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di Luigino Bruni
pubblicato su Avvenire il 18/01/2019
L’«Appello ai Liberi e Forti»* di Luigi Sturzo fu un atto autenticamente profetico, e quindi ancora capace di ispirare la lettura del nostro tempo e l’azione. Ma quando si attinge acqua dal pozzo profondo della storia, occorre tornare alle domande non alle risposte. Le domande, soprattutto se sono grandi come quelle di don Sturzo, incorporano elementi che non invecchiano e continuano a generare vita, mentre le risposte per essere concrete e utili devono essere necessariamente incarnate nel contesto storico e quindi contingenti e relative. Chi vuole essere fedele alle domande deve cambiare le risposte, mentre chi si affeziona alle risposte storiche finisce inevitabilmente per tradire le domande originarie e vive.
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Quell’appello nasceva da una visione della vocazione dell’Italia (che oggi ci manca drammaticamente), di cui sapeva ascoltare le vibrazioni morali e spirituali profonde. Conosceva le istituzioni civili ed ecclesiali. Ma le domande profetiche di Sturzo, e dei popolari, nacquero dalla capacità di ascoltare la propria gente e il grido dei poveri. La risposta, in un periodo in cui la 'grande innovazione' era la nascita dei partiti politici di massa, fu la creazione di un nuovo partito politico. Oggi, in un tempo in cui l’innovazione politica si sta esprimendo in forme e modi nuovi, creare semplicemente un nuovo partito non sarebbe forse una risposta all’altezza della domanda. Difficile pensare che aggiungere una parte in un universo politico e civile frammentato e frantumato, non congiuri ad aumentare la frammentazione e la frantumazione. Bisogna perciò riflettere con urgenza sul fatto che, oggi, quella stessa 'bandiera morale e sociale' può generare un luogo di tutti e per tutti, non un segmento ma un bene comune che ispiri e serva l’azione politica di tutti i partiti, attuali e nuovi. Un soggetto ampio, pluralista e bio-diversificato, che si collochi nella sfera del civile non del politico in senso stretto, e da lì sappia ispirare e animare partiti e governo.
Il cristianesimo dell’Italia di oggi è profondamente diverso da quello dell’Italia di Sturzo. Ma è ancora vivo e vivificante. La tradizione cristiana è però oggi minacciata soprattutto dal suo interno, da chi propone una concezione della fede come consumo emotivo, che difende nostalgicamente un passato che non c’è più perché il Dio cristiano è il Dio dei vivi e dell’oggi. La tradizione cristiana è minacciata da chi non sa e non vuole ascoltare più il grido dei poveri e delle vittime.
Una grande domanda di Sturzo riguardava «la lotta all’analfabetismo». Oggi siamo immersi in un enorme e crescente analfabetismo di compassione e di pietas. Abbiamo perso già molto tempo, forse troppo. Nessun cambiamento civile e politico vero è possibile senza ricostruire questo patrimonio di pietas umana, che si sta esaurendo senza che nessuna agenzia globale lo denunci. Ci commuoviamo sempre di più di fronte alla sofferenza dei gatti e delle piante (e lo dobbiamo fare), ma stiamo dimenticando come si deve piangere diversamente e di più quando leggiamo che Omar è morto in mare con la sua pagella cucita nella tasca.
Tutti sentiamo l’urgenza di dare risposte politiche concrete, ma non dobbiamo dare risposte se non le abbiamo, altrimenti le diamo sbagliate e continuiamo a ritardare le azioni davvero necessarie e che siamo in grado di fare. Dovremmo dar vita a tutti i livelli a scuole di alfabetizzazione delle emozioni civili e dell’interiorità, per i bambini e per tutti, e parallelamente inondare il dibattito pubblico con nuove narrazioni. Il cristianesimo, anche quello ancora vivo e profetico, vive una grande crisi narrativa. Non riusciamo più a scrivere testi parlanti come quelli di Luigi Sturzo (o di Giuseppe Toniolo), diciamo troppo spesso parole d’amore in una lingua morta. Anche nell’ambito civile, economico e politico, dove le nostre parole parlano poco e solo a chi è già simile a noi, e sono mute per chi è diverso.
Perché il cristianesimo generi un luogo per tutti, un bene comune per i liberi e le libere e forti, c’è quindi un urgente bisogno di una rivoluzione narrativa. Dobbiamo esercitarci – insieme agli artisti, ai giovani, ai bambini, ai nuovi arrivati nel nostro Paese – a raccontare diversamente la nostra grande storia, i nostri valori, i nostri programmi economici, sociali e politici. Certi, però, che queste nuove narrazioni ci sono già, dobbiamo solo scoprirle non inventarle. E sono lì nella vita normale e popolare della gente normale del nostro Paese e del mondo. Sono molte, sono nascoste nel cuore delle gente e nelle relazioni di chi ha saputo attraversare questo scorcio di millennio senza incattivirsi, senza avvelenarsi l’anima, che non ha smesso di vedere il vicino di casa come una persona per bene, che sa cooperare, che ha uno sguardo buono sulla gente che lo circonda e che arriva sulla soglia di casa, che sa che prima delle parti politiche c’è l’umano intero. Che gira per le strade e sa vedere molte cose belle, ma sa che le cose più belle sono le persone. E quando il grande fiume esonda, sa che è tempo di cessare la polemica partitica e correre insieme a rafforzare gli argini.
In sintesi, l’umanesimo cristiano servirà il Paese e l’Europa, la politica e i partiti se tornerà a essere profezia. Quell’appello di cento anni fa deve dar vita a un movimento civile profetico, che sappia dire cose scomode, imprudenti, che non piacciono ai potenti e a chi difende, impaurito e arroccato, i propri interessi. Che quindi non prende né cerca voti perché dice cose che non corrispondono ai gusti dei consumatori di oggi. La profezia è sempre in contro-tempo. Se, paradossalmente, i Geremia, gli Ezechiele, gli Isaia e persino Gesù avessero dato vita a partiti politici, non avrebbero raggiunto l’un per cento dei voti. Ma con la loro azione e con le loro parole diverse hanno migliorato il mondo, e hanno generato secoli dopo civiltà e democrazia. La Chiesa oggi può rivivere una nuova stagione simile all’esilio in Babilonia o ai primi tempi del cristianesimo. Siamo pochi e 'senza potere', e quindi abbiamo la libertà di poter essere un 'resto fedele', sale e lievito per tutta la massa. Quando l’impero romano stava crollando e gli abitanti di Roma e dell’Italia cercavano, impauriti, di difendersi dai 'barbari' – che, quella volta, scendevano dal Nord –, Agostino e Benedetto vedevano in quel crollo l’inizio di un nuovo mondo. E così non maledicevano, ma benedicevano quel loro tempo difficile. E generarono parole e opere, scritti, regole e monasteri che hanno edificato la Christianitas medioevale.
Dobbiamo ridire diversamente le parole di Agostino e di Benedetto, dar vita a nuove opere, che oggi si chiamano banche, imprese, scuole, università, comunità, e altre che ancora non sappiamo chiamare per nome. E le dobbiamo dire e fare con la loro stessa libertà e profezia. Così daremo nuove risposte alle domande di Sturzo, e ne aggiungeremo di nuove, che insieme alle nostre nuove opere lasceremo in eredità alle generazioni future.
* Roma, 18 gennaio 1919
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Se qualcuno avesse ancora qualche dubbio che il nostro capitalismo sia diventato qualcosa di molto simile a una religione, deve solo farsi oggi un giro sul web e nei principali centri commerciali, guardarsi bene attorno e poi cercare di capire che cosa sta veramente accadendo. Nei luoghi dove si celebra il Black Friday sta accadendo qualcosa di molto simile a un fenomeno religioso, che ha molti tratti in comune con le funzioni delle religioni tradizionali.
Il primo e radicale problema di chi scrive, legifera e si occupa di povertà è l’incompetenza, perché non essendo in genere poveri non possediamo quella conoscenza specifica che ha soltanto chi è dentro una condizione di povertà. I discorsi e le azioni sulle povertà sono spesso inefficaci, se non dannosi, perché la mancanza di competenza li rende astratti. Non è certamente un caso che due tra i maggiori studiosi della povertà, Muhammad Yunus (premio Nobel per la pace) e Amartya Sen (premio Nobel per l’economia) sono originari rispettivamente del Bangladesh e dell’India, ed entrambi vengono da esperienze di contatto con le povertà vere e si sono sporcati le mani per contribuire a far nascere istituzioni e progetti per alleviare le povertà (la Grameen Bank e l’Indice di Sviluppo Umano delle Nazioni Unite). Per capire e operare nelle povertà il buon senso non basta e spesso produce molti danni. Dobbiamo invece lavorare molto, facendo di tutto per acquisire, con lo studio e la frequentazione delle persone che si vorrebbero aiutare, le competenze che non si hanno, ma che si devono avere.
Pubblichiamo uno stralcio del libro di Luigino Bruni
Economia è una parola greca che rimanda direttamente alla casa (oikos nomos, regole per gestire la casa), quindi alla famiglia. Eppure l’economia moderna, e ancor più quella contemporanea, si è pensata come un ambito retto da principi diversi, distinti e per molti versi opposti ai principi e ai valori che hanno sempre retto e continuano a reggere la famiglia. Un principio fondante la famiglia, forse il primo e quello sottostante gli altri, è quello di gratuità, che è quanto è di più distante dall’economia capitalistica, che conosce surrogati della gratuità (sconti, filantropia, saldi) che svolgono la funzione di immunizzare i mercati dalla gratuità vera.
Esiste una amicizia naturale tra l’Italia e il Bene comune, questa espressione che sentiamo risuonare, che sta nel cuore della Dottrina sociale della Chiesa,
Finché sulla terra ci sarà un idolo, avremo ancora bisogno di profeti. E dagli idoli la nostra società post-capitalistica appiattita sul feticismo del consumare – un culto con milioni di totem, oggi pure virtuali e personalizzati – è quasi divorata. L’umanesimo biblico che Luigino Bruni continua a esplorare in chiave sociale, economica e antropologica rappresenta anzitutto un antidoto all’idolatria. Ma non si svela pienamente trascurando i profeti: «Ci resta soprattutto precluso senza Isaia», afferma l’economista marchigiano, con il quale conversiamo in occasione dell’uscita del suo ultimo libro,
Lionello Bonfanti
«Le tematiche economiche e finanziarie, mai come oggi, attirano la nostra attenzione, a motivo del crescente influsso esercitato dai mercati sul benessere materiale di buona parte dell’umanità». Così inizia il documento
Oggi è la festa dei lavoratori, di tutti lavoratori. È anche la festa del lavoro. Ma non è la festa di tutto il lavoro, perché non tutto il lavoro né tutti i lavori meritano di essere festeggiati. Il lavoro senza aggettivi qualificativi non parla abbastanza per dirci se merita o no la nostra festa.
In queste settimane post-elettorali si sta riaccendendo il dibattito sulle diverse proposte di reddito di cittadinanza e sulle sue varianti. Il confronto è giustamente serio e appassionante, perché tocca cose molto importanti come la povertà, il lavoro, il non lavoro.
Mercato, moneta, debito, profitto: nel grande racconto biblico sono già presenti la maggior parte delle categorie, anche economiche, che hanno fondato la nostra civiltà. A questo codice simbolico dell’Occidente, nel corso dei millenni, hanno attinto a piene mani la poesia, la letteratura e l’arte. Per non parlare della filosofia o della teoria politica. Persino la psicoanalisi, in anni recenti, si è avvalsa della potenza generativa degli archetipi vetero-testamentari allargando il bacino della saggezza greca, per dirla con Charles Moeller, grazie al paradosso cristiano. L’Economia no. Anzi: quello tra Bibbia ed Economia è un incontro per troppo tempo mancato al quale, proprio per questa ragione, Luigino Bruni ha scelto di dedicare, negli ultimissimi anni, una porzione rilevante della sua ricerca. Continua infatti anche nel 2018, al Polo Lionello Bonfanti, l’esperienza iniziata a giugno con la 'Settimana di Economia Biblica':
Il mercato è uno, ma i mercati sono molti. Quando si parla e si discute seriamente di mercato e di Stato – poli di un dibattito che si vuol riaccendere anche usando lenti dal fuoco vecchio – dovremmo prima specificare di quale mercato e di quale Stato stiamo parlando. Perché è solo il Mercato con la "M" grande, creazione irreale e astratta delle ideologie, a essere uno solo. Ma se vogliamo capire cosa sta accadendo all’economia mondiale e in quella del nostro Paese, e magari cercare di migliorarla, dobbiamo uscire dal mondo incantato dei Mercati e degli Stati irreali.
«Il capitalismo è una religione… In futuro ne avremo una visione più chiara». Scriveva nel 1922 il filosofo Walter Benjamin. Parole profetiche, perché mai come in questo nostro tempo il capitalismo della finanza e dei consumi “24ore7giorni” sta rivelando la sua natura religiosa o, meglio, idolatrica. Qualcosa di tanto rilevante quanto sottovalutato dai pensatori del nostro tempo. Non da John Milbank, anglicano, uno dei teologi contemporanei più profondi e influenti. Lo abbiamo incontrato in questo novembre 2017, alla Lumsa di Roma, in occasione del convegno internazionale “L’eredità di Martin Lutero nelle scienze economiche e sociali moderne”.