica

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Il grido della Terra e dei poveri chiede sogni e nuova profezia

Il grido della Terra e dei poveri chiede sogni e nuova profezia

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L'autore del saggio "Il capitalismo e il sacro"  lancia un grido di allarme: la cultura dominante del profitto e del consumismo è ormai diventata una forma di idolatria

di Luigino Bruni

pubblicato su Agorà di Avvenire il 20/11/2019

Anticipiamo una parte del capitolo iniziale di Il capitalismo e il sacro di Luigino Bruni (pagine 128,euro 13,00, in libreria dal 21 novembre), nuovo volume della collana “Pagine prime”, realizzata da Vita e Pensiero in collaborazione con “Avvenire”. In questo pamphlet Bruni – professore di Economia politica alla Lumsa di Roma e opinionista fra i più seguiti del nostro quotidiano – propone un’analisi originale e provocatoria sulle origini della mentalità attuale. Attingendo al pensiero di autori quali Benjamin, Florenskij, Nietzsche, Marx, Agamben e Boltanski, Il capitalismo e il sacro invita a contrastare la pretesa idolatrica della prassi economica contemporanea, in nome di una rinnovata prospettiva di condivisione.

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Pochi anni dopo Marx, nel 1905 Max Weber pubblica i suoi lavori sull’etica protestante e lo spirito del capitalismo, dove una idea chiave è la de-sacralizzazione del mondo occidentale. Passano pochi anni e il 1921 diventa un anno decisivo per la cosiddetta “teologia economica”. Il filosofo tedesco Walter Benjamin scrive un breve e densissimo testo, oggi noto come Il Capitalismo come religione, e contemporaneamente il teologo e filosofo russo Pavel Florenskij, in un contesto culturale molto diverso, tiene tra l’agosto e l’ottobre del 1921 un corso di lezioni all’Accademia Teologica di Mosca sulla dimensione sacra del capitalismo.

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L'autore del saggio "Il capitalismo e il sacro"  lancia un grido di allarme: la cultura dominante del profitto e del consumismo è ormai diventata una forma di idolatria

di Luigino Bruni

pubblicato su Agorà di Avvenire il 20/11/2019

Anticipiamo una parte del capitolo iniziale di Il capitalismo e il sacro di Luigino Bruni (pagine 128,euro 13,00, in libreria dal 21 novembre), nuovo volume della collana “Pagine prime”, realizzata da Vita e Pensiero in collaborazione con “Avvenire”. In questo pamphlet Bruni – professore di Economia politica alla Lumsa di Roma e opinionista fra i più seguiti del nostro quotidiano – propone un’analisi originale e provocatoria sulle origini della mentalità attuale. Attingendo al pensiero di autori quali Benjamin, Florenskij, Nietzsche, Marx, Agamben e Boltanski, Il capitalismo e il sacro invita a contrastare la pretesa idolatrica della prassi economica contemporanea, in nome di una rinnovata prospettiva di condivisione.

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Fermiamo il culto del capitalismo. Quando il denaro si sostituisce a Dio

L'autore del saggio "Il capitalismo e il sacro"  lancia un grido di allarme: la cultura dominante del profitto e del consumismo è ormai diventata una forma di idolatria di Luigino Bruni pubblicato su Agorà di Avvenire il 20/11/2019 Anticipiamo una parte del capitolo iniziale di Il capitalismo e i...
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Opinioni - Il Nobel  per l'Economia

di  Luigino Bruni e Luca Crivelli

pubblicato su Avvenire il 15/10/2019

Il Nobel per l’Economia 2019 assegnato a Esther Duflo, Abhijit Banerjee e Michael Kremer è davvero una bellissima notizia, e per molte ragioni. La prima buona notizia è che Esther Duflo (classe 1972) è una donna, ed è la più giovane persona ad aver vinto il Nobel per l’Economia.

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Poi è la moglie di Abhijit Banerjee, premiato con lei. La Duflo, nata e cresciuta a Parigi (la Francia, diversamente dall’Italia, continua ad essere una Paese di riferimento per la scienza economica), oggi insegna insieme a suo marito al MIT, mentre Kremer insegna ad Harvard. Dei tre la Duflo era quella già più nota e in odore di Nobel, anche per la sua straordinaria e precoce carriera (aveva già vinto il 'Nobel' per i giovani economisti, la Clark Medal), e da anni era un punto di riferimento per chi si occupa di povertà e sviluppo. È la seconda donna a ricevere il Nobel in Economia, dieci anni dopo Elinor Ostrom, che fu premiata per i suoi lavori pionieristici sui beni comuni. Queste due economiste hanno molto in comune.

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Opinioni - Il Nobel  per l'Economia

di  Luigino Bruni e Luca Crivelli

pubblicato su Avvenire il 15/10/2019

Il Nobel per l’Economia 2019 assegnato a Esther Duflo, Abhijit Banerjee e Michael Kremer è davvero una bellissima notizia, e per molte ragioni. La prima buona notizia è che Esther Duflo (classe 1972) è una donna, ed è la più giovane persona ad aver vinto il Nobel per l’Economia.

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Il genio femminile combatte la povertà con le relazioni

Opinioni - Il Nobel  per l'Economia di  Luigino Bruni e Luca Crivelli pubblicato su Avvenire il 15/10/2019 Il Nobel per l’Economia 2019 assegnato a Esther Duflo, Abhijit Banerjee e Michael Kremer è davvero una bellissima notizia, e per molte ragioni. La prima buona notizia è che Esther Duflo (cla...
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Editoriali - I nostri ragazzi, il futuro, il voto

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire l'11/10/2019

La storia della democrazia è la storia del progressivo allargamento della partecipazione. In principio, nell’antica Grecia o nell’Israele biblico, la partecipazione alla vita della comunità era privilegio esclusivo di pochi maschi adulti, liberi (non schiavi), non poveri, non lavoratori manuali. Quella democrazia, che rimane straordinaria per molti punti di vista, era un’esperienza elitaria riservata a una minoranza ben delimitata. Era una democrazia oligarchica. Quella prima élite, con il passare dei secoli, ha incluso nuove categorie di soggetti, ma lo ha fatto molto lentamente e in seguito a qualche forma di conflitto o di rivoluzione. Nell’Europa cristiana il voto era riservato agli aristocratici e agli uomini benestanti. Si votava per sesso, censo e per istruzione – gli analfabeti erano quasi ovunque esclusi. Solo in brevissimi periodi durante le rivoluzioni (francese o romana) si realizzarono dei suffragi estesi ai poveri e alle donne. E anche nella seconda metà del Novecento, quando in quasi tutti i Paesi hanno conosciuto il suffragio universale, in realtà il suffragio non è mai stato veramente universale, perché restavano e ancora restano esseri umani, che potenzialmente avrebbero il diritto di voto ma che di fatto non votano – per non parlare degli animali, dei fiumi, degli oceani, degli insetti, delle piante, che subiscono le scelte votate dagli umani. Si pensi ai residenti senza cittadinanza, e si pensi ai minorenni, cioè ai ragazzi e ai bambini.

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Editoriali - I nostri ragazzi, il futuro, il voto

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire l'11/10/2019

La storia della democrazia è la storia del progressivo allargamento della partecipazione. In principio, nell’antica Grecia o nell’Israele biblico, la partecipazione alla vita della comunità era privilegio esclusivo di pochi maschi adulti, liberi (non schiavi), non poveri, non lavoratori manuali. Quella democrazia, che rimane straordinaria per molti punti di vista, era un’esperienza elitaria riservata a una minoranza ben delimitata. Era una democrazia oligarchica. Quella prima élite, con il passare dei secoli, ha incluso nuove categorie di soggetti, ma lo ha fatto molto lentamente e in seguito a qualche forma di conflitto o di rivoluzione. Nell’Europa cristiana il voto era riservato agli aristocratici e agli uomini benestanti. Si votava per sesso, censo e per istruzione – gli analfabeti erano quasi ovunque esclusi. Solo in brevissimi periodi durante le rivoluzioni (francese o romana) si realizzarono dei suffragi estesi ai poveri e alle donne. E anche nella seconda metà del Novecento, quando in quasi tutti i Paesi hanno conosciuto il suffragio universale, in realtà il suffragio non è mai stato veramente universale, perché restavano e ancora restano esseri umani, che potenzialmente avrebbero il diritto di voto ma che di fatto non votano – per non parlare degli animali, dei fiumi, degli oceani, degli insetti, delle piante, che subiscono le scelte votate dagli umani. Si pensi ai residenti senza cittadinanza, e si pensi ai minorenni, cioè ai ragazzi e ai bambini.

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Prendiamoli sul serio

Editoriali - I nostri ragazzi, il futuro, il voto di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire l'11/10/2019 La storia della democrazia è la storia del progressivo allargamento della partecipazione. In principio, nell’antica Grecia o nell’Israele biblico, la partecipazione alla vita della comunità era ...
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Editoriale - Contro le fedi ridotte a etica e tecnica.

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 17/08/2019

Il rapporto tra la salute fisica e la spiritualità è complesso e ambivalente. Le religioni si sono da sempre occupate della persona tutta intera, e quindi mentre parlavano di salvezza dell’anima si preoccupavano di quella del corpo. I profeti, e poi Gesù Cristo, annunciavano un altro Regno, ma nel frattempo curavano malati, guarivano lebbrosi, risuscitavano morti, sfamavano i poveri. La pietà popolare, soprattutto nei Paesi latini, è una storia meravigliosa di sante e santi amatissimi dal popolo anche perché guarivano, liberavano dalla peste, dai terremoti e dalle malattie, proteggevano bambini e animali domestici.

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La richiesta di grazie e di guarigioni, i miracoli, sono dimensioni molto radicate nell'esperienza ordinaria della fede di molte persone, che non possono e non devono essere classificate semplicemente come residui pre-moderni – sotto il sole ci sono pochi atti umani più veri della preghiera di una madre che davanti al tabernacolo o ai piedi di una statua di un santo implora la guarigione di un figlio. Le religioni contengono la promessa di sconfiggere la morte – magari alla "fine", ma di sconfiggerla –, la devono contenere. Ogni religione lo promette a modo suo, ma è la stessa idea di religione che esige un orizzonte di vita più ampio del ciclo naturale del singolo individuo. Oggi, poi, gli studi mostrano un’ampia evidenza empirica sulla maggiore longevità e sul maggior benessere psico-fisico delle persone che hanno una fede e una pratica religiosa.

Ma è proprio attorno a questa evidenza dove si addensano nubi dense. La religione ebraico-cristiana ha generato una cultura della vita perché aveva imparato a chiamare per nome anche la malattia e la morte. Ci ha insegnato a vivere perché ci ha insegnato a morire. Ho avuto il dono di accompagnare alla morte i miei nonni, e quegli accompagnamenti silenziosi mi hanno insegnato a vivere meglio la mia vita; e se avrò il dono di accompagnare anche i miei genitori, che sono ancora figli di quella stessa cultura millenaria, so che ne uscirò ancora migliore e più amante della vita. La mia generazione ha invece dimenticato l’arte del morire e dell’invecchiare. E su questa dimenticanza inedita ed epocale si stanno infiltrando gli antichi culti dell’immortalità e dell’eterna giovinezza.

Se la religione viene ridotta a una tecnica o a un’etica per vivere di più e meglio, essa perde la sua dimensione più profonda e tipica – la gratuità –, e si torna ai culti pagani e idolatrici naturali dai quali l’umanesimo biblico ha cercato con tutte le sue forze di distinguersi e separarsi. La religione può magari migliorare anche la qualità (e forse quantità) della vita se resta grazia e dono libero; quando invece vuole diventare semplicemente o primariamente uno strumento per allontanare la morte e le malattie, magari può anche riuscirci, ma non ci dona più il suo dono infinitamente più prezioso: il senso e il sapore della vita. Quando si esce da questo orizzonte di gratuità, la fede torna ad essere una faccenda mercantile tra gli uomini e un dio, che diventa il primo homo oeconomicus in una religione trasformata in una spelonca di ladri.

L’esperienza religiosa autentica regala più profondità spirituale agli anni che viviamo ora e che vivremo domani. Non ci offre nessuna garanzia di vivere con una salute migliore né più a lungo, ma solo di vivere giorni dove in ogni momento possiamo bucare il soffitto di casa e sfiorare l’infinito. La fede autentica allunga e allarga la vita perché fa più profondi e larghi i giorni che viviamo e vivremo, non perché ne aumenta il numero. La vita eterna è qualità dei giorni, non la loro quantità.
La fede giudaico-cristiana ci dice che gli uomini non sono Dio perché sono mortali. Ma siccome la religione ci dona un accesso e un rapporto vero con il Dio immortale, l’eterno desiderio dell’uomo è quello di rubare a Dio la sua immortalità.

E nei desideri, lo sappiamo, si nascondono anche le tentazioni; in quelli più grandi, le tentazioni più grandi. Il serpente si infila sempre nello spazio tra i desideri più veri. Le false promesse di eterna giovinezza ci seducono perché in noi c’è un desiderio vero di eternità: siamo fatti per l’eterno, e così lo cerchiamo anche dove non si trova. Nel racconto dell’Eden nel libro della Genesi, sono nominati due alberi speciali: l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male. All’uomo e la donna viene proibito di mangiare soltanto i frutti del secondo albero, ma dopo la trasgressione Dio esclama: «Che ora egli non stenda la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva per sempre!» (Genesi 3,22). Quindi lo caccia dall’Eden, e così è iniziata la storia umana. La mortalità è la condizione umana, come ci narra anche l’antichissimo mito sumero di Gilgamesh: questo eroe trova in fondo agli abissi la pianta dell’eterna giovinezza, e mentre la trasporta per portarla ai vecchi della sua città un serpente la mangia, la pianta muore e rinnova la pelle del serpente. L’umanesimo ebraico-cristiano, rivelandoci un Dio vivo, il Dio dei viventi, ci dice che siamo eterni solo nell'attimo presente, quando nella preghiera vera viviamo l’infinito dentro la finitezza della vita ordinaria.

Quando invece una fede, nei suoi rappresentanti-guru inizia a prometterci elisir dell’eterna giovinezza, siamo già tornati lungo i fiumi di Babilonia e nelle alture cananee a celebrare i culti degli dèi della fertilità e della giovinezza, e presto al sacrificio di vergini e bambini. Ed è quanto sta già accadendo. Una nuova stagione di culti pagani sta infatti fiorendo attorno a nuove sette e comunità che si radunano, a decine di migliaia, attorno a guaritori o medici 'alternativi' che, come tremila anni fa, promettono nuovi 'alberi della vita' a chi assaggerà le loro piante diverse perché immortali – 'Life 120' è solo una di queste molte esperienze di nuove 'religioni' della salute e della promessa di vita (quasi) eterna, che sono destinate a moltiplicarsi nell’imminente futuro. Non è così lontano lo scenario, paventato dal futurologo Yuval N. Harari (nel suo best seller Homo deus), di un mondo dove la vera e radicale diseguaglianza si giocherà non più sul piano dei beni materiali e della ricchezza, ma su quella del gap nella durata della vita. I pochi super-miliardari avranno la possibilità di vivere fino a 150 o 200 anni, sostituendo organi vitali più volte nell’arco della vita – e avere alla nascita una aspettativa di vita di due secoli è un surrogato credibile della vita eterna. I ricchi vivono già in media più a lungo di noi, e i soldi sono sempre stati una forma efficace per sconfiggere la morte o allontanarla.

Ma mai come oggi, e ancor più domani, la promessa di una vita (quasi) eterna sta diventando la nuova promessa attorno alla quale costruire nuove religioni senza dio. Nuove religioni atee che alimentano e alimenteranno business immensi, perché davanti alla possibilità di sconfiggere la morte non si bada a spese – non si dimentichi l’antico mito di 'vendere l’anima al demonio', per simili promesse. La pianta dell’eterna giovinezza rinnova solo la pelle del serpente, del dio denaro e dei suoi 'sacerdoti'. È infatti impressionante il fatturato di queste nuove 'sette della salute', che fanno crescenti affari promettendo l’antico elisir a gente che ha perso ogni capacità di distinguere le promesse dai bluff. Popoli senza più il senso semplice e vero della fede, credono a ogni imbonitore di passaggio che simula e agita simboli a scopo di lucro o di voti. È questo, tra l’altro, un altro segno forte della natura idolatrica del nostro capitalismo post-moderno, che continua a crescere distruggendo prima le fedi tradizionali e poi sostituendole con religioni forprofit. Nuove 'distruzioni creatrici', che, diversamente da quella teorizzata da Schumpeter per i mercati, non svolgono nessuna funzione positiva per la civiltà, ma ci riportano alla cultura idolatrica arcaica dalla quale l’umanesimo biblico ci aveva liberati. È l’idolatria, non l’ateismo, la nota dominante del XXI secolo – gli atei sono molto più simili ai credenti: i veri lontani sono i 'creduloni'.

L’Occidente invecchia. Vediamo decadere il nostro corpo e quello degli altri. Abbiamo dimenticato di chiamare per nome l’angelo della morte. Diventa così allora sempre più forte la tentazione di credere in nuovi falsi profeti che ci promettono la loro terra promessa. Ci siamo voluti a tutti i costi liberare dal Dio ebraico-cristiano, e oggi, nel crepuscolo degli dèi seri, ci siamo ritrovati in una terra popolata da stupidi feticci, dei quali diventiamo giorno dopo giorno devoti perfetti. Solo una nuova stagione di spiritualità vera e seria potrà salvarci.

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di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 17/08/2019

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