Editoriali Avvenire

Economia Civile

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Editoriale - Alla radice dell'attacco alle reti solidali

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 30/04/2019

Una delle più grandi novità morali dell’umanesimo cristiano ed europeo è l’aver liberato i poveri dalla colpa per la loro povertà. Il mondo antico ci aveva lasciato come eredità l’idea, molto radicata e diffusa, che la povertà non era altro che la maledizione divina meritata per qualche colpa commessa dalla persona o dai suoi avi. I poveri si ritrovavano così condannati due volte: dalla vita e dalla religione (il libro di Giobbe è una delle vette etiche dell’antichità proprio perché è una reazione contro l’idea della povertà come colpa), e i ricchi si sentivano tranquilli, giustificati e doppiamente benedetti.

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In Europa, però, non sono state le città e gli Stati con le loro istituzioni politiche a liberare i poveri dalla loro maledizione. Anzi, fin dai tempi dell’im pero romano e poi per tutto il Medioevo e l’Età moderna, gli statuti e le leggi cittadine erano molto attenti a individuare i cosiddetti poveri e mendicanti volontari e quindi colpevoli, per poi cacciarli fuori dalla mura cittadine. Non dobbiamo dimenticare che la storia politica delle città europee è anche (e a tratti soprattutto) una storia di esclusione di poveri, ebrei, migranti, eretici e vagabondi, perché non erano in possesso di quella "affidabilità" necessaria per entrare nel club dei mercati delle nuove città. Ma, grazie a Dio, le istituzioni europee non erano soltanto quelle politiche delle città borghesi e mercantili: c’erano anche le istituzioni nate dalla fede religiosa. Il cristianesimo aveva portato una grande innovazione in tema di povertà. Una religione fondata da un uomo non ricco e con molti apostoli e discepoli poveri, e che osava chiamare i poveri "beati", in un contesto religioso e culturale che scartava e malediva i poveri.

E che nella sua vita fece di tutto per mostrare che i malati e i poveri non erano colpevoli della loro malattia e/o povertà (si pensi al cieco nato, al paralitico, ai lebbrosi...). La Chiesa dei primi tempi ha continuato questa rivoluzione etica, e sant’Ambrogio poteva scrivere: «Non è vero che i poveri sono maledetti» (La vigna di Nabot). Lo doveva dire con forza, perché era ben cosciente di andare contro la mentalità corrente. Questa grande novità religiosa e sociale produsse, secoli dopo, Francesco e gli ordini mendicanti, che vissero e mostrarono un’idea di povertà come via di liberazione e di felicità che irrorò il secondo millennio. E quindi i tanti carismi sociali della modernità, che guardarono i poveri non come maledetti, ma come immagine del Cristo povero e sofferente.

C’è questa cancellazione dello stigma di maledizione alla radice dei molti ospedali, scuole, orfanotrofi che hanno fondato il welfare europeo. E mentre i politici di ieri di oggi discutevano e discutono sulle varie categorie di poveri (volontari e involontari, meritevoli e immeritevoli...), quei carismi sociali ci dicevano e ci dicono che il povero è povero è basta, ed è la sua condizione oggettiva di bisogno che ce lo rende prossimo e in quanto tale meritevole di aiuto. Il samaritano non aiuta l’uomo vittima dei briganti perché era portatore di qualche merito, ma perché era una vittima ed era un uomo ("Un uomo scendeva..."). La colpa non è mai stata una buona chiave di lettura per capire e curare le povertà, perché ogni volta che iniziano le analisi delle colpe se ne trova sempre una per condannare un debole.

Sono stati i carismi, non le istituzioni politiche delle città e poi degli Stati moderni, a superare la tremenda distinzione tra poveri buoni e poveri maledetti, a far chiudere quegli "ospedali" dove i poveri colpevoli erano rinchiusi e sottoposti ad autentici lavori forzati di reinserimento sociale, ben noti a molte città europee dei secoli passati. Senza lo sguardo diverso sulla povertà e sui poveri di centinaia e migliaia di sacerdoti, laici, suore e frati, l’Europa sarebbe stata diversa e certamente peggiore per i poveri – e quindi per tutti, perché la condizione dei più poveri e la loro considerazione sociale restano i primi indicatori della moralità di una civiltà.

Da qualche anno questa diversa cultura europea della povertà è entrata profondamente in crisi. Le cause sono molte, ma certamente un fattore decisivo lo ha svolto e lo svolge la cultura del business, che ormai sta diventando la cultura dominante in ogni ambito di vita in comune. Una cultura economica, di matrice prevalentemente anglosassone, che in nome della meritocrazia sta reintroducendo ovunque l’arcaica tesi della povertà come maledizione e colpa. Perché? La logica economica è all’origine delle religioni antiche, che nascono attorno all’idea mercantile di scambio tra gli uomini e le loro divinità.

Il primo homo oeconomicus è stato l’homo religiosus, che ha letto la fede come commercio, come dare e avere con il divino, come debiti e crediti da gestire tramite offerte e sacrifici. La Bibbia e poi il cristianesimo hanno lottato con tutte le loro forze per liberare gli uomini dall’idea economica di Dio. Oggi, con l’affievolimento culturale della religione ebraico-cristiana, nell’orizzonte secolarizzato si è riaffacciata l’antica idea del dio economico, e quindi delle colpe, dei meriti, dei demeriti, di nuovi sacrifici e nuovi idoli. Nel "crepuscolo degli dei" ci siamo risvegliati incatenati da una religione-idolatria che riporta con sé anche l’idea arcaica del povero come colpevole. Ma il suo colpo di genio più grande sta nel riuscire a presentarcela come una innovazione morale, come una forma più alta di giustizia, semplicemente chiamandola con un nome evocativo: meritocrazia.

Non capiamo il recente attacco alle reti della solidarietà e al mondo del Terzo settore in Italia (è utile leggere o rileggere l’intervista a Zamagni qui pubblicata domenica 28 aprile) senza prendere molto sul serio il progetto ideologico della meritocrazia e della cultura del business che lo veicola. La meritocrazia sta diventando una legittimazione etica della condanna morale del povero, che prima interpreta la mancanza di (alcuni tipi di) talento come colpa, poi condanna il povero come demeritevole e infine lo scarta insieme a chi si occupa di lui.

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Editoriale - Alla radice dell'attacco alle reti solidali

di Luigino Bruni

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Poveri e teoremi della «colpa»

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Editoriali - Il rogo di Notre-Dame: l'anima è una cosa seria

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 18/04/2019

Le radici non sono il passato, sono il presente e il futuro delle piante. Sono nascoste, profonde, invisibili, ma essenziali. Alcuni alberi possono continuare a vivere anche perdendo il 90% del fogliame e dei rami, ma muoiono se vengono recise le loro radici. Per vedere le radici c’è bisogno di un grande trauma: una forte tempesta, un’alluvione, un terremoto. Così nella vita: qualche volta è la morte di un genitore che ci fa recitare l’ultima preghiera che ancora ci ricordavamo anche se, fino a quel momento, pensavamo di non ricordare più. Lunedì notte le radici cristiane dell’Europa sono diventate evidenti a tutti mentre andavano in fumo. Molti di quei francesi che si sono ritrovati sulle labbra, fiorita dalla profondità più profonda del loro cuore "Je vous salue Marie...", avevano smarrito da tempo il senso di quella bellissima cattedrale dal bellissimo nome e di quella meravigliosa preghiera; ma quelle parole sono emerse da sole, per la speciale forza maieutica che conoscono solo alcuni dolori. Come le radici: sono sotterrate, silenziose e buie, ma sono, semplicemente, la vita.

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L’incendio di Notre-Dame ha mostrato a tutti i parigini, i francesi, gli europei e al mondo dove si trovano veramente le radici della cultura europea, e quanto sono essenziali per vivere. In quella notte tremenda bruciava il presente e bruciava il futuro, non andava in fiamme soltanto il passato.

Bruciava qualcosa di intimamente legato a parole che molti hanno voluto cancellare o lasciato in un angolo dei pensieri e della vita e che in una notte tremenda hanno capito di non averlo fatto del tutto. Sacro, spirituale, paradiso, preghiera, Dio, Maria: con e su queste parole in-finite abbiamo costruito nei molti secoli l’Europa e l’Occidente. Le nostre cattedrali europee sono icona e sacramento di un umanesimo ancora vivo anche se facciamo di tutto per cancellarlo e dimenticarlo. Stanno lì, silenziose e tenaci e miti, a ripeterci ogni giorno con la loro sola presenza parole d’amore che non capiamo più.

Ma c’è una parte intima di noi che quelle parole le capisce ancora. Perché le portiamo iscritte nella nostra anima collettiva e individuale. Non le possiamo cancellare del tutto, come non si cancellano i cromosomi del Dna. L’anima è sempre una cosa seria. Parole sommerse, dimenticate, umiliate, offese, ma ancora vive. Il "calore" di quella notte ha reso visibili quelle parole diverse scritte con inchiostro simpatico. Mentre andavano in fumo. Siamo tornati, per qualche ora, in una lunga notte medioevale. Abbiamo visto quel rogo tremendo, ci siamo risentiti piccoli e impotenti sotto il grande cielo, e abbiamo, insieme, udito risuonare dentro e fuori di noi parole antiche e forti. E il dolore per quel rogo era anche il dolore per il rogo di parole di cui abbiamo sentito una infinita, nostalgia proprio mentre andavano in fumo.

La ricostruzione di Notre-Dame non sarà facile. Ci sarà certamente una ricostruzione tecnica, ingegneristica, quella degli architetti e dei restauratori. Ma c’è un’altra ricostruzione davvero molto difficile, forse impossibile senza un vero e proprio miracolo.

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Editoriali - Il rogo di Notre-Dame: l'anima è una cosa seria

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 18/04/2019

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E ora serve un miracolo

E ora serve un miracolo

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Il Rapporto sul BenVivere delle Province Italiane è' l'analisi dei rapporti sociali e degli spazi di libertà per definire la qualità della vita nelle aree urbane del nostro Paese. E' un progetto di di Avvenire, SEC e Federcasse.

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 29/03/2019

«L'idea delle ricchezze non è sempre la pietra fondamentale dell’incivilimento, perocché talvolta ne è conseguenza, the altra uno degli scopi parziali, talvolta uno dei mezzi... Si può quindi essere ben ricchi per comulazione di molti beni, ma senza esser civili». Così scriveva Ludovico Bianchini nel 1855, nel suo trattato Della Scienza del ben-vivere sociale

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Bianchini, economista napoletano come Antonio Genovesi, era convinto che l’economia fosse lo studio del ben-vivere sociale dei popoli. In questa sua frase ritroviamo una parola chiave, incivilimento, che fu cara a molti economisti italiani fino al Toniolo, come vi ritroviamo la consapevolezza del complesso rapporto tra ricchezza e l’esser civili. L’umanesimo europeo e italiano aveva sempre saputo, fin dalla civiltà romana, che non sempre la ricchezza è sinonimo di vita buona, che non tutte le ricchezze sono desiderabili, e che affinché i beni diventino ben-essere e ben-vivere occorrono molti altri ingredienti. Tanto che quando gli economisti del Sette e Ottocento dovettero scegliere un motto del loro programma civile, economico e politico, lo trovarono nella "pubblica felicità", non nella anglosassone "ricchezza delle nazioni" (Wealth of nations).

Interessante, poi, che la pubblica felicità e scienza del ben-vivere sociale fossero espressioni usate soprattutto da economisti napoletani e meridiani, molto meno da milanesi e veneziani. Il Sud-Italia aveva iscritto nel proprio Dna la dimensione sociale e pubblica del benessere. Una felicità che colpiva anche i grandi viaggiatori del Settecento. Tra questi Goethe, che visitando Napoli e Palermo ci ha lasciato pagine stupende: «I Napoletani ritengono possedere il paradiso, ed hanno una tristissima idea delle contrade settentrionali». «Non saprei descrivere con parole la luminosità vaporosa che fluttuava intorno alle coste quando arrivammo a Palermo. La purezza dei contorni, la soavità dell’insieme, il degradare dei toni, l’armonia del cielo, del mare, della terra... chi li ha visti una volta non li dimentica per tutta la vita». Ma perché questa letizia, questa "armonia del cielo e del mare", dopo secoli non riesce a tradursi ancora in ben-vivere?

La classifica che oggi pubblichiamo su Avvenire, che, non a caso, abbiamo voluto associare alla categoria di ben-vivere, anche se fa vedere cose diverse da altre classifiche analoghe, ci continua infatti a dire che la vocazione meridiana dell’Italia alla pubblica felicità e al ben-vivere non si è ancora compiuta. In cima alle classifica troviamo sempre le province del Nord, e per incontrare qualche città sotto il fiume Tronto occorre scendere molto in basso e in tutte le classifiche. Perché non solo nel Pil ma anche nel ben-vivere e nella responsabilità civile dei territori l’Italia è spaccata in due? Perché il Sud nel suo insieme sembra avere meno ricchezza e meno felicità del Centro e del Nord?

Forse perché anche noi continuiamo ad usare indicatori di ben-vivere che non catturano abbastanza il genius loci delle genti del Sud e, in generale, di chi vive nei villaggi e non in città, delle periferie e delle montagne. Anche la nostra classifica, pur partendo da diverse domande di ricerca sulla qualità della vita, continua infatti ad usare numeri e misure oggettive del benessere, i soli che avevamo a disposizione. Non abbiamo chiesto agli italiani delle diverse province: "quanto ti senti felice?", né "sei soddisfatto con la tua vita?". Forse, con simili domande avremmo ottenuto classifiche ancora diverse – e ci ripromettiamo di estendere in futuro la nostra ricerca anche ad indicatori soggettivi, anche perché chi vive a Matera ha dei buoni motivi per non considerarsi 77 posizioni al di sotto dei milanesi. Abbiamo usato anche noi strumenti che poco catturano dimensioni fondamentali del benessere come la solitudine, la compagnia degli anziani, l’invecchiare vicino ai nipoti, l’amicizia e la convivialità, i beni relazionali.

Al tempo stesso, dalla nostra ricerca emerge con forza un antico messaggio. La bellezza dei paesaggi, l’allegrezza del genius loci, la presenza dei bambini, il clima, il sole e il mare, sono senz’altro dimensioni importanti ed essenziali del benessere, che continuiamo tutti a trascurare. Ma quando ci alziamo al mattino e non riusciamo a lavorare senza emigrare, quando non abbiamo una sanità di qualità e per una operazione delicata dobbiamo andare al Nord, quegli stessi paesaggi e orizzonti luminosi si scolorano, diventano meno brillanti, e come il re Mida moriamo di fame pur circondati dall’oro. Sempre nel Settecento, la scuola francese dei Fisiocratici ci disse che la ricchezza più importante di un Paese non è uno stock (patrimoni naturali, materie prime…) ma un flusso, cioè il reddito che quei patrimoni riescono a produrre.

Ciò vale anche per il ben-vivere: gli stock, i patrimoni, i paesaggi, le pre-condizioni e potenzialità per vivere bene, non diventano ben-vivere effettivo senza la capacità civile e politica di trasformarli in flussi di ben-vivere e ben-essere. Le potenzialità di benessere del Sud continuano ad essere grandi: e noi, come gli illuministi del settecento, continuiamo a sperare che quel grande potenziale diventi ben-vivere concreto, felicità pubblica e felicità privata; e continueremo ad affinare le nostre tecniche di analisi e di misurazione per vedere dimensioni del benessere e del malessere che ancora ci restano celate.

Vedi il Rapporto del Ben Vivere di Avvenire

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Ben Vivere nelle città: un Sud eccezionale che non decolla

Ben Vivere nelle città: un Sud eccezionale che non decolla

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Editoriali - L'«azione globale» di ragazze e ragazzi

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 19/03/2019

Il 15 marzo 2019 sarà ricordato come la prima azione globale, e davvero mondiale, promossa da ragazze e ragazzi per cambiare il mondo. Una data fondamentale per la nostra epoca. Lo capiremo sempre meglio in futuro. È una novità che dovrebbe farci fermare tutti a riflettere in profondità sui molti dei suoi significati.

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L’infanzia e l’adolescenza sono un patrimonio dell’umanità e della Terra, il primo bene comune globale, quello che ha più valore perché in sé contiene la possibilità stessa della continuazione della vita umana. Nel primo “Venerdì per il futuro” globale abbiamo visto che le ragazze e i ragazzi hanno anche un loro proprio punto di vista sul mondo. Fanno molte cose, come e più degli adulti, e con le loro azioni cambiano e migliorano il mondo ogni giorno. I ragazzi e le ragazze, però, non sanno solo fare: sanno anche pensare, pensano diversamente dagli adulti e hanno molte idee, perché non occorre diventare adulti per iniziare a pensare veramente. La nostra civiltà rispetta, almeno sulla carta delle dichiarazioni comuni, i bambini e i ragazzi, ma non conosce, e quindi non apprezza, il loro pensiero sul mondo.

Nei convegni, qualche volta, invitiamo i bambini e i ragazzi a cantare una canzoncina, a fare una scenetta, e poi li confiniamo in sale apposite, nei loro programmi paralleli. Non riusciamo a invitarli e a trattenerli nelle sale di tutti, dove sarebbero invece preziosissimi. Perché il loro punto di vista è essenziale. Hanno idee anche sull’economia, sulla politica e, ancora di più, sull’ambiente. Le pensano e le dicono con linguaggi loro, ma le dicono dopo averle pensate. Vivono e guardano lo stesso mondo dei genitori, ma lo guardano e lo vivono diversamente, e quindi lo pensano diversamente. Il pensiero dei ragazzi è troppo assente dal nostro tempo presente, come del resto era assente nei tempi passati. Il Novecento è stato il secolo che ha introdotto nella sfera pubblica il pensiero femminile, che ha cominciato a cambiare il mondo. Il XXI secolo potrà essere il secolo che conoscerà il protagonismo del pensiero dei ragazzi e delle ragazze.

I bambini e i ragazzi hanno sempre pensato, ma il mondo da loro pensato non era considerato dagli adulti qualcosa di interessante né, tantomeno, di utile per la vita sociale, economica, politica. E così questo grande patrimonio è rimasto in massima parte trascurato, dimenticato, non valorizzato. Avremmo avuto una società, una economia e una politica migliori se avessimo preso sul serio anche questo diverso pensiero. Sarebbero state più giuste, più sostenibili, più belle.

Il modo con cui i ragazzi e le ragazze guardano all’economia e la pensano, ad esempio, non è il modo adulto. Loro, molto più di noi, vedono i beni economici all’interno delle relazioni. Sono più sensibili alla diseguaglianza, alla povertà e all’ambiente, danno poco peso al denaro, sono generosi. Il loro è un pensiero concreto e quindi vivo: non c’è, ad esempio, la fame nel mondo, ma ci sono bambini, ragazzi e persone concrete che hanno fame. Il loro pensiero è concreto, è vivo, si tocca.

Il 15 marzo 2019 abbiamo visto che i ragazzi e le ragazze dovrebbero e dovranno partecipare al dibattito pubblico su tutti i temi. Interagire con i politici e gli economisti, raccontare le loro esperienze e esprimere il loro pensiero, che dovrà essere conosciuto dai principali politici ed economisti, perché ne hanno bisogno. Il pensiero dei ragazzi è un dono per la società intera. Finora lo abbiamo dimenticato, Greta, le sue compagne e i suoi compagni ce lo hanno ricordato. Il Bene comune sarà più vicino quando sarà accolto e ascoltato anche il pensiero dei ragazzi. Il pensiero-ragazzo è stato ed è il grande assente nel dibattito pubblico fino a questo 15 marzo. Ora è arrivato, e non ne deve più uscire.

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Editoriali - L'«azione globale» di ragazze e ragazzi

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 19/03/2019

Il 15 marzo 2019 sarà ricordato come la prima azione globale, e davvero mondiale, promossa da ragazze e ragazzi per cambiare il mondo. Una data fondamentale per la nostra epoca. Lo capiremo sempre meglio in futuro. È una novità che dovrebbe farci fermare tutti a riflettere in profondità sui molti dei suoi significati.

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Ecco il pensiero che fa futuro

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Editoriali - L'«azione globale» di ragazze e ragazzi di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 19/03/2019 Il 15 marzo 2019 sarà ricordato come la prima azione globale, e davvero mondiale, promossa da ragazze e ragazzi per cambiare il mondo. Una data fondamentale per la nostra epoca. Lo capiremo ...
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Agorà - In un libro dal titolo accattivante, l’economista e imprenditore francese entra nel linguaggio dei vangeli come se leggesse un saggio scritto oggi senza alcuna mediazione né storica né teologica

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 26/01/2019

Una delle novità culturali ed etiche di questo inizio di millennio è il crollo di valore che hanno subito il concetto di competenza e di specializzazione. Grazie alla “democratizzazione” della conoscenza operata dalla rete, abbiamo dapprima iniziato ad arrivare dal medico con la stampa pronta delle medicine e delle cure che ci servivano, scaricate da siti o da blog. Con i social, poi, il fenomeno è esploso, e ciascuno di noi è diventato un opinion leader, in un pubblico che varia dalle poche unità ai milioni di “seguaci”. Poco conta la numerosità dell’audience, ciò che veramente vale è poter scrivere qualsiasi idea su ogni cosa, senza avvertire nessun bisogno di studiare prima di scrivere. Ogni opinione viene livellata nella nuova “social”-democrazia, trasformando ogni ambito a qualcosa di molto simile al tifo sportivo o alle antiche fedi politiche. Il famigerato relativismo, tanto evocato dalla teologia dei decenni scorsi, oggi trova nella rete il suo primo campo di applicazione. Siamo tornati a “flatlandia”, in una terra fantastica ad una sola dimensione, nella quale ci mancano sia l’altezza sia la profondità delle parole e delle idee. Era dunque inevitabile che questo processo non arrivasse a sfiorare anche la teologia (la religione l’aveva raggiunta ben prima di internet, essendo il campo spirituale da sempre uno dei più affollati da falsi profeti e ciarlatani).

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Da qualche anno anche io ho iniziato a commentare libri biblici, pur non avendo una formazione specifica da biblista. Ho frenato questo mio desiderio per molto tempo, perché ero terrorizzato dal crescente numero di dilettanti che usavano la Bibbia senza aver fatto nessun sforzo per entrare dentro un mondo estremamente complesso e pieno di insidie e trappole per chi vi arriva senza un equipaggiamento adeguato. Anche per la Bibbia vale il noto motto di Baden Powell: «Non esiste buono o cattivo tempo, ma solo buono o cattivo equipaggiamento »: se quindi si entra in un testo biblico con i vestiti sbagliati, è sempre cattivo tempo e tempesta, per chi scrive e ancor più per chi legge. Questa regola vale per ogni viaggio dentro la Bibbia, inclusi quelli morali o spirituali, dove gli errori e i vestiti dei viaggiatori sono spesso a dir poco inadeguati – nel tempo del disprezzo delle competenze, ormai anche Gesù è sempre più usato come un guru che ci offre frasi perfette per ogni tipo di power point.

L’equipaggiamento dell’autore del libro Gesù Economista, il francese Charles Gave (IBLLibri, pagine 112, euro 15,00), è simile a quello di chi ha cercato di scalare il Monte Rosa con tailleur e tacchi a spillo: si è dovuto fermare nel parcheggio dove ha lasciato l’auto, da lì ha guardato quell’alta montagna con il cannocchiale, e poi ci ha parlato di orizzonti, fiori e di stelle alpine che non ha mai visto, di ferrate e passaggi che non ha mai fatto. Li ha solo visti da lontano, talmente da lontano da non capire nulla dell’esperienza che fa chi quei fiori li vede e odora davvero, di chi ha messo gli scarponi sulle pietre e sulla neve. La Bibbia, Antico e Nuovo Testamento, è piena di ispirazioni e di domande su faccende economiche. Si potrebbero scrivere decine di volumi sull’economia della Bibbia (e qualcuno anche sulla Bibbia nella tradizione dell’economia). Ma le parole economiche della Bibbia sono state scritte tra i venticinque e i venti secoli fa, in un universo religioso, politico e sociale talmente diverso dal nostro da non poterlo capire senza un grosso specifico investimento culturale e teologico. Quando in quei testi leggiamo (in ebraico o in greco) parole come denaro, monete, prestiti, mercato e mercanti, nella stragrande maggioranza dei casi non dobbiamo pensare ai nostri denari e ai nostri imprenditori, perché tra di loro hanno in comune troppo poco per poter essere trattati come specie di un unico genere. E se lo facciamo diciamo sciocchezze, che nel migliore dei casi sono inutili, e dannose nel peggiore (se qualcuno crede in quello che legge). Pensiamo, per un esempio presente in questo libretto, alla parabola dei talenti. Per tentare di comprendere almeno le intenzioni di Matteo (per non parlare delle difficoltà, quasi insuperabili, di rintracciare le intenzioni del Gesù storico), dovremmo cercare di capire perché colloca la parabola in quella specifica parte del suo vangelo (discorsi escatologici), quale comunità aveva di fronte e quali problemi affrontava, la sua teologia, il contesto storico specifico, e molto altro. Altrimenti facciamo il peccato mortale di prendere una metafora economica (i talenti), usata originariamente dall’evangelista forse per dare un messaggio non economico (la logica del regno dei cieli), e poi riportarla all’ambito economico e farla diventare una lode del rischio imprenditoriale e magari della speculazione finanziaria; e così quel “padrone” duro e severo (identificato immediatamente e senza nessuna problematizzazione con Gesù stesso) dà al capitalismo la benedizione e la consacrazione eterna. Errori simili li troviamo anche sul lato opposto dello spettro. Pensiamo all’episodio, centrale nei vangeli, della “cacciata dei cambiavalute dal tempio”, un testo che non manca nel libro di Gave. Si sbaglia completamente la lettura di quel brano se, come fa l’autore, non teniamo presente che il tema centrale in quell’episodio è la critica che Gesù (citando Geremia) fa alla visione economica o retributiva della fede, alla concezione mercantile della religione. La sua non è, quindi, una critica al mestiere del mercante ma all’idea economica di religione e dei sacrifici, che vedeva Dio come un contabile che riduce e aumenta i nostri debiti in base al valore delle offerte che gli facciamo nel tempio un Dio opposto al Padre amore rivelatori da Gesù. Questa consapevolezza è assolutamente assente in questo economista - imprenditore francese, che entra nel linguaggio dei vangeli (e un po’ anche dell’antico testamento) come leggesse un saggio scritto oggi o ieri, senza nessuna mediazione né storica né teologica. Peggio ancora quando prova a fare considerazioni storico-teologiche, che per essere utili richiederebbero una fatica del concetto che l’autore non ha mai fatto. E così leggiamo, con non poca sofferenza: «Tutto è in Dio (Abramo), Tutto è nella Legge (Mosè), Tutto è nell’Amore (Cristo), Tutto è nel Denaro (Marx), Tutto è nel Sesso (Freud), Tutto è relativo (Einstein)». Una frase che ha la rara dote di offendere molte persone e discipline insieme, inclusa la Bibbia. Oppure, dopo aver commentato il passaggio dell’obolo della vedova, aggiunge: «Il messaggio di Gesù è semplice: affinché i valori possano concretizzarsi in azioni, occorre che i prezzi siano liberi» . E ancora: «Perché Gesù si prende gioco della giustizia sociale? Perché la giustizia sociale è una questione collettiva ». Più avanti: «Come abbiamo già spiegato [sic!], Gesù decide di interessarsi solamente di un individuo alla volta. Invece di un buon contratto esteso, di una enorme convenzione collettiva, prende la decisione di fare solamente contratti individuali, rinnovati a ogni transazione ». Mi fermo qui.

È facile oggi mettere a reddito anche Gesù, usandolo per comporre un titolo accattivante, un indice con temi importanti (giustizia sociale, ricchezza, politica, teoria del valore, i diritti di proprietà, le rendite …), e poi vendere una merce che non esiste. Non si fa così. Non è così che si rispettano i lettori, anche quando questi libri nascono dalla buona fede di autore e editori, e la voglio concedere anche a Charles Gave. Queste operazioni sempre fanno male a chi tenta di instaurare un dialogo serio e rispettoso tra la Bibbia e le discipline laiche moderne, e allontanano ancora di più i biblisti dagli economisti.

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Agorà - In un libro dal titolo accattivante, l’economista e imprenditore francese entra nel linguaggio dei vangeli come se leggesse un saggio scritto oggi senza alcuna mediazione né storica né teologica

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 26/01/2019

Una delle novità culturali ed etiche di questo inizio di millennio è il crollo di valore che hanno subito il concetto di competenza e di specializzazione. Grazie alla “democratizzazione” della conoscenza operata dalla rete, abbiamo dapprima iniziato ad arrivare dal medico con la stampa pronta delle medicine e delle cure che ci servivano, scaricate da siti o da blog. Con i social, poi, il fenomeno è esploso, e ciascuno di noi è diventato un opinion leader, in un pubblico che varia dalle poche unità ai milioni di “seguaci”. Poco conta la numerosità dell’audience, ciò che veramente vale è poter scrivere qualsiasi idea su ogni cosa, senza avvertire nessun bisogno di studiare prima di scrivere. Ogni opinione viene livellata nella nuova “social”-democrazia, trasformando ogni ambito a qualcosa di molto simile al tifo sportivo o alle antiche fedi politiche. Il famigerato relativismo, tanto evocato dalla teologia dei decenni scorsi, oggi trova nella rete il suo primo campo di applicazione. Siamo tornati a “flatlandia”, in una terra fantastica ad una sola dimensione, nella quale ci mancano sia l’altezza sia la profondità delle parole e delle idee. Era dunque inevitabile che questo processo non arrivasse a sfiorare anche la teologia (la religione l’aveva raggiunta ben prima di internet, essendo il campo spirituale da sempre uno dei più affollati da falsi profeti e ciarlatani).

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Ma il “Gesù economico” non è quello di Gave

Ma il “Gesù economico” non è quello di Gave

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Editoriali - Tornare alle domande, trovare le risposte libere e forti di oggi

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 18/01/2019

L’«Appello ai Liberi e Forti»* di Luigi Sturzo fu un atto autenticamente profetico, e quindi ancora capace di ispirare la lettura del nostro tempo e l’azione. Ma quando si attinge acqua dal pozzo profondo della storia, occorre tornare alle domande non alle risposte. Le domande, soprattutto se sono grandi come quelle di don Sturzo, incorporano elementi che non invecchiano e continuano a generare vita, mentre le risposte per essere concrete e utili devono essere necessariamente incarnate nel contesto storico e quindi contingenti e relative. Chi vuole essere fedele alle domande deve cambiare le risposte, mentre chi si affeziona alle risposte storiche finisce inevitabilmente per tradire le domande originarie e vive.

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Quell’appello nasceva da una visione della vocazione dell’Italia (che oggi ci manca drammaticamente), di cui sapeva ascoltare le vibrazioni morali e spirituali profonde. Conosceva le istituzioni civili ed ecclesiali. Ma le domande profetiche di Sturzo, e dei popolari, nacquero dalla capacità di ascoltare la propria gente e il grido dei poveri. La risposta, in un periodo in cui la 'grande innovazione' era la nascita dei partiti politici di massa, fu la creazione di un nuovo partito politico. Oggi, in un tempo in cui l’innovazione politica si sta esprimendo in forme e modi nuovi, creare semplicemente un nuovo partito non sarebbe forse una risposta all’altezza della domanda. Difficile pensare che aggiungere una parte in un universo politico e civile frammentato e frantumato, non congiuri ad aumentare la frammentazione e la frantumazione. Bisogna perciò riflettere con urgenza sul fatto che, oggi, quella stessa 'bandiera morale e sociale' può generare un luogo di tutti e per tutti, non un segmento ma un bene comune che ispiri e serva l’azione politica di tutti i partiti, attuali e nuovi. Un soggetto ampio, pluralista e bio-diversificato, che si collochi nella sfera del civile non del politico in senso stretto, e da lì sappia ispirare e animare partiti e governo.

Il cristianesimo dell’Italia di oggi è profondamente diverso da quello dell’Italia di Sturzo. Ma è ancora vivo e vivificante. La tradizione cristiana è però oggi minacciata soprattutto dal suo interno, da chi propone una concezione della fede come consumo emotivo, che difende nostalgicamente un passato che non c’è più perché il Dio cristiano è il Dio dei vivi e dell’oggi. La tradizione cristiana è minacciata da chi non sa e non vuole ascoltare più il grido dei poveri e delle vittime.

Una grande domanda di Sturzo riguardava «la lotta all’analfabetismo». Oggi siamo immersi in un enorme e crescente analfabetismo di compassione e di pietas. Abbiamo perso già molto tempo, forse troppo. Nessun cambiamento civile e politico vero è possibile senza ricostruire questo patrimonio di pietas umana, che si sta esaurendo senza che nessuna agenzia globale lo denunci. Ci commuoviamo sempre di più di fronte alla sofferenza dei gatti e delle piante (e lo dobbiamo fare), ma stiamo dimenticando come si deve piangere diversamente e di più quando leggiamo che Omar è morto in mare con la sua pagella cucita nella tasca.

Tutti sentiamo l’urgenza di dare risposte politiche concrete, ma non dobbiamo dare risposte se non le abbiamo, altrimenti le diamo sbagliate e continuiamo a ritardare le azioni davvero necessarie e che siamo in grado di fare. Dovremmo dar vita a tutti i livelli a scuole di alfabetizzazione delle emozioni civili e dell’interiorità, per i bambini e per tutti, e parallelamente inondare il dibattito pubblico con nuove narrazioni. Il cristianesimo, anche quello ancora vivo e profetico, vive una grande crisi narrativa. Non riusciamo più a scrivere testi parlanti come quelli di Luigi Sturzo (o di Giuseppe Toniolo), diciamo troppo spesso parole d’amore in una lingua morta. Anche nell’ambito civile, economico e politico, dove le nostre parole parlano poco e solo a chi è già simile a noi, e sono mute per chi è diverso.

Perché il cristianesimo generi un luogo per tutti, un bene comune per i liberi e le libere e forti, c’è quindi un urgente bisogno di una rivoluzione narrativa. Dobbiamo esercitarci – insieme agli artisti, ai giovani, ai bambini, ai nuovi arrivati nel nostro Paese – a raccontare diversamente la nostra grande storia, i nostri valori, i nostri programmi economici, sociali e politici. Certi, però, che queste nuove narrazioni ci sono già, dobbiamo solo scoprirle non inventarle. E sono lì nella vita normale e popolare della gente normale del nostro Paese e del mondo. Sono molte, sono nascoste nel cuore delle gente e nelle relazioni di chi ha saputo attraversare questo scorcio di millennio senza incattivirsi, senza avvelenarsi l’anima, che non ha smesso di vedere il vicino di casa come una persona per bene, che sa cooperare, che ha uno sguardo buono sulla gente che lo circonda e che arriva sulla soglia di casa, che sa che prima delle parti politiche c’è l’umano intero. Che gira per le strade e sa vedere molte cose belle, ma sa che le cose più belle sono le persone. E quando il grande fiume esonda, sa che è tempo di cessare la polemica partitica e correre insieme a rafforzare gli argini.

In sintesi, l’umanesimo cristiano servirà il Paese e l’Europa, la politica e i partiti se tornerà a essere profezia. Quell’appello di cento anni fa deve dar vita a un movimento civile profetico, che sappia dire cose scomode, imprudenti, che non piacciono ai potenti e a chi difende, impaurito e arroccato, i propri interessi. Che quindi non prende né cerca voti perché dice cose che non corrispondono ai gusti dei consumatori di oggi. La profezia è sempre in contro-tempo. Se, paradossalmente, i Geremia, gli Ezechiele, gli Isaia e persino Gesù avessero dato vita a partiti politici, non avrebbero raggiunto l’un per cento dei voti. Ma con la loro azione e con le loro parole diverse hanno migliorato il mondo, e hanno generato secoli dopo civiltà e democrazia. La Chiesa oggi può rivivere una nuova stagione simile all’esilio in Babilonia o ai primi tempi del cristianesimo. Siamo pochi e 'senza potere', e quindi abbiamo la libertà di poter essere un 'resto fedele', sale e lievito per tutta la massa. Quando l’impero romano stava crollando e gli abitanti di Roma e dell’Italia cercavano, impauriti, di difendersi dai 'barbari' – che, quella volta, scendevano dal Nord –, Agostino e Benedetto vedevano in quel crollo l’inizio di un nuovo mondo. E così non maledicevano, ma benedicevano quel loro tempo difficile. E generarono parole e opere, scritti, regole e monasteri che hanno edificato la Christianitas medioevale.

Dobbiamo ridire diversamente le parole di Agostino e di Benedetto, dar vita a nuove opere, che oggi si chiamano banche, imprese, scuole, università, comunità, e altre che ancora non sappiamo chiamare per nome. E le dobbiamo dire e fare con la loro stessa libertà e profezia. Così daremo nuove risposte alle domande di Sturzo, e ne aggiungeremo di nuove, che insieme alle nostre nuove opere lasceremo in eredità alle generazioni future.


* Roma, 18 gennaio 1919

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Editoriali - Tornare alle domande, trovare le risposte libere e forti di oggi

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 18/01/2019

L’«Appello ai Liberi e Forti»* di Luigi Sturzo fu un atto autenticamente profetico, e quindi ancora capace di ispirare la lettura del nostro tempo e l’azione. Ma quando si attinge acqua dal pozzo profondo della storia, occorre tornare alle domande non alle risposte. Le domande, soprattutto se sono grandi come quelle di don Sturzo, incorporano elementi che non invecchiano e continuano a generare vita, mentre le risposte per essere concrete e utili devono essere necessariamente incarnate nel contesto storico e quindi contingenti e relative. Chi vuole essere fedele alle domande deve cambiare le risposte, mentre chi si affeziona alle risposte storiche finisce inevitabilmente per tradire le domande originarie e vive.

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Lo spazio della profezia:  per tutti e «contro-tempo»

Lo spazio della profezia: per tutti e «contro-tempo»

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Opinioni - Costituzione e «tassa sulla bontà»

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 3 gennaio 2018

Per provare a comprendere un aspetto decisivo del dibattito politico dell’anno che si è appena concluso, occorre guardarlo da un punto di osservazione più alto e più distante dalla bagarre recente; e poi da lì tentare uno sguardo e una valutazione d’insieme. L’incidente del Governo sulla tassazione delle organizzazioni del Terzo settore, non è una questione minore o solo fiscale. La serietà di quella distrazione risalta immediatamente non appena ci domandiamo: come mai i nostri governanti dichiarano di voler aiutare gli italiani poveri, o addirittura di voler sconfiggere la povertà, e poi pensano di complicare la vita a quelle organizzazioni che la povertà vera la combattono e riducono da decenni se non da secoli? Questo (apparente) paradosso si svela se lo collochiamo accanto ad altri interventi e atteggiamenti collegati e coerenti tra di essi – quelli nei confronti delle cooperative e delle Ong (impegnate sulle rotte marine delle migrazioni), o la minaccia di riduzione del finanziamento ai giornali realizzati in cooperativa o da aziende non profit. E scorgiamo subito un tratto comune netto e significativo, che raggiunge anche il modo con cui è stato pensato (finora) il reddito di cittadinanza.

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L’Italia e l’Europa hanno risposto alle loro crisi epocali generando, dal basso, realtà associative che curavano le povertà inserendole dentro tessuti sociali e comunitari diversi. Dalle Misericordie nate dalla società toscana nel Duecento, ai Monti di pietà dei Francescani all’alba della modernità, fino al movimento cooperativo, passando per le opere di welfare ante-litteram degli ordini religiosi tra Seicento e Novecento. Il genio italiano ha risposto alle povertà generando società civile organizzata, attivando le persone e i loro i capitali comunitari, relazionali e soprattutto i capitali narrativi (le prime cure di malattie sociali e di emarginazioni iniziavano quando, insieme, eravamo capaci di narrarci altre storie che illuminavano le povertà e spalancavano orizzonti capaci di vedere e aprire un altro cielo).

E lo ha fatto fino a pochi decenni fa, quando siamo stati capaci di rispondere alla crisi dello Stato sociale dando vita a migliaia di cooperative sociali che hanno curato le nostre fragilità mettendo a sistema la vocazione comunitaria del nostro Paese. Ora, nell’età dei social – il cui nome camuffa una radicale deriva individualistica – la politica ha iniziato a pensare di poter servire il Bene comune saltando la mediazione del "civile" per dar vita a un governo dei sondaggi e dei like dei "singoli". Un mondo nuovo, dove però le povertà vere non si vedono, non si capiscono e quindi non si curano. Un grande limite dell’attuale proposta del Reddito di cittadinanza è, infatti, l’assenza della mediazione della società civile. Si vorrebbe eliminare la povertà attivando un rapporto diretto Stato-individuo, mediato soltanto da organismi burocratici statali (i centri per l’impiego). Dimenticando, ancora una volta, che la prima indigenza dei "poveri" è relazionale, è l’assenza di relazioni buone e/o la presenza di relazioni tossiche.

Insieme all’articolo 1 della nostra Costituzione, sta allora entrando profondamente in crisi anche l’articolo 2: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Collegare i diritti inviolabili degli uomini e delle donne alle «formazioni sociali ove si svolge la loro personalità», fu un atto moralmente forte e profetico. L’umanesimo cristiano e laico che generò quella Carta sapeva che senza la mediazione dei corpi intermedi i diritti inviolabili non vengono né riconosciuti né garantiti, perché non c’è uomo più violabile e violato dell’uomo isolato e solo, come l’albero senza bosco quando arrivano le grandi tempeste.

Dietro l’articolo 2 ci sono, invisibili e realissimi, la Bibbia e tutto il Vangelo, molto pensiero greco e romano, Tommaso d’Aquino, Luigi Sturzo, Luigi Luzzatti, Antonio Gramsci, e la distruzione dei corpi intermedi perpetrata dal fascismo. Accanto a quelle parole c’era anche, scritta con inchiostro simpatico, una visione positiva della persona umana, uno sguardo buono e generoso sull’uomo che vedeva l’individuo capace di fiorire in pienezza solo diventando persona (individuo-in-relazione), quindi dentro famiglie, associazioni, partiti, cooperative, comitati editoriali, comunità spirituali e ideali.

C’era l’etica delle virtù, la pietra miliare dell’antropologia occidentale, che vedeva gli esseri umani prima socievoli poi furbi, prima capaci di cooperare poi di evadere, prima buoni poi cattivi. Quando si inverte questo ordine, torniamo all’antropologia del lupo, alla guerra di tutti contro tutti, alla paura e alla rabbia che diventano il collante di individui non persone; e immediatamente iniziamo a guardare il vicino di casa come un evasore potenziale o effettivo, a vedere chi arriva sull’uscio di casa non come una possibile benedizione ma come una sciagura certa. La società civile di oggi non è più quella lasciataci in eredità dal Novecento. È ferita, colpita al cuore dalla globalizzazione, dai nuovi mercati e dai loro princìpi utilitaristici, da una politica che l’ha manipolata e consumata senza rigenerarla.

Ma da essa dobbiamo ripartire per immaginare un Paese migliore, iniziando prima a vederla, poi stimarla e quindi curarne le ferite. Potremo – dobbiamo– riaprire i porti, perché ad accogliere non ci saranno soltanto il Governo, individui o la polizia: ieri e oggi la sola buona e sostenibile accoglienza è quella di comunità, di associazioni, chiese, fatte di persone che possono accogliere chi arriva dal mare perché ogni giorno si allenano nell’arte dell’accoglienza di persone in carne e ossa; perché sono esperti di corpi non di messaggi e di tastiere (e nella vita il corpo dice quasi tutto). Dimenticare e violare l’articolo 2 della Costituzione significa, inoltre, negare altri due princìpi cardini dell’Italia e dell’Europa: il principio personalista e quello di sussidiarietà (che deriva dal primo). Se l’individuo matura diventando persona, per salire (o scendere) bene dal singolo allo Stato occorre necessariamente passare per i corpi intermedi che danno vita, sinfonicamente, alla società civile, attraversare le formazioni sociali - perché è in questi passaggi dove impariamo a praticare la democrazia e la pietas, che è fondamento di ogni convivenza umana.

Col nuovo anno l’aumento di tassazione alle organizzazioni non-profit – quella che il presidente Mattarella ha chiamato «tassa sulla bontà» – sarà corretto. Tutti lo vogliamo. Ma non accontentiamoci di questo emendamento alla Manovra 2019. Infine un augurio per l’anno che inizia. La stragrande maggioranza della società è composta di persone perbene. Magari restano silenziose nel loro posto di lavoro, nelle corsie degli ospedali, qualche volta anche nelle carceri. Non sempre frequentano i social perché frequentano altri luoghi umani. Sono spesso deluse e scoraggiate, ma restano - restiamo - persone per bene. Non dimentichiamolo, e non lo dimentichi chi ci rappresenta e ci governa.

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Opinioni - Costituzione e «tassa sulla bontà»

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 3 gennaio 2018

Per provare a comprendere un aspetto decisivo del dibattito politico dell’anno che si è appena concluso, occorre guardarlo da un punto di osservazione più alto e più distante dalla bagarre recente; e poi da lì tentare uno sguardo e una valutazione d’insieme. L’incidente del Governo sulla tassazione delle organizzazioni del Terzo settore, non è una questione minore o solo fiscale. La serietà di quella distrazione risalta immediatamente non appena ci domandiamo: come mai i nostri governanti dichiarano di voler aiutare gli italiani poveri, o addirittura di voler sconfiggere la povertà, e poi pensano di complicare la vita a quelle organizzazioni che la povertà vera la combattono e riducono da decenni se non da secoli? Questo (apparente) paradosso si svela se lo collochiamo accanto ad altri interventi e atteggiamenti collegati e coerenti tra di essi – quelli nei confronti delle cooperative e delle Ong (impegnate sulle rotte marine delle migrazioni), o la minaccia di riduzione del finanziamento ai giornali realizzati in cooperativa o da aziende non profit. E scorgiamo subito un tratto comune netto e significativo, che raggiunge anche il modo con cui è stato pensato (finora) il reddito di cittadinanza.

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La buona Italia da non umiliare

La buona Italia da non umiliare

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La religione del consumo e i suoi riti sacrificali. Una analisi alla radice della natura vera del «black friday».

Di Luigino Bruni

Pubblicato su Avvenire il 23/11/2018

Black friday 2018 02 ridSe qualcuno avesse ancora qualche dubbio che il nostro capitalismo sia diventato qualcosa di molto simile a una religione, deve solo farsi oggi un giro sul web e nei principali centri commerciali, guardarsi bene attorno e poi cercare di capire che cosa sta veramente accadendo. Nei luoghi dove si celebra il Black Friday sta accadendo qualcosa di molto simile a un fenomeno religioso, che ha molti tratti in comune con le funzioni delle religioni tradizionali.

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Anche questo capitalismo ha un bisogno crescente di riti, liturgie, chiese, feste, processioni, canti, parole sacre, sacerdoti, comunità; come in ogni religione vuole varcare la soglia del tempio per introdursi in un altro tempo nel quale assaporare dimensioni non ordinarie della vita. Ma, se lo guardiamo bene, ci accorgiamo che ciascuno di questi elementi 'sacri' è amputato di uno o più componenti essenziali. È proprio questa amputazione che allontana il capitalismo consumista dalle religioni 'vere' (in particolare dall’orizzonte biblico ebraicocristiano), e lo avvicina ai culti idolatrici tipici delle prime forme religiose arcaiche, senza più avere la purezza degli sguardi degli uomini antichi. E così l’uomo contemporaneo nel crepuscolo degli dèi delle religioni tradizionali si ritrova in un mondo liberato dal Dio biblico e ripopolato da infiniti idoli, meno interessanti di quelli egizi o babilonesi. Per capirlo, pensiamo agli sconti, che sono il centro attorno al quale ruota il rito del Black Friday. Anche se ogni anno vengono sollevati dubbi sulla loro 'verità', in genere gli sconti sono reali. E lo sono perché lo sconto vero è un elemento essenziale del culto. Gli sconti devono essere reali, perché non c’è una religione senza una qualche forma di dono, di grazia e di sacrificio.

Con una differenza fondamentale però, che ci svela molto della natura sacrale di questo giorno. Nelle religioni tradizionali è il fedele che fa doni al suo Dio, nella 'religione' capitalistica è invece l’impresa- dio che fa 'doni' ai suoi fedeli. La direzione cambia perché opposto è il senso del culto. Infatti, nella religione del consumo l’idolo non è la merce ma il consumatore, che le imprese cercano di fidelizzare (altra parola religiosa) con il loro sacrificiosconto. Dono senza gratuità, e quindi non religione ma idolatria.

Ma c’è di più. Il dono di questo giorno è un dono omeopatico, cioè il simile che cura il simile. Un concetto anche questo molto arcaico. Nel dono omeopatico si prende una piccolissima parte della malattia che si vuole curare e la si immette nel corpo allo scopo di immunizzarsi da essa. Il capitalismo sa molto bene che il dono vero e libero sarebbe sovversivo e destabilizzante per gli equilibri aziendali e finanziari, anche perché non ha prezzo, non è in vendita, non può essere incentivato; e così lo sterilizza introducendo nel proprio corpo dei 'donunculi'. Nella sua essenza il Black Friday è allora la grande operazione tentata dal mercato per immunizzarsi dal dono per mezzo dello sconto, per cercare di tenere la gratuità autentica ben lontana dai suoi templi.

Non a caso il Black Friday è il giorno dopo quello del Ringraziamento. Il Thanksgiving è il memoriale della grande abbondanza del primo raccolto quando i pellegrini arrivarono nel Nuovo Mondo. È quindi una festa della gratitudine e della gratuità, che oggi il giorno dopo cerca di neutralizzare. Dobbiamo fare di tutto perché non ci riesca davvero. Perché il giorno in cui la gratuità fosse definitivamente espulsa dai mercati e dalle imprese, l’economia tutta imploderebbe. Il magnifico sistema economico vive e si rigenera ogni giorno perché milioni di persone donano alle loro imprese più di quanto dovrebbero fare per i contratti e per gli incentivi. E lo fanno semplicemente lavorando, entrando ogni mattina negli uffici e nei negozi come persone intere, e quindi anche con la loro capacità di donare e di donarsi, perché è qui dove si gioca molto della nostra dignità e libertà. La principale difesa dalla guerra costante, tenace e crescente scatenata contro la gratuità, sta allora innanzitutto nel cercare di conservarci la capacità morale e spirituale di distinguere il dono dallo sconto. Dobbiamo salvare questa distinzione soprattutto per i bambini di oggi, i 'nativi' del Black Friday, perché il giorno che iniziassero a confondere il dono con lo sconto si ritroverebbero in un mondo infinitamente più povero. Il prezzo della gratuità è infinito, nessun sconto può ridurre il suo valore.

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La religione del consumo e i suoi riti sacrificali. Una analisi alla radice della natura vera del «black friday».

Di Luigino Bruni

Pubblicato su Avvenire il 23/11/2018

Black friday 2018 02 ridSe qualcuno avesse ancora qualche dubbio che il nostro capitalismo sia diventato qualcosa di molto simile a una religione, deve solo farsi oggi un giro sul web e nei principali centri commerciali, guardarsi bene attorno e poi cercare di capire che cosa sta veramente accadendo. Nei luoghi dove si celebra il Black Friday sta accadendo qualcosa di molto simile a un fenomeno religioso, che ha molti tratti in comune con le funzioni delle religioni tradizionali.

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Salviamo i «nativi» del Black Friday

Salviamo i «nativi» del Black Friday

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Editoriali - Un dibattito incompetente

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire del 09/10/2018

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181009 Mai offendere i poveri ridIl primo e radicale problema di chi scrive, legifera e si occupa di povertà è l’incompetenza, perché non essendo in genere poveri non possediamo quella conoscenza specifica che ha soltanto chi è dentro una condizione di povertà. I discorsi e le azioni sulle povertà sono spesso inefficaci, se non dannosi, perché la mancanza di competenza li rende astratti. Non è certamente un caso che due tra i maggiori studiosi della povertà, Muhammad Yunus (premio Nobel per la pace) e Amartya Sen (premio Nobel per l’economia) sono originari rispettivamente del Bangladesh e dell’India, ed entrambi vengono da esperienze di contatto con le povertà vere e si sono sporcati le mani per contribuire a far nascere istituzioni e progetti per alleviare le povertà (la Grameen Bank e l’Indice di Sviluppo Umano delle Nazioni Unite). Per capire e operare nelle povertà il buon senso non basta e spesso produce molti danni. Dobbiamo invece lavorare molto, facendo di tutto per acquisire, con lo studio e la frequentazione delle persone che si vorrebbero aiutare, le competenze che non si hanno, ma che si devono avere.

La prima cosa che si inizia a capire quando si lasciano la scrivania e i set televisivi e si entra nella concretezza delle povertà, è l’inadeguatezza di una delle idee più radicate della sociologia del XX secolo, la cosiddetta "piramide di Maslow", che è troppo astratta per essere vera. Pensare, infatti, che le persone abbiano bisogni ordinati da una gerarchia piramidale, dove alla base ci sono i bisogni fisiologici (fame, sete, caldo e freddo…) e solo una volta soddisfatti questi possiamo permetterci il lusso di passare ai bisogni di ordine superiore (sicurezza e protezione), poi a quelli di appartenenza quindi ai bisogni di stima. E, infine, una volta saziati, riscaldati e stimati possiamo finalmente dedicarci al lusso dei bisogni di auto-realizzazione, che occupano il vertice della piramide. Come se le persone non morissero anche per mancanza di stima e di senso, o se l’attesa di una nipote che viene a visitarci ogni sera in ospedale ci nutrisse meno della minestrina. Questa antica teoria (del 1954) ha subito molte critiche, sviluppi, rettifiche, ma l’idea che ci siano bisogni primari ed essenziali legati al corpo, al coprirsi, al tetto, e solo dopo tutti gli altri più "alti", è ancora molto radicata nelle politiche pubbliche e nella cultura media della popolazione. E così la ritroviamo, implicita, anche nel dibattito sul reddito di cittadinanza di questi giorni in Italia (e non solo).

Quando ero bambino il reddito di mio padre (commerciante ambulante di polli e galline) è stato per molti anni minore degli equivalenti 780 euro di cui si parla oggi, e nessuno sapeva se ogni mese sarebbero arrivati a casa, dove ad attenderli c’era mia mamma e noi quattro figli. Ma nei compleanni e per la Befana i nostri regali dovevano essere belli come quelli dei nostri compagni di scuola più ricchi. Mio padre rinunciava anche ad alcuni beni primari, ma per quei giocattoli non faceva economia, perché non voleva che ci vergognassimo a scuola. In gioco c’erano la dignità sua e nostra. I miei nonni contadini e le loro sette figlie non erano certo benestanti, ma nelle feste importanti bisognava alzarsi da tavola lasciando vino e cibo avanzati. Quei pranzi eccessivi non erano meno essenziali delle patate e del pane di ogni giorno, perché erano momenti decisivi dove si ricreavano e accudivano quei legami sociali che stringevano tra di loro i membri della comunità, e impedivano che precipitassero tutti nei giorni difficili, quando alla mancanza dei beni primari supplivano questi altri beni altrettanto primari. Durante un periodo di studio all’estero, non avevo abbastanza soldi per permettermi un quotidiano (italiano) e il treno. Mi procurai da un amico una bicicletta, risparmiavo il costo del biglietto del treno e quei due franchi mi consentirono di leggere articoli che sono la radice di quelli che ho scritto molti anni dopo, e di quello che sto scrivendo ora.

La teoria della povertà di Amartya Sen si basa su un assioma fondamentale, una sorta di pietra angolare del suo edificio scientifico: la povertà è l’impossibilità che ha una persona di poter svolgere la vita che amerebbe vivere. La povertà è dunque una carestia di libertà effettiva, perché la mancanza di quelle che lui chiama capabilities (capacità di fare e di essere) diventa un ostacolo spesso insuperabile per fare la vita che vorremmo fare.

E una delle capacità fondamentali consiste, per Sen, nel poter uscire in pubblico senza vergognarsi (di sé e dei giocattoli dei propri bambini). Una delle idee economico-sociali più rivoluzionarie e umanistiche dell’ultimo secolo.

Il primo messaggio, serio e preoccupante, di questa visione competente della povertà riguarda la difficoltà di aumentare le libertà con il denaro. Alcuni, in genere la maggior parte, di questi ostacoli sono infatti conseguenza della mancanza non di reddito, ma di capabilities, che sono una sorta di bene capitale (stock), una assenza che si è creata negli anni, spesso già dall’infanzia. È l’assenza di capitali che genera anche la mancanza di reddito, che è solo un effetto. Questi beni capitali sono istruzione, salute, famiglia, comunità, talenti lavorativi, reti sociali, che per essere "curati" richiederebbero interventi strutturali, in "conto capitale", e quindi molto tempo, volontà politica e un coinvolgimento serio della società civile. Se quindi le persone non useranno il reddito che giungerà dal Governo per rafforzare o creare alcuni di questi capitali, quei soldi non ridurranno la povertà, perché le persone resteranno povere con un po’ di consumi in più. E il primo bene capitale da cui una persona può ricominciare si chiama ancora con un antico, bellissimo, nome: lavoro.

Ma c’è anche un secondo messaggio. Se questi 780 euro (al massimo) non diventeranno anche una maggiore libertà di comprare libri, giornali, di fare festa, un viaggio, di comprare un giocattolo bello per un bambino, un braccialetto più carino per la fidanzata, una cena esagerata con gli amici più cari per dire che finalmente stiamo cambiando vita, e che abbiamo ricominciato a sperare..., quei redditi non ridurranno nessuna povertà, o ne ridurranno gli aspetti meno importanti.

Tutti sappiamo, o dovremmo sapere, che per la stessa natura "capitale" di molte forme di povertà, il rischio che i soldi del reddito di cittadinanza finiscano in luoghi sbagliati è molto alto; e per questa ragione dobbiamo fare di tutto per eliminare e ridurre alcuni di questi luoghi sbagliati (in primis l’azzardo, dove il governo ha ben iniziato e deve andare fino in fondo togliendo le slot machine dai bar e tabacchi, e riducendo drasticamente i gratta-e-vinci che ormai si trovano ovunque). Ma se è vero che la povertà è mancanza di libertà, allora non offendiamo la libertà con liste di "beni primari" scritte a tavolino, o con controllori che dovrebbero dirci se un libro o un giocattolo sono troppo costosi perché un "povero" se li possa permettere. Il primo "reddito" di cui i molti poveri del nostro Paese hanno bisogno è un segnale di fiducia e di dignità. Di sentirsi dire che sono poveri ma prima sono persone adulte, e possono decidere, anche loro, se è più primario un vestito o un regalo per chi amano.

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Editoriali - Un dibattito incompetente

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire del 09/10/2018

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Mai offendere i poveri

Mai offendere i poveri

Editoriali - Un dibattito incompetente di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire del 09/10/2018
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Agorà, Il libro - Già Saint Simon nel 1803 profetizzava che il capitalismo sarebbe divenuto un culto idolatrico capace di sostituirsi al cristianesimo. E al centro del tempio c’è il dio-consumatore

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 19/09/2018

Capitlismo infelice Avvenire ridPubblichiamo uno stralcio del libro di Luigino Bruni "Capitalismo infelice. Vita umana e religione del profitto" edito da Giunti (pagine 160, euro 16,00), che è da oggi in libreria. Viene pubblicato nella nuova collana 'Terra futura' (che Giunti realizza in collaborazione con Slow Food editore e l’Università di scienze gastronomiche) che per ora conta altri tre titoli tutti in uscita lo stesso giorno.

Mircea Eliade, il grande antropologo romeno, nel suo classico saggio Il sacro e il profano , scriveva: «L’uomo moderno ha desacralizzato il suo mondo e ha deciso di vivere un’esistenza profana. Basterà constatare il fatto che la desacralizzazione caratterizza l’esperienza totale dell’uomo non religioso delle società moderne». Se Eliade fosse vissuto oggi, molto probabilmente non avrebbe scritto questa frase, perché si sarebbe accorto che il capitalismo del XXI secolo sta risacralizzando il mondo, sebbene in un modo tutto nuovo e diverso dal mondo sacro di cui parlava Eliade. E, quasi certamente, la neo-sacralizzazione del nostro tempo Eliade e i suoi colleghi del Novecento l’avrebbero chiamata neo-idolatria.

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Questo saggio analizza e discute alcune delle dimensioni del nuovo spirito dell’economia del nostro tempo. Un’economia che continuo a chiamare capitalismo, in mancanza di una parola sintetica più efficace, ben consapevole che tra quanto chiamiamo oggi capitalismo e quello che abbiamo conosciuto nei due secoli precedenti, ci sono molte differenze, alcune così radicali (per esempio la finanza e la rivoluzione del web ) da renderci molto complicata la scelta di usare la stessa parola. Esso è quindi una riflessione su ciò che non vediamo (gli spiriti sono invisibili), che non vogliamo vedere o che il sistema non ci fa vedere, ma di cui subiamo le conseguenze soprattutto in termini di gioia di vivere, il cui calo sembra essere una nota dominante del nostro capitalismo.

La dimensione religioso-sacrale del capitalismo non è cosa nuova. Prima che Max Weber o Karl Marx ce lo dicessero chiaramente, e ciascuno a modo suo, all’inizio dell’Ottocento il francese Claude-Henri de Saint-Simon immaginò e realizzò una vera e propria religione degli imprenditori, dei capitalisti e della scienza, che ebbe un notevole successo e adepti in tutta Europa. In una famosa lettera nel 1803, Saint-Simon scriveva: «La notte scorsa ho udito queste parole: 'Roma rinuncerà alla pretesa di essere il centro della mia chiesa; il papa, i cardinali, i vescovi e i preti cesseranno di parlare in mio nome… Sappi che Io ho fatto sedere Newton al mio fianco e gli ho affidato la direzione dell’intelligenza umana e la guida degli abitanti di tutti i pianeti… Ogni consiglio farà costruire un tempio che ospiterà un mausoleo in onore di Newton… Ogni fedele che risiede a meno di un giorno di cammino dal tempio scenderà una volta all’anno nel mausoleo di Newton. […] Nei dintorni del tempio saranno costruiti laboratori, officine, e un collegio. Ogni lusso sarà riservato al tempio…'».

La nuova religione di Saint-Simon era universale e laica; i sommi sacerdoti erano gli scienziati, gli ingegneri, gli industriali. Da Marx fu annoverato tra gli autori utopici. Ma, in realtà, se leggiamo bene le sue idee e il suo movimento, dovremmo dire che più che di utopia si trattava di una sorta di strana profezia, se pensiamo a cosa è diventato oggi quel capitalismo che il filosofo francese osservava nella prima fase del suo sviluppo. Con alcune differenze però: l’alleanza tra tecnica e capitale, al tempo di Saint-Simon ancora incipiente, oggi si è potenziata e radicalizzata, ma non sono stati gli ingegneri e i produttori a diventarne i sacerdoti. Il loro posto lo hanno preso i finanzieri e soprattutto i manager, e al centro del tempio non c’è il dio-produttore ma il dio-consumatore. Niente più dell’ideologia del business sta infatti dominando il nostro tempo.

Un’ideologia prodotta e generata nelle business school di tutto il mondo, che conosce un enorme successo perché non si presenta come un’ideologia o religione (qual è), ma come una tecnica, e quindi di portata universale. Gli stessi strumenti del management si applicano a Dallas e a Nairobi, a Milano e in Siberia, perché le tecniche non sono dipendenti dalla cultura e dal carattere dei popoli: un’automobile o una lavastoviglie funzionano allo stesso modo in tutto il mondo, con qualche attenzione per le gomme e per il liquido antigelo. Così gli stessi strumenti di management dovrebbero funzionare allo stesso modo per le multinazionali capitalistiche e per le comunità di suore, perché, si dice, sono tutte aziende e in quanto tali sono tutte uguali. Sotto l’universalismo della tecnica si veicola allora una visione del mondo, dell’individuo, delle relazioni sociali.

Una visione che, come tutte le religioni, ha i suoi dogmi. I principali si chiamano meritocrazia e incentivi. Con la meritocrazia, ad esempio, si legittima la diseguaglianza, perché i talenti non sono interpretati come dono ma come merito individuale. Un dogma da cui deriva la sempre più pervasiva idea che i poveri sono demeritevoli e quindi colpevoli, e in quanto tali non abbiamo nessun obbligo morale di soccorrerli: al massimo possiamo pagare qualche Ong perché se ne occupi in modo che non ci diano troppo fastidio. Questo libro è dunque un dialogo sulla natura religiosa e idolatrica del capitalismo del nostro tempo. Ho scelto di trattare temi complessi con uno stile non specialistico, senza appesantire il testo con note e citazioni di opere (che comunque si trovano elencate in bibliografia), facendo mio il metodo di Antonio Genovesi, fondatore dell’Economia civile, che diceva: «Scriverò dunque come penso, e parlerò come tra noi si parla, perché amo di essere inteso, non ammirato».

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Agorà, Il libro - Già Saint Simon nel 1803 profetizzava che il capitalismo sarebbe divenuto un culto idolatrico capace di sostituirsi al cristianesimo. E al centro del tempio c’è il dio-consumatore

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 19/09/2018

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Mircea Eliade, il grande antropologo romeno, nel suo classico saggio Il sacro e il profano , scriveva: «L’uomo moderno ha desacralizzato il suo mondo e ha deciso di vivere un’esistenza profana. Basterà constatare il fatto che la desacralizzazione caratterizza l’esperienza totale dell’uomo non religioso delle società moderne». Se Eliade fosse vissuto oggi, molto probabilmente non avrebbe scritto questa frase, perché si sarebbe accorto che il capitalismo del XXI secolo sta risacralizzando il mondo, sebbene in un modo tutto nuovo e diverso dal mondo sacro di cui parlava Eliade. E, quasi certamente, la neo-sacralizzazione del nostro tempo Eliade e i suoi colleghi del Novecento l’avrebbero chiamata neo-idolatria.

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L'ideologia del business, fede del nostro tempo

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Perché ripartire da beni comuni e beni relazionali. Dalla relazione che l’economista Luigino Bruni ha tenuto ieri nella seconda giornata dell’Incontro mondiale delle famiglie in corso a Dublino.

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 23/08/2018

Famiglia Avvenire ridEconomia è una parola greca che rimanda direttamente alla casa (oikos nomos, regole per gestire la casa), quindi alla famiglia. Eppure l’economia moderna, e ancor più quella contemporanea, si è pensata come un ambito retto da principi diversi, distinti e per molti versi opposti ai principi e ai valori che hanno sempre retto e continuano a reggere la famiglia. Un principio fondante la famiglia, forse il primo e quello sottostante gli altri, è quello di gratuità, che è quanto è di più distante dall’economia capitalistica, che conosce surrogati della gratuità (sconti, filantropia, saldi) che svolgono la funzione di immunizzare i mercati dalla gratuità vera.

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La famiglia, infatti, è il principale luogo dove apprendiamo, per tutta la vita e in un modo tutto speciale da bambini, quella che Pavel Florensky chiamava ’l’arte della gratuità’. E lì che soprattutto da bambini impariamo anche a lavorare, perché non c’è lavoro ben fatto senza gratuità. La nostra cultura, però, associata la gratuità al gratis, al gadget, allo sconto, alla mezza ora in più al lavoro non remunerata, al prezzo zero (San Francesco ci ha invece detto che la gratuità è un prezzo infinito: non si può né comprare né vendere perché è impagabile). In realtà la gratuità è qualcosa di molto serio, come ci ha spiegato con estrema chiarezza anche la Caritas in veritate, che rivendica alla gratuità anche lo statuto di principio economico. Gratuità è charis, grazia, ma è anche l’agape, come ben sapevano i primi cristiani, che traducevano la parola greca agape con l’espressione latina charitas (con l’h), proprio ad indicare che quella parola latina traduceva ad un tempo l’agape ma anche la charis, e per questo quell’amore diverso non era né solo eros né solo philia (amicizia). La gratuità, questa gratuità, allora, è un modo di agire e uno stile di vita che consiste nell’accostarsi agli altri, a se stesso, alla natura, a Dio, alle cose non per usarli utilitaristicamente a proprio vantaggio, ma per riconoscerli nella loro alterità e nel loro mistero, rispettarli e servirli. Dire gratuità significa dunque riconoscere che un comportamento va fatto perché è buono, e non per la sua ricompensa o sanzione. La gratuità ci salva così dalla tendenza predatoria che c’è in ogni persona, ci impedisce di mangiare gli altri e noi stessi. E’ ciò che distingue la preghiera dalla magia, la fede dall’idolatria, che ci salva dal narcisismo, che è la grande malattia di massa del nostro tempo, per assenza di gratuità.

Se la famiglia vuole, e deve, coltivare l’arte della gratuità, deve fare molta attenzione a non importare dentro casa la logica dell’incentivo che oggi vige ovunque. Guai, ad esempio, ad usare la logica dell’incentivo all’interno delle dinamiche familiari. Il denaro in famiglia, soprattutto nei confronti dei bambini e dei ragazzi (ma con tutti), va usato molto poco, e se usato deve essere usato come un premio o riconoscimento dell’azione ben fatta per ragioni intrinseche, e mai usato come prezzo. Uno dei compiti tipici della famiglia è proprio formare nelle persone l’etica del lavoro ben fatto, un’etica che nasce proprio dal principio di gratuità. Se, invece, si inizia a praticare anche in famiglia la logica e la cultura dell’incentivo, e quindi il denaro diventa il 'perché' si fanno e non si fanno compiti e lavoretti di casa, quei bambini da adulti difficilmente saranno dei buoni lavoratori, perché il lavoro ben fatto di domani poggia sempre su questa gratuità che si apprende soprattutto nei primi anni di vita, e soprattutto a casa.

L’assenza del principio di gratuità nell’economia dipende anche, e molto, dall’assenza dello sguardo femminile. La casa, l’oikos, è sempre stato il luogo abitato e governato dalle donne. Ma , paradossalmente, l’economia è stata, e continua ad essere, una faccenda tutta giocata sul registro maschile. Anche i maschi hanno sempre avuto a che fare con la casa, e molto. Il loro sguardo si è però concentrato sul provvedere i mezzi per il sostentamento, sul lavoro esterno, sui beni, sul denaro. E quando l’economia è uscita dalla vita domestica ed è diventata politica, sociale e civile, lo sguardo e il genio femminile è rimasto dentro casa, e quello maschile è rimasta la sola prospettiva della prassi e soprattutto della teoria economica e manageriale. Le donne guardano alla casa e all’economia vedendo prima di tutto il nesso di rapporti umani che si svolge in esse. I primi beni che vedono sono quelli relazionali e i beni comuni, e dentro a questi vedono anche i beni economici. Non è certo un caso che l’Economia di comunione sia nata da uno sguardo di una donna (Chiara Lubich), né che la prima teorica dei beni comuni è stata Katherine Coman (nel 1911), e che Elinor Ostrom sia stata insignita (unica donna finora) del premio Nobel in economia proprio per il suo lavoro sui beni comuni. E ci sono due donne (Martha Nussbaum e Carol Uhlaner) all’origine della teoria dei beni relazionali. Quando manca lo sguardo femminile sull’economia, le sole relazioni viste sono quelle strumentali, dove non è la relazione ad essere il bene, ma dove i rapporti umani e con la natura sono mezzi usati per procurarsi i beni.

Se lo sguardo e il genio femminile della oikos-casa fossero stati presenti nella fondazione teorica dell’economia moderna, avremmo avuto una economia più attenta alle relazioni, alla redistribuzione del reddito, all’ambiente e forse alla comunione. È, infatti, la comunione una grande parola che dalla famiglia può passare all’economia di oggi. E qui si apre un discorso specifico per i cristiani. La chiesa oggi è chiamata ad essere sempre più profezia, se vuole salvarsi e salvare. La profezia è anche una parola della famiglia. La maggior parte dei profeti biblici erano sposati, e molte parole e gesti profetici della bibbia sono parole di donne. Isaia chiamò suo figlio Seariasùb, che significa 'un resto tornerà', che è uno dei grandi messaggi della sua profezia. Non trovò modo migliore per lanciare quel suo messaggio profetico di farlo diventare il nome del figlio. Ogni figlio è un messaggio profetico, perché dice con il solo suo esserci che la terra avrà ancora un futuro, e che potrà essere migliore del presente. La profezia della famiglia oggi, per essere credibile, deve prendere la forma dei figli e la forma dell’economia, e quindi della condivisione, dell’accoglienza e della comunione. Perché sia i figli che l’economia non sono altro che la vita ordinaria di tutti e di ciascuno, che è il solo luogo dove la profezia si nutre e cresce.

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Perché ripartire da beni comuni e beni relazionali. Dalla relazione che l’economista Luigino Bruni ha tenuto ieri nella seconda giornata dell’Incontro mondiale delle famiglie in corso a Dublino.

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 23/08/2018

Famiglia Avvenire ridEconomia è una parola greca che rimanda direttamente alla casa (oikos nomos, regole per gestire la casa), quindi alla famiglia. Eppure l’economia moderna, e ancor più quella contemporanea, si è pensata come un ambito retto da principi diversi, distinti e per molti versi opposti ai principi e ai valori che hanno sempre retto e continuano a reggere la famiglia. Un principio fondante la famiglia, forse il primo e quello sottostante gli altri, è quello di gratuità, che è quanto è di più distante dall’economia capitalistica, che conosce surrogati della gratuità (sconti, filantropia, saldi) che svolgono la funzione di immunizzare i mercati dalla gratuità vera.

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Così lo sguardo femminile può cambiare l’economia

Così lo sguardo femminile può cambiare l’economia

Perché ripartire da beni comuni e beni relazionali. Dalla relazione che l’economista Luigino Bruni ha tenuto ieri nella seconda giornata dell’Incontro mondiale delle famiglie in corso a Dublino. di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 23/08/2018 Economia è una parola greca che rimanda direttam...
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Nel ’700 lo dicevamo 'pubblica felicità'. Ha la B maiuscola

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 31/05/2018

Logo Moneta FelicitasEsiste una amicizia naturale tra l’Italia e il Bene comune, questa espressione che sentiamo risuonare, che sta nel cuore della Dottrina sociale della Chiesa, che il cardinale Bassetti ha usato ieri nel suo appello alle forze politiche e sociali in questo momento gravemente critico per l’Italia, ma che tanti magari fanno fatica a intendere. Ma questa amicizia naturale tra l’Italia e il Bene comune c’è davvero. Siamo la patria di Tommaso d’Aquino, e siamo anche la terra della tradizione della “Pubblica felicità”, il nome che l’economia moderna prese in Italia nel Settecento. Mentre gli americani avevano messo al centro del loro umanesimo il diritto individuale alla “Ricerca della felicità” (Pursuit of happiness) e gli inglesi sceglievano “La ricchezza delle nazioni” (Wealth of Nations), noi italiani mettevamo al centro del programma della modernità la natura pubblica della felicità.

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In quella espressione ci sono tante cose preziose, oggi più attuali di ieri. Innanzitutto, essa ci dice che la dimensione più importante della nostra felicità è un qualcosa di pubblico, di condiviso, da cui dipendono anche i suoi aspetti individuali. Quando viene minacciata la pace o si incrina la concordia civile, anche le ordinarie private felicità di ciascuno di noi entrano in crisi e si abbuiano – lo stiamo vedendo in questi giorni.

Oggi gli studi empirici sulla felicità ci dicono che la maggior parte dei beni dai quali dipende la felicità individuale sono beni pubblici e beni comuni: il lavoro, la sicurezza, la vita famigliare, l’amicizia, l’inquinamento, il traffico, l’ambiente, la fiducia nelle istituzioni (e molto meno da: divani, tv, telefonini, case comode o automobili). Ciò che chiamiamo felicità dipende, dunque, in piccola parte da noi, e moltissimo dagli altri.

Per comprendere cosa sia il Bene comune, per una volta ci viene in aiuto l’economia, in particolare la “teoria dei beni comuni” (commons). I beni comuni sono quei beni che usiamo insieme (parchi, atmosfera, oceani, la terra …). Il Bene comune (con la B maiuscola) può anche essere visto e compreso come una particolare specie di bene comune (con la b minuscola). La scienza economica conosce la cosiddetta tragedia dei beni comuni, da cui emerge un messaggio chiaro e impegnativo: se ciascuno degli utilizzatori di un bene comune (un pascolo in montagna, un parco, l’ozono nell’atmosfera, un’impresa…) è animato soltanto dalla ricerca del proprio interesse privato, il bene comune viene distrutto, sebbene nessuno dei soggetti lo volesse. Per conservare e custodire un bene comune, invece, tra le persone deve scattare una logica diversa, che qualcuno chiama “logica del noi”, e così far diventare quel “bene di nessuno” un “bene di tutti”. Salviamo i beni comuni e il Bene comune quando riusciamo a vedere un valore più grande degli interessi privati, e una volta che abbiano visto riusciamo a decidere di fermarci, per esempio a fermarci prima che l’erba del pascolo finisca.

Ma – e sta qui il problema – durante le crisi è proprio la consapevolezza del “noi” che scompare, perché gli “io” diventano talmente ipertrofici da impedire di vedere il “noi”. Così l’erba del pascolo finisce, tutti stanno peggio, e non resta nulla per nessuno, né per oggi né per domani. E non si torna indietro (è molto difficile ricostituire un bene comune), perché si sono distrutte le relazioni di fiducia su cui si basava il buon uso di quel bene comune.

Il Bene comune, ancora più radicalmente dei beni comuni, è un bene fatto di rapporti, è una forma speciale di bene relazionale, perché sono le relazioni tra le persone a costituire il bene. Nel Bene comune non accade come nelle merci, dove anche se litighiamo con il fornaio possiamo sempre mangiare quel pane che ci ha venduto. Perché quando si spezzano le relazioni, non resta più niente da “mangiare”, e il Bene comune si trasforma in male comune. Come succede nell’amicizia e in famiglia: quando si litiga durante la cena, passa l’appetito e si chiude lo stomaco.

Peppone e Don Camillo sono un vero mito fondativo del nostro Paese, perché la concorrenza politica tra di loro era fondata su una concordia civile più profonda. Erano diversissimi, ma prima, e a un livello più vero, erano uguali, perché erano cittadini, perché erano umani. E così bisticciavano, si sfottevano, ma poi andavano insieme a difendere Brescello quando il grande fiume rischiava di esondare. Le comunità e gli Stati capaci di futuro sono quelli dove si è stati capaci di coltivare e custodire una amicizia civile che fonda e sostiene le competizioni economiche e politiche, quell’amicizia civile che l’illuminismo ha voluto chiamare fraternità. Quando l’amicizia civile si spezza, i popoli declinano, e si resta in balìa dei grandi fiumi della finanza e dei poteri forti.

Anche le istituzioni, nazionali e internazionali, anche l’Unione Europea, sono forme di beni comuni, sottoposti alla possibilità della tragedia, e quindi a essere distrutti, se ciascuno agisce solo per curare quelli che gli appaiono come i propri interessi. Le generazioni passate erano più capaci di vedere le ragioni del “noi” sottostanti a quelle degli “io”, anche per le esperienze ancora molto vive dei grandi dolori generati dall’assolutizzazione degli interessi di parte. Noi dobbiamo reimparare, e farlo presto, a vedere il Bene comune e le sue ragioni diverse.

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Nel ’700 lo dicevamo 'pubblica felicità'. Ha la B maiuscola

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 31/05/2018

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Che cos’è davvero il Bene comune che va visto e salvato

Che cos’è davvero il Bene comune che va visto e salvato

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Agorà - Luigino Bruni continua a esplorare l’umanesimo biblico in chiave sociale, economica e antropologica. I testi di Isaia per «capire Cristo»: «Con lui la parola buca il tempo e diventa tempio»

di Marco Girardo

pubblicato su Avvenire il 22/05/2018

Il profeta Isaia Marc Chagall ridFinché sulla terra ci sarà un idolo, avremo ancora bisogno di profeti. E dagli idoli la nostra società post-capitalistica appiattita sul feticismo del consumare – un culto con milioni di totem, oggi pure virtuali e personalizzati – è quasi divorata. L’umanesimo biblico che Luigino Bruni continua a esplorare in chiave sociale, economica e antropologica rappresenta anzitutto un antidoto all’idolatria. Ma non si svela pienamente trascurando i profeti: «Ci resta soprattutto precluso senza Isaia», afferma l’economista marchigiano, con il quale conversiamo in occasione dell’uscita del suo ultimo libro, Dialoghi della notte e dell’aurora (Edb, euro 240, pagine 20,00), raccolta delle riflessioni ispirate dai testi biblici e pubblicate da Avvenire la domenica.

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Isaia è una cima massima del genio umano, continua Bruni: «Grazie a lui possiamo capire Cristo: i Vangeli sono stati scritti sul retro del rotolo di Isaia, e se lo dimentichiamo li trasformiamo in una raccolta di testi morali o una collezione di miracoli ». Del resto, conveniamo, più che aver ereditato una cultura atea, oggi – come temeva Karl Barth – siamo banalmente regrediti in un mondo strapieno di feticci.

La tradizione profetica affonda le sue radici nella conoscenza sapienziale, processo in cui non si attiva il logos, ma il cuore. Isaia, di tale tradizione, esalta l’universalità, l’inclusività, la spinta anti-ideologica e ancor prima la bellezza. Nell’arte ad esempio, dice Bruni, «c’è una dimensione profetica che permette di cogliere un dato empirico della profezia: si tratta di un dono oggettivo, universale, di un bene comune globale che abbraccia anche gli ultimi, gli scartati rendendo loro giustizia nel richiamare i re e le istituzioni alla limitazione del potere». Anche per la psicoanalisi la dignità dell’arte è tale solo se non evita l’incontro del reale con il trauma e con le cicatrici del dolore.

Il primo compito del profeta dunque – di Isaia, come di Quèlet – è liberare il campo dall’idea errata di Dio quale potere sommo, affamato di sacrifici, che agisce dentro la logica contabile del dare e dell’avere: «Le offerte al tempio e ai suoi commerci, i sacrifici, sono una strada sbagliata. La strada giusta è un’altra: quella della giustizia e quindi dell’azione a favore dei poveri». In tal senso, rileva l’economista, la voce profetica di papa Francesco è paradigmatica: in un mondo distratto, molto distratto, meno capace di ascoltare, di riconoscere l’Altro, i profeti continuano a esserci e hanno un valore infinito. Ma la mentalità contabile nell’era del capitalismo tecno-finanziario è sorretta e potenziata da quella che oggi identifichiamo come “razionalità digitale” e che Isaia riconobbe quale idolo della Babilonia degli astronomi e degli astrologi, degli “scienziati” e “tecnici” dell’epoca. Bruni: «L’errore più grave che il profeta vi riconobbe è la mancata conoscenza della precarietà del proprio successo e potere». E quindi l’emergere del delirio di onnipotenza – o volontà di potenza – che le impediva di pensare alla fine. Uno dei contributi, preziosissimo, dei profeti consta proprio nella capacità di vedere in tempo il punto critico e quindi l’avvicinarsi della cosiddetta «maledizione delle risorse» (materiali e intellettuali) che scatta ogni qual volta le ricchezze di ieri diventano un ostacolo alla creazione del raccolto di domani. Il paradigma dello sviluppo sostenibile denuncia esattamente il medesimo limite, quello che tecnici, futurologi e sondaggisti non riescono purtroppo a scorgere.

Le culture contemporanee, sempre più uniformi, sono del resto schiacciate sull’eterno presente, sintonizzate sull’istante e in virtù di ciò oramai incapaci di concepire il futuro. In tal senso la contrazione dei tempi – e quindi capacità di visione – della politica è impressionante. Quando in una comunità, ricorda Bruni, in un popolo, in una civiltà, in ciascuno di noi «si appanna la profezia, la giovinezza è nostalgia, l’invecchiamento maledizione e la vita adulta non arriva mai». La profezia interpreta pertanto un ruolo ancor più importante, oggi, spostando il confine: «Non sulla differenza sacro-profano, sulla distinzione tra templum e tempus, dove Kairos domina Kronos; non è più lo spazio, cioè, a dividere sacro e profano, ma la parola a curvare il tempo e sovvertire l’ordine». Nel mondo delle fake news la Bibbia ci ricorda il potere della parola, capace di «creare» dal nulla, «come nel momento in cui due sposi dicono sì davanti a un sacerdote». Le parole dei profeti sono «sommamente generative », per Bruni, essendo i virgolettati di Dio: «Con Isaia la parola buca il tempo, la parola diventa il tempio». Si fa tempio soprattutto la notte, nel tempo di crisi, perché essendo i profeti stessi uomini e donne dell’insuccesso, «la loro parola e la loro esistenza ci donano una mappa etica e spirituale per orientarci nell’ora del fallimento ». E, dunque, per intercettare come sentinelle i primi lucori dell’alba.

Nella società attuale, prima delle luci del futuro, è già difficile cogliere la differenza. Anche per questo proliferano i falsi profeti, «negazione della notte o negazione dell’alba». Nell’Espulsione dell’Altro il filosofo Byun Chul Han stigmatizza «la violenza dell’Uguale », violenza invisibile. La proliferazione dell’Uguale, aggiunge, si presenta come crescita, ma da un certo punto in poi, «la produzione non è più produttiva, bensì distruttiva, l’informazione non è più informativa, bensì de-formativa, la comunicazione non è più comunicativa, bensì cumulativa ». E perde significato. Isaia ci insegna a smascherare l’omologazione del falso profeta: «Che è ruffiano, dà ragione al potente, dice quello che vuole il potente. E a-teo subalterno al potere. Il problema dei falsi profeti è che alle volte lo diventano in presunta buona fede, quando iniziano ad ascoltare la propria voce» e non più quella eccedente dell’Altro. Così diventano retori e sofisti: «Accade nella politica che cede il passo al populismo, accade anche dentro la Chiesa». L’idolatria del resto non è esterna alla religione. È la sua principale malattia auto-immune, che essa stessa genera quando perde contatto con la profezia.

La profezia, poi, è sempre inclusiva. Apre le porte ai gentili. In Isaia, continua Bruni «c’è il tema immenso dell’universalismo della salvezza. Per questo senza i profeti avremo solo dinamiche tribali. La visione (éskatos) di Isaia è quella di una nuova Gerusalemme in cui tutti i popoli fanno festa e celebrano insieme». La direzione in cui va il mondo è diametralmente opposta, constata amaramente Zygmunt Bauman (Retropia) richiamando le analisi di Michael Walzer: «Se mai gli Stati diventassero dei grossi vicinati – come accade nell’attuale fase di globalizzazione digitale accompagnata dal divorzio tra politica e potere – è probabile che i vicinati diventerebbero dei piccoli Stati e che i loro membri si organizzerebbero per difendere la politica locale e la loro cultura dagli estranei». Incombente è dunque la dinamica di un mondo che si arrocca come effetto di una globalizzazione che ha finito per aumentare le disuguaglianze, dagli Stati Uniti all’Europa. Senza dimensione profetica, ricorda Bruni, non avremmo probabilmente avuto l’Unione Europea e non a caso per De Gasperi, Schuman e Adenauer - tre cattolici, tre uomini di frontiera, tre perseguitati dalle dittature nazifasciste - è in corso la causa di beatificazione.

Pertiene infine alla profezia la dimensione della gratuità, regola prima della grammatica sociale. «Il profeta è l’immagine di qualcuno che serve una parola non propria, anche scomoda, sempre gratuita». Non un regalo, dentro una logica commerciale di «dare e avere», una logica debitoria, ma un dono inserito in una prospettiva relazionale: «Isaia parla alle persone guardandole negli occhi, conoscendole. La parola è un bene relazionale, sta sempre dentro la relazione». La profezia nel tempo dei social media è pertanto un richiamo allo sguardo dritto negli occhi. Per evitare, ancora con Byun-Chul Han, che l’ordine digitale, ontologicamente solipsistico, provochi una progressiva scomparsa della realtà generata invece dall’incontro.

IL CORSO DI ECONOMIA BIBLICA

Al libro del Profeta Isaia, dal 14 al 16 giugno, sarà dedicato il “Terzo corso di Economia Biblica” tenuto da Luigino Bruni presso il Polo Corsi di Economia Biblica 06 2018 rid 300Lionello Bonfanti di Loppiano (Figline e Incisa Valdarno, Firenze). Sono previste agevolazioni nel caso di giovani (fino a 30 compiuti) e piccoli gruppi (dalla terza persona). Per i docenti e i dirigenti scolastici, la Scuola di Economia Civile è ente accreditato dal Miur per la formazione del personale del comparto scuola. La presentazione del libro Dialoghi della notte e dell’aurora avverrà invece domani al Festival Biblico di Vicenza.

Sul Corso di Economia Biblica: vedi  volantino - Per maggiori informazioni - iscriviti qui

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Agorà - Luigino Bruni continua a esplorare l’umanesimo biblico in chiave sociale, economica e antropologica. I testi di Isaia per «capire Cristo»: «Con lui la parola buca il tempo e diventa tempio»

di Marco Girardo

pubblicato su Avvenire il 22/05/2018

Il profeta Isaia Marc Chagall ridFinché sulla terra ci sarà un idolo, avremo ancora bisogno di profeti. E dagli idoli la nostra società post-capitalistica appiattita sul feticismo del consumare – un culto con milioni di totem, oggi pure virtuali e personalizzati – è quasi divorata. L’umanesimo biblico che Luigino Bruni continua a esplorare in chiave sociale, economica e antropologica rappresenta anzitutto un antidoto all’idolatria. Ma non si svela pienamente trascurando i profeti: «Ci resta soprattutto precluso senza Isaia», afferma l’economista marchigiano, con il quale conversiamo in occasione dell’uscita del suo ultimo libro, Dialoghi della notte e dell’aurora (Edb, euro 240, pagine 20,00), raccolta delle riflessioni ispirate dai testi biblici e pubblicate da Avvenire la domenica.

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La profezia che salva dagli idoli

La profezia che salva dagli idoli

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Editoriale - Economia e società, è ora di cambiare

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 18/5/2018

Borsa Valori rid«Le tematiche economiche e finanziarie, mai come oggi, attirano la nostra attenzione, a motivo del crescente influsso esercitato dai mercati sul benessere materiale di buona parte dell’umanità». Così inizia il documento 'Oeconomicae et pecuniariae quaestiones - Considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario'. L’economia e la finanza sono sempre state faccende decisive per la vita della gente. La ricchezza e la povertà, i risparmi, le banche e il lavoro hanno rappresentato in ogni epoca le coordinate dentro le quali avvenivano molte delle cose più importanti della vita.

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Perché allora, la Chiesa cattolica sente che «mai come oggi » l’economia e la finanza sono importanti e decisive per il benessere umano? Perché la crescente assenza della politica dalla vita economica e finanziaria, sta lasciando alle imprese e alle banche il governo delle nostre società globalizzate. C’è molta, troppa economia nel paesaggio del nostro mondo, e la logica del business sta diventando la logica dell’intera vita sociale dei popoli. Importante è che questo documento su economia e finanza sia emanato, di concerto, dalla Congregazione per la dottrina della fede e dal Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. Ciò dice che anche l’economia e la finanza hanno a che fare direttamente con l’attuazione e attualizzazione della fede cristiana, che imprese e banche sono anche faccende teologiche. Dice che una vita individuale e collettiva fedele al Vangelo oggi non può fare a meno di confrontarsi con la fede, e che la fede non può fare a meno di confrontarsi con l’economia e con la finanza, che sono luoghi spirituali e teologici.

Sono molti i punti del testo che meriterebbero una profonda analisi. Innanzitutto è importante che il documento parli di finanza e offra moniti e avvertimenti su questo specifico settore, quando oggi molti parlano della crisi finanziaria come di qualcosa che appartiene al passato. In realtà a dieci anni dalla crisi tutto sembra continuare esattamente come prima del 2007. I prodotti finanziari sempre più innovativi e 'creativi', le regolamentazioni rimaste (quasi) le stesse, e, soprattutto, la logica e la scelta dei risparmiatori continua a essere troppo orientata alla massimizzazione della rendita finanziaria. Significativa è l’enfasi che il documento pone sulla responsabilità civile e sociale dei cittadini consumatori e risparmiatori.

Per troppo tempo abbiamo detto e pensato che i responsabili della crisi finanziaria fossero soltanto le istituzioni e le banche, dimenticando l’altra faccia della verità: che se c’è stata e c’è un’offerta di finanza altamente speculativa e spregiudicata è perché dall’altra parte c’è stata e c’è una domanda di questi prodotti che proviene, in larga parte, dalla famiglie, da noi.

Non entreremo in una nuova fase economica e finanziaria senza una nuova cultura individuale, che inizi a guardare con più attenzione critica, e magari un po’ profetica, le scelte finanziarie ed economiche quotidiane. È quindi un invito all’attenzione civile su finanza ed economia, che sono troppo importanti per lasciarle ai soli addetti ai lavori. Ci siamo distratti troppo, e in questa distrazione sono avvenute cose brutte, a volte molto brutte, soprattutto per i più poveri e per gli scartati. Il resto ci chiama allora a prendersi cura della casa e delle sue regole – oikos nomos: economia –, ad essere più presenti dentro processi dei mercati, ad abitare di più i luoghi economici, perché nei luoghi abbandonati e deserti si nascondono briganti e belve.

La critica alla finanza nasce da una lettura profonda della sua patologia, antica e nuova: la rendita: «Ciò che più di un secolo fa era stato preconizzato, si è oggi tristemente avverato: la rendita da capitale insidia ormai da vicino, e rischia di soppiantare, il reddito da lavoro, spesso confinato ai margini dei principali interessi del sistema economico» (n.15). Il dominio della rendita è la nevrosi della finanza. Come sapevano molto bene la Bibbia e il Medioevo, che condannavano il prestito a interesse o a usura, perché era espressione del dominio della rendita: qualcuno deteneva un potere – il denaro – e questa condizione di dominio gli consentiva di percepire reddito senza lavorare. Il conflitto principale del nostro tempo non è più quello tra capitale e lavoro, più tipico dei XIX e XX secolo, ma il conflitto rendita-lavoro, una rendita finanziaria che schiaccia verso il basso profitti e salari.

La critica che è nota costante del documento è comunque preceduta e accompagnata anche da uno sguardo positivo sulla vita economica: «Ogni realtà ed attività umana (…) è positiva. Questo vale per tutte le istituzioni a cui dà vita la socialità umana e anche per i mercati, a ogni livello, compresi quelli finanziari» (n. 8). L’economia e la finanza restano cose buone, faccende imperfette e migliorabili, ma essenziali per immaginare e realizzare una buona società. E da questo sguardo buono dobbiamo ricominciare a sperare, a vigilare, a fare.

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Editoriale - Economia e società, è ora di cambiare

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 18/5/2018

Borsa Valori rid«Le tematiche economiche e finanziarie, mai come oggi, attirano la nostra attenzione, a motivo del crescente influsso esercitato dai mercati sul benessere materiale di buona parte dell’umanità». Così inizia il documento 'Oeconomicae et pecuniariae quaestiones - Considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario'. L’economia e la finanza sono sempre state faccende decisive per la vita della gente. La ricchezza e la povertà, i risparmi, le banche e il lavoro hanno rappresentato in ogni epoca le coordinate dentro le quali avvenivano molte delle cose più importanti della vita.

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La parte che ci spetta

La parte che ci spetta

Editoriale - Economia e società, è ora di cambiare di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 18/5/2018 «Le tematiche economiche e finanziarie, mai come oggi, attirano la nostra attenzione, a motivo del crescente influsso esercitato dai mercati sul benessere materiale di buona parte dell’umanità...