Editoriali Avvenire

Economia Civile

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Commenti - Quel desiderio di ridarci valori

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 7/11/2013

Logo CensisValori è una parola tra le più belle del nostro vocabolario. Ci dice, da sola, che i valori morali, il valore economico, ciò che per noi vale, che ha valore e dà valore ai beni e alla vita, sono tutte facce dello stesso prisma civile e culturale di un popolo. L’operazione davvero utile, ma molto difficile, è l’interpretazione delle analisi sociologiche che, come quella del Censis, cercano di trasformare la qualità in numeri, dedurre i nostri valori da risposte a questionari. L’economista Otto Albert Hirschman aveva colto molto della dinamica culturale e civile delle nazioni, quando negli anni Ottanta ci spiegò che esiste una specie di "ciclo politico-economico" che nelle società fa alternare stagioni di felicità privata a stagioni di felicità pubblica.

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Il dopoguerra, e poi gli anni 60-70 del Novecento, sono stati per l’Italia anni di felicità pubblica, quando la gente trovava la propria realizzazione piena nell’impegno politico e civile, e quando l’appartenenza a realtà più grandi della propria famiglia plasmava i nostri progetti di vita, e i nostri sogni.

 

Con la fine delle ideologie, la fine del secolo scorso e l’inizio di questo millennio stanno invece mostrando una lunga fase di ritorno alla ricerca di felicità privata, una stagione caratterizzata dalle passioni e dagli interessi individuali, da meno piazza e da più divano. Ci siamo ritrovati senza grandi narrative collettive, e così, un po’ spaesati e smarriti, siamo tornati a casa. Il grande boom dell’offerta dei beni di confort ha sostituito molti beni di creatività, quali l’impegno politico e civile, i beni relazionali, e ha determinato una diminuzione della felicità individuale e collettiva dei Paesi occidentali, di cui oggi tanto si parla a proposito e sproposito.

In realtà, la natura culturale dell’Italia e dell’Europa mediterranea, cattolica e latina è costituita proprio dall’intreccio di felicità private e di felicità pubbliche, e dalla certezza, nata dalle mille ferite della nostra lunga storia, che la felicità privata non dura e non è piena senza quella pubblica: quando dopo o prima del divano non c’è la piazza, o quando la piazza è quella dei talk show televisivi, il divano diventa un nemico della felicità, ci toglie giorno dopo giorno la gioia di vivere. Nessuno di noi associa la propria fioritura ai divani e alla tv, ma all’amore, all’amicizia, ai figli, agli ideali. E così se l’Italia è certamente dominata da quello che Guicciardini chiamava il "particulare", cioè la grande tendenza a far coincidere il mondo con la propria famiglia o al massimo della propria comunità, non meno vera e fondativa è la sua anima fatta dalle tante storie di vita civile, di bene comune e beni comuni, di grandi progetti collettivi e comunitari. Non a caso la "pubblica felicità" fu il nome che l’economia moderna prese in Italia, al culmine di secoli di vita civile e di forte spiritualità.

Il nuovo rapporto del Censis e la lettura positiva e ottimistica che di essi viene offerta, potrebbero spingerci a pensare che per il nostro Paese si sta avvicinando il punto di svolta nel ciclo "pubblico-privato". Si tratta, infatti, di dati che possono portare a intravvedere un’alba di felicità pubblica dentro l’imbrunire di questi nostri tempi. Domenica scorsa su questo giornale denunciavo il deterioramento di capitali civili e spirituali da cui dipende la gran parte della nostra mancanza di lavoro, di reddito e di prospettive. Quella analisi si rafforza dopo la lettura dei dati del Censis. In effetti, la voglia di comunità e di impegno civile che sembra riemergere dal cuore del nostro Paese che altro è se non una sete e una fame di beni che sentiamo minacciati e che sappiamo essere beni fondamentali per il benessere nostro e degli altri? Per questo il modo migliore e più fruttuoso di leggere lo studio del Censis non è consolarci e tranquillizzarci perché i valori degli italiani segnalano un desiderio e un bisogno di relazioni e di vita spirituale, ma attrezzarci tutti, e a tutti i livelli, per rafforzare quei patrimoni civili e spirituali per far sì che questa domanda e questo desiderio di  antichi nuovi valori civili e morali diventino comportamenti, azioni, stili di vita. I valori sono capaci di cambiamento solo quando diventano prassi e progetti sociali. Questi dati allora vanno letti come un grido di aiuto che si alza della nostra gente, che in questo momento di passaggio epocale sente il bisogno di aggrapparsi alla parte migliore di sé, alle sue radici, alla propria identità antica e grande, per sperare ancora, e di nuovo insieme.

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Commenti - Quel desiderio di ridarci valori

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 7/11/2013

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La parte migliore di noi

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Commenti - Quel desiderio di ridarci valori di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 7/11/2013 Valori è una parola tra le più belle del nostro vocabolario. Ci dice, da sola, che i valori morali, il valore economico, ciò che per noi vale, che ha valore e dà valore ai beni e alla vita, sono tutte...
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Le radici, l’intuizione, la lezione attuale dell’«impresa civile»

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 29/10/2013

Adriano Olivetti ridAll’Italia manca da troppo tempo un codice simbolico e ideale condiviso capace di ricostituire un’unità civile, ideale e spirituale, sulla quale poi fondare anche nuovo sviluppo, anche economico. Da troppo tempo le storie collettive, e quindi anche quelle politiche, che raccontiamo non ci convincono più; sono troppo fragili, superficiali, di corto respiro, scariche simbolicamente perché senza uno soffio vitale capace di rianimare le ossa che popolano le tante moderne valli inaridite della nostra vita civile ed economica.

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 Eppure storie, narrative, miti capaci di futuro, perché grandi, popolari, carichi di simboli vitali (che sono gli aggettivi di tutte le storie capaci di generare risurrezioni), all’Italia non mancano. L’avventura umana, economica, spirituale e industriale di Adriano Olivetti (alla quale Rai1 dedica, tra ieri e oggi, una fiction in due parti) è una di queste storie. 

Olivetti non è una gloriosa eccezione in una storia economica italiana diversa, né un eroe o un cavaliere solitario. È stato invece una espressione del migliore genio italiano. Ci ha mostrato che l’impresa può essere a un tempo solidale, sulla frontiera dell’innovazione tecnologica, leader mondiale e radicata in un territorio e in una comunità, basata sulle persone e di grandi dimensioni, laboratorio intellettuale e parlare in dialetto, includere i poveri e generare molti profitti. La tradizione economica italiana, quella che alcuni chiamiamo Economia civile, è stata eccellente e faro per il mondo intero quando ha saputo coniugare questi elementi che invece il capitalismo attuale, anche quello nostrano, tende sistematicamente e scientemente a contrapporre.

Negli ultimi decenni abbiamo infatti dato vita a un sistema economico e sociale dicotomico e separato cioè letteralmente dia-bolico. Così oggi abbiamo la grande impresa che vede i territori e le loro istanze come una minaccia alla propria efficienza (e quindi delocalizza), mentre l’economia sociale è relegata, e spesso segregata, nel mondo del "piccolo è bello". Nelle grandi imprese non si parla più né il dialetto né l’inglese vero né l’italiano, perché si sono perse le lingue vitali antiche, quelle dell’economia contadina e artigiana, e non si ha la cultura e il tempo per impararne (bene) altre.

E, infine, ma potremmo continuare a lungo, chi opera (e ce ne sono tanti anche in Italia) nei settori della grande innovazione tecnologica non ha alcun contatto con chi opera nel sociale e ha a che fare con la povertà. Tutto ciò è esattamente l’opposto di quanto ha fatto, pensato, vissuto e sognato Adriano Olivetti assieme agli altri imprenditori civili della sua generazione, che l’Italia del dopoguerra, uscita da grandi ferite, era stata capace di generare.

Le ragioni del tradimento che l’economia italiana ha operato nei confronti del paradigma di Olivetti sono molte e complesse (e ancora poco esplorate). Un ruolo l’hanno avuto le infelici sorti dell’impresa Olivetti dopo Adriano; ma soprattutto all’Italia dei decenni passati, e a quella di oggi, è mancata una capacità culturale e di pensiero per immaginare e ricostruire una via civile all’impresa e all’economia. Le ideologie di destra e di sinistra erano culturalmente incapaci di capire che dietro all’esperimento di Adriano Olivetti si nascondeva qualcosa di estremamente importante per l’Italia: la possibilità di concepire, e di praticare, un’economia di mercato che non fosse quella capitalistica che si stava affermando negli Usa, né quella collettivistica russa, né quelle svedese, giapponese o tedesca.

Quella di Olivetti era semplicemente l’economia italiana, cioè l’erede dell’economia dei Comuni, dell’Umanesimo civile, degli artigiani artisti, dei cooperatori... La "terza via" di Olivetti era troppo italiana per poter essere riconosciuta dagli italiani, perché metteva a reddito, in piena post-modernità, i tratti tipici e migliori della nostra vocazione: creatività, intelligenza, comunità, relazioni, territori. Uno "spirito del capitalismo" italiano, ed europeo, quindi diverso da quello americano che stava già dominando il mondo, dove il sociale inizia quando si esce dai cancelli dell’impresa e l’imprenditore crea la fondazione filantropica "per" i poveri. Il capitalismo di Olivetti si occupava del sociale e dei poveri durante l’attività d’impresa. È l’inclusione produttiva è una delle parole-chiave dell’umanesimo olivettiano, una parola ancora oggi tutta da esplorare.

E così il capitalismo italiano post-olivettiano si è smarrito. Una parte di esso si è appropriato dell’anima sociale e solidaristica (quella che oggi chiamiamo appunto economia non-profit, terzo settore: tutte espressioni aliene dalla nostra storia), e gli imprenditori industriali sono diventati troppo spesso pallide imitazioni, a volte caricature, dei loro colleghi d’oltreoceano, perché mancanti di quelle virtù calviniste essenziali per far funzionare, a modo suo, quel capitalismo diverso. Forse sono passati ormai troppi anni dalla morte, prematura, di Adriano in un ormai lontano 1960.

Troppi anni per pensare di riprendere, oggi, le fila di un discorso economico-civile interrotto, e che dai mercanti medioevali era giunto, vivo nei secoli, fino a Ivrea. La nostra storia è ormai quella che conosciamo, e non è quella immaginata e realizzata da Adriano. Ma un popolo può uscire dal deserto se sa fare memoria, se sa ricordare, e prima riconoscere, l’esistenza e l’insegnamento dei suoi patriarchi. E anche se la storia non torna indietro, possiamo sempre correggere, o invertire, la rotta.

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Le radici, l’intuizione, la lezione attuale dell’«impresa civile»

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 29/10/2013

Adriano Olivetti ridAll’Italia manca da troppo tempo un codice simbolico e ideale condiviso capace di ricostituire un’unità civile, ideale e spirituale, sulla quale poi fondare anche nuovo sviluppo, anche economico. Da troppo tempo le storie collettive, e quindi anche quelle politiche, che raccontiamo non ci convincono più; sono troppo fragili, superficiali, di corto respiro, scariche simbolicamente perché senza uno soffio vitale capace di rianimare le ossa che popolano le tante moderne valli inaridite della nostra vita civile ed economica.

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Olivetti, una storia italiana da capire e ricominciare

Olivetti, una storia italiana da capire e ricominciare

Le radici, l’intuizione, la lezione attuale dell’«impresa civile» di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 29/10/2013 All’Italia manca da troppo tempo un codice simbolico e ideale condiviso capace di ricostituire un’unità civile, ideale e spirituale, sulla quale poi fondare anche nuovo sviluppo...
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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/7

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire il 22/09/2013 

La reciprocità è la legge aurea della socialità umana. La reciprocità spiega molto più di ogni altra singola parola la grammatica fondamentale della società, anche quella dell’indignazione, delle vendette e delle interminabili cause in tribunale. Il DNA dell’animale politico è un’elica fatta dell’intreccio di dare e di ricevere. Anche l’amore umano è essenzialmente una faccenda di reciprocità, dal suo primo istante all’ultimo, quando spesso si lascia questa terra stringendo la mano di qualcuno che si ama, o, in sua assenza, stringendola dentro con le ultime energie della mente e del cuore.

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Questa dimensione di reciprocità dell’amore, dove amiamo chi ci ama, le culture umane l’hanno espressa in vari modi e con molte parole. In quella greca le più note erano eros e philia, due forme di amore diverse, ma che hanno in comune la reciprocità, il bisogno fondamentale della risposta dell’altro. L’eros è una reciprocità diretta, biunivoca, esclusiva, dove l’altro viene amato perché ci colma una indigenza, ci sazia, riaccendendolo, un desiderio vitale. Nella philia greca (che assomiglia a ciò che oggi chiamiamo amicizia), la reciprocità è più articolata: si tollera la mancata risposta dell’altro, non si fanno sempre i conti di dare e di avere, e si può perdonare molte volte. Ecco perché mentre l’eros non è una virtù, la philia lo può essere, perché richiede fedeltà all’amico che, temporaneamente, tradisce e non reciproca l’amore. Ma l’amore-philia non è un amore incondizionale, perché s’interrompe quando l’altro o l’altra con la sua non-reciprocità mi fa capire che non vuole più essere mio amico.

 L’eros e la philia sono essenziali e splendidi per ogni vita buona, ma non bastano. La persona è grande perché non le basta la già grande reciprocità, vuole l’infinito. Così, a un certo punto della storia, quando il tempo si fece maturo, nacque il bisogno di trovare un’altra parola per dire una dimensione dell’amore non racchiusa in quelle due semantiche dell’amore, pur già ricche e alte. Questa nuova parola fu agape, non del tutto inedita nel vocabolario greco, ma nuovi furono l’uso e il significato che le attribuirono “quelli della strada”, il primo (bellissimo) nome dei cristiani. Ma l’agape non fu un’invenzione; fu una rivelazione di una dimensione presente, in potenza, nell’essere di ogni persona, anche quando resta sepolta e aspetta qualcuno che le dica “vieni fuori”. L’agape non è una forma di amore che comincia quando finiscono le altre, non è il non-eros o la non-philia, perché è la sua presenza che rende ogni amore pieno e maturo. Perché è l’agape che dona all’amore umano quella dimensione di gratuità che non è garantita dalla philia, tanto meno dall’eros; e così, aprendole, compie tutte le virtù, che in sua assenza sono soltanto sottile egoismo. Anche per questa ragione quando i latini tradussero l’agape, scelsero charitas, che nei primi tempi era scritta con l’acca, una lettera tutt’altro che muta, perché diceva molte cose.

Innanzitutto che quella charitas non era né amoramicitia, era qualcos’altro. Poi che quella charitas non era più la caritas dei mercanti romani, che la usavano per esprimere il valore dei beni (ciò che costa molto, che è “caro”). Ma quell’acca voleva anche ricordare che charitas rimandava anche ad una altra grande parola greca: charis, grazia, gratuità (“Ave Maria, piena di charis”). Non c’è agape senza charis, né charis senza agape. Così la philia può perdonare fino a sette volte, l’agape fino a settanta volte sette; la philia dona la tunica, l’agape anche il mantello; la philia fa un miglio con l’amico, l’agape due, e anche col non-amico. L’eros sopporta, spera, copre poco; la philia copre, sopporta, spera molto; l’agape spera, copre e sopporta tutto.

La forma d’amore dell’agape è anche una grande forza di azione e di cambiamento economico e civile. Tutte le volte che una persona agisce per il bene, e trova nell’azione stessa e dentro di sé le risorse per andare avanti anche senza reciprocità, lì è all’opera l’agape. L’agape è l’amore tipico dei fondatori, di chi dà inizio a un movimento, a una cooperativa, senza poter contare sulla reciprocità degli altri, e dove è richiesta fortezza e perseveranza nelle lunghe solitudini. L’agape non condiziona la scelta di amare alla risposta dell’altro, ma quando questa risposta manca soffre, perché l’agape è pieno nella reciprocità (<vi do un comandamento nuovo: amatevi!>), ma non sta male al punto di interrompere il suo amore non amato. La pienezza della reciprocità agapica si esprime anche in un rapporto ternario: A si dona a B, e B si dona a C, una transitività dell’agape che non è presente né nella philia, né, tantomeno, nell’eros. Anzi, questa dimensione di “terzietà” e di apertura è essenziale perché si dia agape.

Persino l’amore materno e paterno verso un figlio non sarebbe agapico, e quindi maturo e pieno, se si esaurisse nella relazione A => B, B => A, senza la dimensione B => C …, che supera ogni tentazione di amore incestuoso o narcisistico. Questo bisogno di reciprocità, l’andare avanti anche quando manca la risposta, rendono l’agape un’esperienza relazionale a un tempo vulnerabile e fertile. L’agape è una ferita fecondissima. È l’agape che rende le comunità luoghi accoglienti e inclusivi, porte spalancate e mai chiuse, che scardina gerarchie sacrali, ordini castali, e ogni tentazione di potere. L’agape poi è essenziale per ogni Bene comune, anche perché conosce un tipo di perdono che è capace di cancellare il male ricevuto. Chiunque sia stato vittima del male, di ogni male, sa che quel male fatto e ricevuto non può essere pienamente compensato né riparato dalle pene e dai risarcimenti civili. Continua a operare, è una ferita che resta lì; a meno che un giorno non incontri il perdono dell’agape che, a differenza del perdono dell’eros e della philia, ha la capacità di sanare ogni ferita, anche quelle mortali, e farla diventare l’alba di una resurrezione.

C’è però una tesi che ha attraversato la storia della nostra cultura. L’agape – si dice – non può essere una forma di amore civile, perché a causa della sua vulnerabilità non sarebbe prudente. La si potrebbe vivere soltanto nella vita familiare, spirituale, forse nel volontariato; ma nelle piazze e nelle imprese dovremmo accontentarci soltanto dei registri dell’eros (incentivi) e, al massimo, della philia. Una tesi molto radicata, anche perché si fonda anche sull’evidenza storica delle moltissime esperienze nate dall’agape e poi retrocesse alla sola gerarchia o al comunitarismo. È la storia di quelle tante comunità partite con l’agape e che di fronte alle prime ferite si sono trasformate in sistemi molto gerarchici e formalistici. O esperienze nate aperte e inclusive, e che dopo i primi fallimenti hanno chiuso le porte espellendo i diversi. La storia è anche il susseguirsi di queste “retrocessioni”, che però non riducono il valore civile dell’agape, e che dovrebbe spingerci a mettere più agape, non meno, anche nella politica, nelle imprese, nel lavoro. Perché tutte le volte che l’agape appare nella storia umana, anche quando vi resta per poco, pochissimo, tempo, non lascia mai il mondo come l’aveva trovato. Innalza per sempre la temperatura dell’umano, pianta un nuovo chiodo nella roccia, e chi domani riprenderà la scalata partirà qualche metro, o centimetro, più in alto.

Nessuna goccia d’agape sulla terra va sprecata. L’agape allarga l’orizzonte di possibilità di bene dell’umano, è il lievito e il sale di ogni pane buono. Il mondo non muore, e la vita ricomincia ogni mattina, perché ci sono persone capaci di agape: <Sono tre le cose che rimangono: la fede, la speranza, e l’agape. Più grande di tutte è l’agape>.

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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/7

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire il 22/09/2013 

La reciprocità è la legge aurea della socialità umana. La reciprocità spiega molto più di ogni altra singola parola la grammatica fondamentale della società, anche quella dell’indignazione, delle vendette e delle interminabili cause in tribunale. Il DNA dell’animale politico è un’elica fatta dell’intreccio di dare e di ricevere. Anche l’amore umano è essenzialmente una faccenda di reciprocità, dal suo primo istante all’ultimo, quando spesso si lascia questa terra stringendo la mano di qualcuno che si ama, o, in sua assenza, stringendola dentro con le ultime energie della mente e del cuore.

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 Agape (La grande alba)

Agape (La grande alba)

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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/6

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 15/09/2013

Ci sono parole che hanno la capacità di esprimere, da sole, un tutto. Giustizia, bellezza, verità, hanno una forza e una interezza da non farci sentire il bisogno di affiancarvi altri aggettivi per completarle. Cos’altro aggiungere a una persona vera, a un uomo giusto, a una vita bella? Fede è una di queste poche parole grandi e assolute. Si può vivere a lungo, e a volte anche bene, senza denaro e beni, ma non si vive senza credere. Tutti siamo capaci di fede, perché nello spazio interiore di ogni persona c’è una “finestra” che dà verso un “oltre”, una feritoia che rimane lì anche quando, guardandoci dentro, non vediamo (più) nulla, persino quando la muriamo per mettere al suo posto scaffali o il televisore.

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E proprio perché è una parola grande dell’umano, la fede è anche una parola dell’economico.

La storia economica e civile dell’Europa è anche, e soprattutto, una storia di fede. Ciò che rende ancora splendida la nostra terra sono soprattutto quelle opere d’arte e di architettura nate dalla fede dei nostri antenati, capaci di dar inizio a cantieri di vere grandi opere perché animati dalla fede in cose più grandi della loro esistenza terrena.

 Chiese, abbazie, la cappella Baglioni, Mantova, Lisbona, sono fiorite da una fede che ancora oggi genera lavoro nei settori che ci stanno salvando, dove raccogliamo frutti di semi che altri hanno seminato nel passato per noi, perché dalla finestra delle loro anime e del loro tempo sapevano vedere cose più grandi. E così tanta gente, oggi, riesce a lavorare e a vivere bene grazie ai tanti che in passato hanno investito la loro ricchezza pensando anche a un futuro lontano abitato da altri esseri umani che, grazie alla fede (e non solo religiosa) sentivano veramente prossimi. Anche per questa ragione la fede è corda (fides), la fune che lega tra di loro cittadini e generazioni: è tradizione, cioè trasmissione di un’alleanza, di un patto, che vive nel tempo e nella storia; è un filo d’oro. Quale “grano” stiamo seminando oggi per i raccolti delle future generazioni? Senza fides un vecchio non getta nel terreno un seme di quercia; senza fides l’orizzonte del mondo diventa il soffitto di casa o dell’ufficio, troppo basso per quell’essere malato di infinito che è la persona, che fin dall’epoca delle capanne e dei nuraghi sentiva il bisogno di bucarne le sommità, e non solo per fare uscire il fumo del fuoco, ma anche perché il suo cielo fosse più alto della sua casa. In assenza di questo sguardo profondo che ci eleva, ci si rassegna agli scenari della tv, ai suoi cieli virtuali, che non hanno né il calore del sole né la profondità dell’orizzonte né la brezza dell’aria, che entrano solo quando apriamo la finestra di casa. L’opposto della fede è sempre stata l’idolatria, che non è l’atteggiamento di chi non crede a nulla, ma di chi crede a troppe cose, finte e manufatte.

Ma la fides-fede è stata essenziale anche per la nascita dei mercati. Essa ha offerto la base per i grandi commerci, rispondendo alla domanda principale di ogni economia di mercato: perché dovrei fidarmi di uno sconosciuto? Agli albori della nostra economia, quando i mercanti passavano da una città a un'altra o si incontravano nelle fiere lungo i grandi fiumi europei, i sistemi giuridici, i tribunali e le sanzioni erano molto fragili, spesso inesistenti. Ma per operazioni commerciali complesse, rischiose, lunghe e costose, c’era bisogno di un vero atto di fiducia nella controparte. Ecco, allora, che principale garanzia per poter credere che l’altro avrebbe fatto la sua parte e spedito la merce l’offrì la fede: ci si poteva fidare dell’altro sconosciuto perché in fondo non era veramente uno sconosciuto. Aveva la mia stessa fede (cristiana), e quindi potevo dargli fiducia, perché era fedele. Così la fides (fede e fiducia) rese la grande Europa una comunità simile alla polis greca di Pericle, divenne una nuova forma di philia per poter scambiare. Una polis, però, ora enormemente più ampia, con mercati molto estesi che moltiplicarono ricchezze e incontri commerciali, civili, religiosi. La fede divenne fiducia, e la fiducia generò mercati e ricchezza. L’Europa fu il frutto di questa fides-fiducia-corda-credere-credito. Ma quando con la Riforma protestante, e poi con la controriforma cattolica, questa fides si spezzò, nacque il capitalismo, che inventò, poco a poco, una nuova fides, quella delle banche centrali e della finanza. Questa rivoluzione culturale rifondò l’Europa, e poi gli Usa che l’incarnarono in pienezza, dando vita a un capitalismo della nuova “sola fide”. Ma tra la prima e la seconda fides ci sono differenze cruciali.

Quella prima fides, ad esempio, era un bene relazionale, perché – anche se esistevano monete, titoli e banche – Niccolò si fidava di Miguel, e lo scambio avveniva grazie a una apertura di credito a una persona in carne ed ossa, e quindi era una esperienza intrinsecamente fragile e vulnerabile, esposta all’abuso – e perciò umana. L’invenzione della nuova fede-religione capitalista non ebbe più bisogno di questa fiducia relazionale e personale, perché iniziò quella spersonalizzazione delle relazioni economiche, che è cresciuta fino a letteralmente esplodere nell’ultima crisi del nostro tempo, che dipende in larga parte dall’aver costruito un sistema finanziario lontanissimo e indipendente da quei rapporti umani di fiducia che generano i beni economici. Così la risposta di una banca capitalistica a una richiesta di finanziamento di una buona impresa in difficoltà è affidata, troppo spesso e sempre di più, all’indice che fuoriesce da un algoritmo, senza nessun “credito” e nessun incontro tra persone – e così diventa disumana. La nostra crisi ci sta dicendo che dobbiamo tornare ad incontrarci e a fidarci delle persone e delle loro vulnerabilità, perché quando l’economia e la finanza perdono contatto con il volto dell’altro, diventano luoghi disumani. Se oggi non ritroviamo e riattiviamo tutte le dimensioni della fides, a partire dai territori, nessuna manovra e nessun governo ci potrà veramente salvare.

Ma non esiste soltanto un legame fondamentale tra fede e fiducia. Un’altra declinazione o dimensione essenziale della fede è fedeltà, come ci ricorda anche l’anello delle nozze (fede, aliança). La fede ha molto a che fare con la fedeltà, perché ogni vera esperienza di fede è prima di tutto una storia di amore, adesione a un patto – e quindi è anche virtù. La fede fiorisce in pienezza quando siamo fedeli nella notte della fede, quando ci aggrappiamo a quella corda, quando continuiamo a dar fiducia a un incontro-alleanza che appare ormai molto lontano e sfocato, quasi un auto-inganno consolatorio, o quando per troppo tempo la nebbia al di là di quella finestra non si dilegua, non ricordiamo più le forme dell’antico paesaggio, e viene voglia di non aprirla più e accendere la tv dei finti cieli. E scoprire, poi, che in quelle notti fedeli siamo stati fedeli soprattutto alla parte più vera e profonda di noi. Si può arrivare a essere giusti e veri anche senza fede, mai senza fedeltà.

Chi vive questa dimensione fedele della fede è capace di vero dialogo e di vera fraternità con chi la fede non ha, con chi l’ha persa o ne ha di diverse, e sa persino spostare le montagne, perché non le sposta per sé. È questa fede che apre a vette altissime di umanità, di economia, di impresa, dove la fede continua ancora a generare cose straordinarie. Le persone fedeli sono sempre importanti per il Bene comune e per la bellezza della terra, ma sono indispensabili per uscire da ogni crisi, perché sanno indicarci un orizzonte più grande, sanno bucare il tetto della nostra Casa comune e mostrarci un cielo più alto, per ricominciare.

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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/6

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 15/09/2013

Ci sono parole che hanno la capacità di esprimere, da sole, un tutto. Giustizia, bellezza, verità, hanno una forza e una interezza da non farci sentire il bisogno di affiancarvi altri aggettivi per completarle. Cos’altro aggiungere a una persona vera, a un uomo giusto, a una vita bella? Fede è una di queste poche parole grandi e assolute. Si può vivere a lungo, e a volte anche bene, senza denaro e beni, ma non si vive senza credere. Tutti siamo capaci di fede, perché nello spazio interiore di ogni persona c’è una “finestra” che dà verso un “oltre”, una feritoia che rimane lì anche quando, guardandoci dentro, non vediamo (più) nulla, persino quando la muriamo per mettere al suo posto scaffali o il televisore.

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Fede  (Il tetto bucato)

Fede (Il tetto bucato)

Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/6 di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 15/09/2013 Ci sono parole che hanno la capacità di esprimere, da sole, un tutto. Giustizia, bellezza, verità, hanno una forza e una interezza da non farci sentire il bisogno di affiancarvi altri aggettivi per c...
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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/5

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire l' 08/09/2013 

La vera risorsa scarsa della nostra civiltà si chiama speranza. La speranza è senz’altro una virtù, ma dietro questa grande parola si nascondono molte cose, alcune più grandi della virtù e altre più piccole. Come ogni nobile e antica parola, la speranza assomiglia a quelle città stratificate, che nei secoli hanno conosciuto molte vite e diverse civiltà. C’è, infatti, un primo livello di speranza - che appare subito perché molto superficiale - che non è una virtù, ma è un male.

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E’ quella speranza che la mitologia greca pone dentro il vaso di Pandora (il vaso che conteneva tutti i mali), e che, misteriosamente e ambiguamente, non fuoriesce insieme agli altri mali per inondare il mondo, restando rinchiusa nel vaso.

È la speranza che San Paolo chiama “vana”, quella a cui ricorrono spesso i potenti, quando invitano i cittadini a sperare in riprese immaginarie e in futuri migliori, mentre non fanno nulla, o troppo poco, per migliorare le condizioni di vita del presente. La speranza di vincere al lotto e ai gratta-e -vinci, o l’atteggiamento di chi di fronte ad una richiesta di aiuto risponde: “speriamo in bene”, una frase dal costo (e dal valore) nullo, che segna la fine di quell’incontro e il mancato inizio di un impegno responsabile per trovare insieme una soluzione concreta. È questa la speranza ‘oppio dei popoli’, che spesso è diventata, e diventa, strumento di dominio, soprattutto sui poveri, vittime di illusioni create ad arte per mantenerli nella loro indigenza e miseria. Questa speranza è un male perché può farci vivere, o quantomeno sopravvivere, senza l’impegno per diventare noi protagonisti della nostra felicità, aspettando passivamente che la salvezza arrivi dalla sorte, dagli dei, dallo stato. È contro questa speranza vana e illusoria che già la filosofia greca, e poi decisamente il cristianesimo, hanno sferrato una battaglia durissima, al fine di liberare le persone da malevole speranze ingannatrici, e così aprirci la speranza che non delude. Una battaglia che, dobbiamo riconoscerlo, è stata sostanzialmente persa, se guardiamo a quanta illusione e finte speranze produce la nostra cultura dei consumi e della TV (sono impressionanti i dati sulle ore trascorse, sempre più soli, di fronte alla TV: siamo tornati ai livelli altissimi degli anni ’80).

 

Se scaviamo più in profondità, troviamo un secondo livello o strato della speranza, che inizia ad essere virtù. E’ quell’atteggiamento spirituale e morale che porta a trovare vere ragioni per sperare in un futuro prossimo migliore del presente, e ad esercitarsi perché quel “non ancora” sperato diventi “già”. E’ la speranza che ha spinto le generazioni passate a lottare contro un oggi povero e parco di beni e di diritti, per costruire un futuro migliore per i loro figli e nipoti. È stata questa speranza che ha reso sopportabili e a volte lieti i lavori di tanti nostri nonni e nonne impiegati da semi-servi nei campi o nelle miniere, perché dietro quelle fatiche e lacrime intravvedevano futuri diplomi, lauree, case, fatiche e campi diversi. È la speranza delle fidanzate, delle spose, delle madri, ma anche quella che ha portato tanti mezzadri e piccoli artigiani a diventare imprenditori, non solo né tanto per amore del denaro, ma in cerca di futuri migliori in dignità e libertà.

Ma c’è ancora un terzo livello di speranza, che quando lo raggiungiamo inizia a svelarci i tratti di una città antica molto nobile e bella. E’ la speranza di chi ha lottato fin a dare la vita per costruire un futuro migliore non solo per i propri figli, ma per i figli e le figlie di tutti. E’ la speranza civile, sociale, politica, che ha mosso migliaia di lavoratori, sindacalisti, politici, cooperatori, cittadini, uomini e tante (troppo dimenticate) donne, che hanno voluto e saputo spendere la vita per migliorare il loro mondo. È questa speranza che ha spostato, e ancora sposta, in avanti i confini dell’umano, che ha sorretto tutte le virtù, le ha irrorate, ha dato loro coraggio, senso e direzione. Ed è questa speranza che oggi dobbiamo esercitare quotidianamente e riaccendere, soprattutto insieme, per ripartire nella politica, nei mercati, nelle imprese, che non possono restare a lungo luoghi di-sperati. Occorre aumentare gli atti e gli esercizi virtuosi di speranza, che vanno messi sul moggio, raccontati l’un l’altro, amplificati dai media, perché la speranza è contagiosa, come e più dello scoraggiamento e della disperazione civile.

La scoperta delle dimensioni della speranza non si arresta però a questo terzo, già alto e nobile, livello. C’è infatti una quarta forma di speranza, che si trova molto in profondità, e che è diversa da tutte le altre, perché non è più contenuta all’interno del registro semantico della parola virtù. Non si raggiunge (diversamente dalle virtù) con l’esercizio, con la disciplina, con l’impegno. Questa speranza è, semplicemente, dono, gratuità, charis. Quando arriva ci sorprende sempre, ci toglie il fiato. E’ l’incontro con la stanza dei tesori. Questa speranza non può essere né calcolata né prevista, ma attesa e desiderata, e quando arriva è gioia grande, paradiso, come il ritorno dell’amico lontano tanto atteso e che un giorno, finalmente e improvvisamente, torna davvero. C’è un legame profondo tra questa speranza e l’attesa. Ce lo dicono anche le lingue portoghese e spagnolo, dove esiste una sola parola per dire sperare e attendere: esperar. E c’è forse qualcosa di questa speranza nel misterioso finale del Conte di Montecristo: “tutta l’umana saggezza è riposta in queste due parole: attendere e sperare". E’ l’attesa dello sposo con le lucerne accese di speranza. Questa speranza arriva, come ogni dono vero e grande, senza preavviso e senza chiederci il permesso, quando abbiamo esaurito le risorse naturali per sperare, e ci troviamo in condizioni nelle quali non ci sarebbe più nessuna ragione ragionevole per sperare, neanche nel Paradiso. Eppure arriva, e dopo l'annuncio di una malattia seria, di un grave tradimento, dopo infinite solitudini, quando meno te lo aspetti affiora nell’anima qualcosa di delicato, un venticello leggero, e si riesce di nuovo a sperare, a sperare e attendere diversamente. Sentiamo che ci viene data una nuova possibilità, una nuova ragione per sperare veramente, non per auto-inganno consolatorio ma perché rinasce la forza di sperare oltre la disperazione. E così dopo aver consegnato i libri in tribunale, dopo l’ennesima illusione dell’ennesima promessa di fido bancario, dopo il trentesimo colloquio di lavoro finito in niente, ecco che con gli occhi ancora lucidi rifiorisce, dentro, la speranza. E ci sorprende, e ci fa ricominciare la corsa, la lotta. Non siamo noi a generare questa speranza: arriva, e per questo è dono, come ben sapeva la tradizione cristiana che ha chiamato la speranza ‘virtù’ mettendoci accanto l’aggettivo ‘teologale’, a sottolineare anche la sua dimensione di gratuità, di eccedenza rispetto ad ogni merito, e che non ci può essere rubata da nessuna tristezza e disperazione del presente. Se sulla terra non ci fosse questa quarta (o ennesima) speranza, la vita sarebbe insopportabile – e diventa tale quando questa speranza non arriva, o non si sente per i troppi rumori. Sarebbe insopportabile soprattutto la vita dei poveri, che invece, come la Cabiria di Fellini, riescono a rimettersi in cammino, a sorridere, a danzare, a sperare di nuovo oltre la sventura. E’ questa la speranza che fa rialzare, anche oggi, migliaia di lavoratori, d’imprenditori, di cooperatori sociali, di politici, di funzionari pubblici, che, spes contra spem, vanno avanti anche perché ogni tanto sperimentano questa speranza. E così rilanciano la loro, e la nostra, buona corsa.

 

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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/5

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire l' 08/09/2013 

La vera risorsa scarsa della nostra civiltà si chiama speranza. La speranza è senz’altro una virtù, ma dietro questa grande parola si nascondono molte cose, alcune più grandi della virtù e altre più piccole. Come ogni nobile e antica parola, la speranza assomiglia a quelle città stratificate, che nei secoli hanno conosciuto molte vite e diverse civiltà. C’è, infatti, un primo livello di speranza - che appare subito perché molto superficiale - che non è una virtù, ma è un male.

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Speranza (La stanza dei tesori)

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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/5 di Luigino Bruni  pubblicato su Avvenire l' 08/09/2013  La vera risorsa scarsa della nostra civiltà si chiama speranza. La speranza è senz’altro una virtù, ma dietro questa grande parola si nascondono molte cose, alcune più grandi della virtù e altre pi...
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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/4

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire il 01/09/2013 

Se c’è una virtù particolarmente preziosa nei tempi delle crisi, questa è la fortezza. È la capacità di continuare a vivere e resistere nelle lunghe e dure avversità. Una forza spirituale e morale alla quale le generazioni passate attribuivano un’enorme importanza, al punto di chiamarla virtù cardinale.

La fortezza consente di non lasciarsi andare quando ci sarebbero tutte le condizioni per farlo.

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È la fortezza che ci fa resistere nella ricerca della giustizia in contesti corrotti; che ci fa continuare a pagare le tasse quando troppi non lo fanno; a rispettare gli altri quando non si è rispettati; ad essere non violenti in ambienti violenti.

 Che ci mantiene temperanti anche quando siamo immersi nell’intemperanza, che ci fa resistere per anni in un posto di lavoro sbagliato, che ci fa restare in famiglie e comunità anche quando tutti e tutto, tranne la nostra anima, ci dicono di andarcene.

Essa è una virtù accanto alle altre, ma, come e più delle altre virtù cardinali, è anche una dimensione o pre-condizione per poter vivere tutte le altre virtù quando si agisce in contesti difficili, e quando le condizioni difficili durano per molto tempo. È una virtù ancella di tutte le virtù, perché ci fa andare avanti in assenza di reciprocità. Per questo una bella parola che oggi racchiude molti dei significati della fortezza è resilienza, che dice anche la capacità che ha la persona di non mollare, di restare aggrappato alla parete, di non scivolare giù nei vari pendii di cui è fatta la vita personale e civile. Per questa ragione la fortezza è stata – ed è – la salvezza soprattutto dei poveri, che grazie a questa virtù  riescono tante volte a compensare l’ingiusta mancanza di risorse, di diritti, di libertà, di rispetto, e a non morire. Li fa resistere durante le lunghe carestie, nelle interminabili assenze di mariti e figli emigrati o dispersi nelle tante guerre (esiste un rapporto speciale tra la fortezza e le donne). Dà ai tanti Edmond Dantès della storia e del presente, la forza di sperare anche quando rinchiusi in carceri per decenni solo perché poveri.

Pure la fortezza conosce la logica paradossale di ogni virtù. Ci sono, infatti, dei momenti decisivi della vita quando la fortezza deve sapersi tramutare in debolezza per essere veramente virtuosa. L'accettazione docile di una sventura, di una malattia grave, di un fallimento, di una vedovanza, o la riconciliazione con quell’ultima tappa della vita quando qualcuno (o una voce dentro) ci dice che è giunta la nostra ora. La dignità e la forza morale in questi momenti di debolezza-virtuosa dipendono decisamente da quanta fortezza abbiamo saputo accumulare durante l’intera esistenza.

La fortezza è poi essenziale per resistere e vincere le tentazioni, una parola questa che è uscita dall’orizzonte delle nostre città perché troppo vera per essere capita dalla nostra inciviltà dei consumi e delle scommesse in finanza e nei giochi. E invece le tentazioni ci sono, e saperle riconoscere e superare significa non perdersi nella vita. È la fortezza che fa rifiutare donazioni da imprese immorali, che non fa vendere per speculare una buona impresa familiare che racchiude generazioni di amore e di dolore, che fa capaci di non assecondare un innamoramento sbagliato e ritornare, fedeli, a casa.

L’economia è un brano di vita, e per questo ha bisogno anche della fortezza perché sia vita buona. Ci sono però due ambiti nei quali la fortezza svolge un ruolo essenziale. Il primo riguarda direttamente la vita e la vocazione dell’imprenditore. Anche se tanta gente pensa – e purtroppo scrive anche – esattamente il contrario, l’economia di mercato non è un sistema che ricompensa regolarmente il merito né il talento, o che lo ricompensa meglio di altri sistemi (lo sport, le società scientifiche, la famiglia …). Nella dinamica di mercato non esiste un rapporto certo tra il comportamento virtuoso dell’imprenditore (innovazioni, lealtà, correttezza, legalità …) e il suo successo sul mercato. Questo rapporto spesso c’è, ma può non esserci. I risultati di un’impresa dipendono da innumerevoli circostanze, che possono mutare indipendentemente dal controllo e dal merito dell’imprenditore o dell’imprenditrice. E così può accadere che sforzi meritevoli restino senza ricompensa, e che il premio vada a chi ha meno merito o talento. La sventura può colpire – e ogni tanto colpisce – anche il giusto, anche il virtuoso imprenditore, soprattutto nei tempi della crisi. La coltivazione della virtù della fortezza lo può salvare, lo può aiutare a non arrendersi, e a rilanciare la corsa.

Il secondo ambito è invece tutto interno alle organizzazioni. Quando un’impresa attraversa periodi di vera crisi, soprattutto quelle che coinvolgono le motivazioni profonde delle persone, il suo superamento dipende dalla presenza in questi luoghi di un numero sufficiente di persone con una sufficiente resilienza. Se, infatti, non c’è qualcuno (almeno uno) che andando oltre la logica degli incentivi continua a resistere e a lottare senza badare ad orari e spreco di risorse, le crisi aziendali non si superano. L’arte del governo di un’impresa consiste in massima parte nel saper attrarre persone con alti valori di resilienza, nel non lasciarli andar via, e nel far sì che la resilienza-fortezza aumenti nel corso dell’esperienza lavorativa. La fortezza, infatti, ha bisogno di essere costantemente alimentata, perché se è vero che si impara ad essere forti praticando la fortezza, è ancor più vero che essendo una ‘virtù di durata’, la fortezza è particolarmente soggetta al rischio di esaurimento. Un segnale inequivocabile che la fortezza sta finendo (o è finita) è la comune frase: “non ne vale più la pena”, che dice il non riuscire più a vedere un valore nel travaglio della resistenza. È dunque molto importante non considerare mai la fortezza degli altri (né la nostra) come un tratto immodificabile o come uno stock, perché può appassire e anche morire se la persona non la coltiva (con la vita interiore, con la poesia, con la preghiera …), e se gli altri che la circondano non la rafforzano con espressioni di stima, di condivisione, di apprezzamento, di riconoscenza. Si riesce a resistere a lungo in condizioni di grande difficoltà se non si è soli, in compagnia della virtù degli altri e della propria interiorità abitata.

Infine, la fortezza è indispensabile per conservare la gioia, la letizia e l’allegrezza del vivere in condizione di perduranti difficoltà, malattie, tradimenti. Una delle cose più sublimi al mondo è l’esistenza di persone capaci di gioia vera in condizioni oggettive di grande avversità. Questo tipo di gioia-virtuosa è un inno alla vita, un bene comune che arricchisce tutti coloro che ne sono contagiati. Le qualità della fortezza necessarie per conservare la gioia non sono meno preziose e potenti di quelle che fanno sopportare le difficoltà e il dolore. È questa gioia il sacramento dell’autenticità di ogni virtù, una gioia fragile e forte, che rende il giogo delle lunghe avversità più leggero, persino soave.

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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/4

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire il 01/09/2013 

Se c’è una virtù particolarmente preziosa nei tempi delle crisi, questa è la fortezza. È la capacità di continuare a vivere e resistere nelle lunghe e dure avversità. Una forza spirituale e morale alla quale le generazioni passate attribuivano un’enorme importanza, al punto di chiamarla virtù cardinale.

La fortezza consente di non lasciarsi andare quando ci sarebbero tutte le condizioni per farlo.

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Fortezza (oltre la crisi)

Fortezza (oltre la crisi)

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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/3

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire il 25/08/2013 

Tra il ben-vivere, la buona economia e la virtù della prudenza c’è sempre stata una profonda amicizia. Ma ciò che è stato, ed è, veramente importante è sapere riconoscere la prudenza non virtuosa, e quell’imprudenza che può dirsi virtù.

L’aurora della modernità è stata attraversata dal dibattito sui meccanismi, per alcuni provvidenziali, per orientare al benessere sociale non solo le scarse virtù, ma anche e soprattutto gli abbondanti vizi delle persone reali, i vizi dell’<uomo qual è, per farne buoni usi nell’umana società> (Vico, “La scienza nuova”, 1744).

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In questo contesto Adam Smith dimostrò, convincendo molti, che lo sviluppo e la ricchezza delle nazioni non nascevano dal vizio dell’avarizia né dalla passione triste dell’egoismo, ma dalla virtù cardinale della prudenza, <la cura dei beni, del rango e della reputazione dell’individuo> (Smith, “Teoria dei Sentimenti Morali”, 1759). È dunque prudente il buon padre (o madre) di famiglia che si prende cura del proprio patrimonio, ne fa manutenzione, lo fa crescere, che dona l’auto al figlio maggiorenne e gli dice: <Mi raccomando: abbine cura>. Tutto questo è senz’altro virtù, è bene individuale e bene comune. E se guardiamo nella nostra storia ci accorgiamo che la virtù della prudenza la ritroviamo alla radice della nostra civiltà contadina e artigiana, dove ci si educava al buon uso dei beni, alla manutenzione delle poche cose, e a far crescere prudentemente patrimoni, sogni e progetti di vita. Una storia che ci ricorda che i comportamenti viziosi contro la prudenza sono lo spreco, l’incuria, la stoltezza di chi sperpera i propri beni (o quelli dei genitori), e ci deve riportare alla mente che il nostro benessere dipende anche, e spesso soprattutto, dalla virtù dei nostri concittadini, da come e se il vicino di casa cura il proprio giardino e paga le tasse, dalla virtù dei clienti o da quelle della pubblica amministrazione.

Quel primo ottimismo illuminista della trasformazione delle prudenze degli individui in virtù pubblica, è durato poco – sebbene ancora qualcuno continui, ideologicamente o ingenuamente, ad invocarlo. Basta soltanto leggere i romanzi di Giovanni Verga per accorgerci che lo scenario era già radicalmente cambiato. I vizi privati lasciavano già troppi <vinti> lungo la <fiumana del progresso>, e la Provvidenza era diventata il barcone naufragato di Patron ‘Ntoni. Quella sperata, e coralmente invocata, economia di mercato armoniosa e mutuamente vantaggiosa stava infatti diventando il capitalismo. Le sue strutture di potere stavano ricreando nuove forme di feudalismo, nuove diseguaglianze, nuove rendite, nuovi nobili contraddistinti da un diverso, ma non meno efficace, sangue blu. In particolare, ci siamo accorti – e ci accorgiamo sempre di più – che i processi più importanti dell’economia si svolgono dentro le istituzioni, nelle organizzazioni (e tra queste lo Stato), nelle banche, nelle imprese, dove la prudenza e le virtù dei singoli non producono vita buona se si attuano all’interno di rapporti di potere asimmetrici che rafforzano le diseguaglianze di ogni tipo.

Ecco allora che lo scenario cambia radicalmente, e alla persona prudente non è soltanto chiesto di orientare secondo virtù la propria vita e quella della propria famiglia, ma di agire per far sì che cambino leggi, strutture, sistemi di governance delle imprese e dei tanti beni comuni. E così si inizia a scrivere un nuovo-antico capitolo morale di cruciale rilevanza: se una persona virtuosa vive dentro istituzioni viziose, per poter vivere veramente la virtù della prudenza deve saper agire anche in modo imprudente. Se vuole essere veramente virtuoso e prudente, deve saper mettere in secondo piano la cura di sé, dei propri interessi, dei propri patrimoni, persino dei propri affetti. Se chi vuole e deve denunciare manifeste ingiustizie e non-verità, di fronte a ricatti e ritorsioni “prudentemente” si tace, non vive quella dimensione della prudenza che chiamiamo virtù. Certo, qualche bravo filosofo potrebbe sostenere che dovremmo allargare il concetto di prudenza fino a farci rientrare un sé meta-individuale e anche i beni spirituali o persino ultraterreni. Personalmente preferisco invece pensare che per capire il valore e la logica delle virtù occorre prendere sul serio la loro natura paradossale. La virtù è veramente virtuosa quando muore e si apre a un “oltre” più grande, in un rapporto nuovo con le altre virtù e non si arrende alle pseudo-virtù del “politicamente corretto”. Così la prudenza è giusta quando è capace di farsi imprudente, la fortezza è prudente quando sa diventare debolezza mite, e ogni virtù si compie quando fiorisce in agape, dove regna una giustizia può portare a dare il salario giornaliero a chi, incolpevolmente, ha lavorato soltanto l’ultima ora. Fuori da questo orizzonte, il comportamento in sé prudente perde contatto dalla virtù, come chi parcheggia in seconda fila e, “prudentemente”, torce lo specchietto verso la portiera. Se, infatti, non prendiamo sul serio questo paradosso cruciale e (almeno per me) formidabile, la virtù finisce per trasformarsi nel più grande vizio, perché diventa esercizio egoistico teso alla perfezione individuale, dimenticando l’altro.

È l’agape il compimento di ogni azione morale, perché non è mai definita e compiuta all’interno di nessun orizzonte di legge, neanche di quella delle virtù, che l’agape chiama a trascendersi per diventare (paradossalmente) se stesse. Se oggi chi ha a che fare con le tante periferie morali e antropologiche del mondo non tocca e ogni tanto oltrepassa il confine della giustizia tracciato dalle leggi della città, non può essere veramente giusto. Se quando, quella notte, bussò Alì alla porta del mio amico parroco siciliano, questi si fosse prudentemente fermato sulla soglia della nostra giustizia e non lo avesse accolto nella sua casa (pensando alle conseguenze penali che avrebbe avuto, e che poi ebbe), non sarebbe stato veramente virtuoso. Una dinamica paradossale che conosce chi lavora nelle comunità di recupero, nei carceri minorili, e i tanti che continuano a rischiare carriera, beni, fatturati, posti di lavoro, fallimenti dell’impresa.

Non è chiesto a tutti in ogni momento di vivere questa dimensione paradossale della virtù. Ma se non rispondiamo quando l’appello arriva, compromettiamo la qualità etica e spirituale della nostra esistenza, perché non sono atti straordinari di pochi eroi, ma azioni di cui siamo tutti potenzialmente capaci. Questa virtù-oltre-la-virtù è il lievito che eleva il pane di una vita già virtuosa, e le dà la forza per spostare montagne. Gandhi non avrebbe liberato l’India se non fosse stato virtuosamente imprudente, né Francesco ci avrebbe insegnato la fraternità se prudentemente non avesse baciato il lebbroso, né tante donne e clochard sarebbero stati liberate e richiamati alla vita se non avessero incontrato sulla strada persone agapicamente imprudenti che hanno voluto e saputo abbracciarli, senza accontentarsi della solidarietà immune che sta riempiendo la nostra economia e, purtroppo, anche una parte del nostro non profit. Il territorio delle virtù – e quindi dell’umano – si estende e si umanizza ogni volta che qualcuno ha l’imprudenza di superare i confini assegnati alle virtù, pagando di persona, e quasi sempre senza sconti. Imprudenze benedette, che spingono avanti la civiltà, e rendono il mondo un luogo degno e bello in cui vivere.

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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/3

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire il 25/08/2013 

Tra il ben-vivere, la buona economia e la virtù della prudenza c’è sempre stata una profonda amicizia. Ma ciò che è stato, ed è, veramente importante è sapere riconoscere la prudenza non virtuosa, e quell’imprudenza che può dirsi virtù.

L’aurora della modernità è stata attraversata dal dibattito sui meccanismi, per alcuni provvidenziali, per orientare al benessere sociale non solo le scarse virtù, ma anche e soprattutto gli abbondanti vizi delle persone reali, i vizi dell’<uomo qual è, per farne buoni usi nell’umana società> (Vico, “La scienza nuova”, 1744).

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Prudenza (e anche oltre)

Prudenza (e anche oltre)

Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/3 di Luigino Bruni  pubblicato su Avvenire il 25/08/2013  Tra il ben-vivere, la buona economia e la virtù della prudenza c’è sempre stata una profonda amicizia. Ma ciò che è stato, ed è, veramente importante è sapere riconoscere la prudenza non virtuosa, ...
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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/2

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire il 18/08/2013 

C’è un forte contrasto tra il profondo senso di giustizia che tutti, anche i malvagi, ci ritroviamo dentro, e il mondo che ci appare come uno spettacolo di generalizzata ingiustizia. <L’uomo nasce libero, ed è ovunque in catene> (J.J. Rousseau). Per molte ingiustizie i tribunali e gli avvocati non bastano, per alcune non servono, perché gli aspetti legali, commutativi e compensabili coprono solo una piccola parte del territorio della giustizia, la cui estensione coincide con quella dell’intera vita in comune.

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Un modo sbagliato di rispondere alla domanda di giustizia è la tendenza, oggi in veloce aumento, a “giuridicizzare” l’intera vita sociale, codificando possibilmente ogni relazione interpersonale, trasformando tutti i rapporti umani in contratti.

Una tendenza-tentazione che invece di aumentare la giustizia sta bloccando scuole, condomini, ospedali in trappole di sfiducia reciproca, poiché molti rapporti umani si snaturano quando vengono contrattualizzati. 

La grande lezione sulla giustizia dell’umanesimo europeo era invece diversa. Innanzitutto ha chiamato anche la giustizia virtù cardinale, dicendoci così che essa è prima di tutto il frutto di un esercizio continuo della persona. Prima di essere invocata come principio, la giustizia va praticata, vissuta, cercata, coltivata, come le altri grandi virtù dell’esistenza. La giustizia della città è generata dalla giustizia dei cittadini, come aveva simbolicamente espresso la cultura greca facendo nascere Dike, la dea della giustizia della polis, dalla madre Themis, la dea di quella Giustizia che viene prima di ogni sistema giuridico storico e concreto, e che rende giusto chi la segue. Per questo Themis può anche entrare in conflitto con Dike, come nella grande tragedia di Antigone, la quale in nome di una giustizia più grande, seppellisce contro la giustizia della polis il fratello morto Polinice. Anche gli scribi e i farisei avevano la loro giustizia, e in base a quella hanno condannato il Cristo. Nessuna invocazione della giustizia è giusta se proviene da cittadini ingiusti che usano la giustizia-Dike contro la Giustizia-Themis, magari per opprimere i poveri e i giusti, e sempre a loro vantaggio. Se infatti mancano cittadini amanti e praticanti della virtù della giustizia, le leggi che essi produrranno non potranno che essere ingiuste, e tanto più ingiuste quanto più democratica è la forma di governo – è infatti la necessità di cittadini virtuosi la principale fragilità delle democrazie, come ben sapevano Montesquieu o Filangieri. Al tempo stesso, le leggi giuste rafforzano, premiandole, le virtù civili dei cittadini.

Per questa ragione le declinazioni della virtù della giustizia sono aperte e volutamente vaghe: ci invitano a riconoscere e a dare a “ciascuno il proprio” senza però dirci come misurare quel proprio, né chi debba misurarlo. E anche se la giustizia-Dike è chiamata a dare contenuto e limite al “proprio” di ciascuno, è ancor più vero che l’indeterminatezza della virtù della giustizia è espressione del suo essere un rapporto tra persone. Riconosciamo e diamo all’altro il giusto che gli spetta, se e quando tra di noi esiste una comune appartenenza, perché, in un senso vero, l’altro mi interessa e mi riguarda, è terza persona solo perché, a un livello più profondo, è seconda (un “tu”). E mentre la giustizia-Dike può accontentarsi di dare a ciascuno il suo, la virtù della giustizia va oltre il calcolo del proprio. Il cristianesimo ci ha detto che la differenza tra la sua giustizia e la giustizia degli scribi e dei farisei si chiama agape, che non inizia quando finisce la giustizia, ma ne è compimento e forma.

L’economia non ha mai preso sul serio il tema della giustizia, se si eccettuano l’economista e filosofo indiano Amartya Sen, e pochi altri. Per l’ideologia-religione capitalistica la giustizia fa parte dei vincoli da rispettare, non appartiene agli obiettivi da raggiungere. Giustizia è sinonimo, nella migliore delle ipotesi, di rispetto forzoso delle leggi sul lavoro, sull’ambiente o sulla sicurezza, o di pagare le tasse. Tutti vincoli vissuti come limite all’unico vero obiettivo dell’impresa capitalistica: la massimizzazione del profitto o, più propriamente e più gravemente, della rendita. Ma in principio non era così. Il “giusto prezzo” è stato uno dei grandi temi dell’economia medioevale, e Antonio Genovesi parallelamente al suo trattato di economia (“Lezioni di economia civile”), aveva scritto nel 1766 la “Diceosina”, ossia un trattato sulla giustizia, che era l’anima della sua intera produzione economica ed etica. La giustizia che conosce – quando la conosce – il nostro capitalismo è simile a quella degli scribi e dei farisei, quella dei vincoli e del rispetto formale e cultuale delle leggi. La domanda sulla giustizia riguarda e giudica l’intero sistema capitalistico attuale, una domanda che però da troppo tempo abbiamo accantonato, soprattutto per una crisi di pensiero critico.

Non si tratta semplicemente di denunciare (giustamente) come ingiusti singoli fenomeni del capitalismo (dai vergognosi stipendi e pensioni di molti alti dirigenti pubblici e privati ai paradisi fiscali, dalle speculazioni che non creano ma distruggono il lavoro alle multinazionali delle scommesse che affamano i poveri con la connivenza delle istituzioni, …), bensì di prendere atto che esiste una inimicizia molto profonda e radicale tra il nostro capitalismo-finanziario e la virtù cardinale della giustizia. Ciò non significa negare che ci sono tante persone che praticano ogni giorno la virtù della giustizia nella vita economica, ma soltanto riconoscere che un sistema fondato sulla ricerca del massimo tornaconto dei proprietari delle grandi banche, delle assicurazioni e delle imprese multinazionali, è in conflitto, come sistema etico, con le esigenze della virtù della giustizia. La giustizia di questo capitalismo non va confrontata, per giudicarla, con quella ancora minore del feudalesimo, ma con quella che potevamo realizzare se non avessimo tradito la vocazione sociale e civile dell’Europa, per seguire le sirene del consumismo e della finanza speculativa. E questo capitalismo che continua a produrre rendite e privilegi per pochissimi, e disoccupazione e marginalità per tantissimi, che scrive leggi che rafforzano quei privilegi e disallineano sempre più i punti di partenza a svantaggio dei deboli e dei poveri, non può avere la giustizia dalla sua parte – deve accontentarsi dell’efficienza, quando ci riesce.

Se volessimo superare questo modello di sviluppo e imboccare decisamente la via della giustizia, dovremmo avere un coraggio civile e una forza di pensiero pari almeno a quelli che generarono il movimento cooperativo europeo, che all’alba del capitalismo aveva tentato un’altra via al mercato e all’impresa, e per questo metteva in discussione i diritti di proprietà, la distribuzione del reddito (un tema ormai uscito dai libri di economia), il potere, l’uguaglianza delle opportunità tra i soggetti economici, senza negare né la libertà né il mercato. La storia del Novecento ha invece prodotto un capitalismo, che è essenzialmente l’immagine in controluce dei nostri vizi e delle nostre, poche, virtù – e per questo può essere sempre cambiato e fatto evolvere in altro, se lo vogliamo.

Lo spettacolo dell’ingiustizia e dell’iniquità continua a dominare la scena di questo mondo. Tanti sono ormai assuefatti ai privilegi e i comfort ingiusti dell’attuale capitalismo, e lo alimentano con le loro scelte quotidiane. Altri, ancora troppo pochi, continuano a pensare e a dire che molte grandi ingiustizie manifeste possono essere eliminate dalla nostra società, e agiscono di conseguenza, come possono. E così continuano, testardamente, ad “avere fame e sete della giustizia”, e, ogni tanto, a sentirsi chiamare “beati”.

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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/2

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire il 18/08/2013 

C’è un forte contrasto tra il profondo senso di giustizia che tutti, anche i malvagi, ci ritroviamo dentro, e il mondo che ci appare come uno spettacolo di generalizzata ingiustizia. <L’uomo nasce libero, ed è ovunque in catene> (J.J. Rousseau). Per molte ingiustizie i tribunali e gli avvocati non bastano, per alcune non servono, perché gli aspetti legali, commutativi e compensabili coprono solo una piccola parte del territorio della giustizia, la cui estensione coincide con quella dell’intera vita in comune.

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Giustizia  (Oltre l’iniquo)

Giustizia (Oltre l’iniquo)

Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/2 di Luigino Bruni  pubblicato su Avvenire il 18/08/2013  C’è un forte contrasto tra il profondo senso di giustizia che tutti, anche i malvagi, ci ritroviamo dentro, e il mondo che ci appare come uno spettacolo di generalizzata ingiustizia. <L’uomo nas...
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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire l' 11/08/2013 

La temperanza è una parola che sta uscendo dal nostro vocabolario civile. Da quello economico è uscita già da molto tempo, per lasciare spazio al suo opposto. La usiamo ormai per le matite, per il clima, per le scale musicali o per il clavicembalo di Bach. Cose anche importanti, ma che non mettiamo al centro della nostra vita civile né del patto sociale.

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Insieme alla temperanza è l’intero lessico dell’etica delle virtù che inclina a scomparire dalla grammatica della vita in comune, e le conseguenze politiche, civili ed economiche di questa eclissi sono tristemente ormai note a tutti.

La nostra civiltà (almeno quella occidentale) rischia di non comprendere più il messaggio di vita buona contenuto nell’etica delle virtù. E ciò dipende da diverse ragioni, da due in modo particolare.

La prima è la scomparsa della categoria di educazione del carattere, a cominciare dall’educazione dei nostri bambini. Ciò che è naturale e spontaneo diventa immediatamente buono, senza bisogno di correggere e orientare comportamenti o inclinazioni spontanei, ma non buoni. Conosco genitori che in nome di non specificate teorie pedagogiche neo-roussoniane lasciano tranquillamente che i loro figli non li chiamino mamma o babbo, ma Luisa e Marco. "Viene loro naturale", argomentano di fronte alle mie perplessità, "perché forzarli?!". L’etica della virtù vive invece di una tensione dinamica tra natura (tutti siamo capaci di virtù) e cultura (c’e però bisogno di esercizio, disciplina e volontà per diventare ciò che già potenzialmente siamo). Per questo grandi coltivatori - spesso anche inconsapevoli - dell’etica delle virtù sono i veri atleti e i veri scienziati. La seconda ragione è il non saper più riconoscere anche un valore nell’esperienza del limite. E se non si è capaci di vedere la positività del limite è impossibile capire e apprezzare le virtù, in particolare quella della temperanza, che consiste proprio nel valorizzare il limite che, come la siepe sul leopardiano colle dell’Infinito, mentre esclude l’orizzonte apre gli «interminati spazi al di là da quella». Forse la scrittura su tavolette di argilla nacque in Mesopotamia perché un messaggero del signore di Uruk non riusciva a parlare.

Di temperanza non si parla più, ma molti, moltissimi, sono in mezzo a noi i cattivi frutti della sua carestia: dalla distruzione dell’ambiente agli stili di vita dei nuovi ricchi e potenti, da come parliamo, scriviamo email, fino alle tragedie famigliari e alle infinite infelicità troppo spesso causate da uomini e donne non più educati al dominio di sé e al controllo delle proprie passioni, cioè alla temperanza.

La temperanza è stata anche una grande virtù economica delle generazioni passate. Essa ha orientato il consumo e soprattutto ha generato quel risparmio che ha consentito lo sviluppo economico del secondo dopoguerra. Una virtù che informava anche la vita degli imprenditori (non dei redditieri, che non mi stancherò mai di distinguere dagli imprenditori e di individuare nel loro proliferare la prima malattia di ogni società decadente), che pur conoscendo l’abbondanza, educavano i propri figli e se stessi al buon uso delle cose e a una certa sobrietà che poteva non umiliare i poveri. La virtù della temperanza mi porta a non consumare oggi una parte di reddito per averlo a disposizione, io e la mia famiglia, domani, e per permettere che altri miei concittadini possano usare per investimenti quella ricchezza durante la mia astinenza. È significativo che la teoria economica classica utilizzasse la stessa parola "astinenza" per giustificare il risparmio, e anche per il digiuno e per la castità, a ricordarci che questi tre fenomeni erano tutti figli di Madonna temperanza.

La nostra cultura economica che poggia sul maggior consumo possibile qui e ora, meglio se a debito, ha invece bisogno del vizio dell’intemperanza (intreccio di avarizia e gola) per potersi auto-alimentare. La natura della virtù della temperanza si comprende se pensiamo che viene sviluppata in un mondo caratterizzato dalla scarsità assoluta di risorse. È bene non abusare dei beni, poiché ciò che io consumo come superfluo è quanto manca all’altro come necessario. Tutto l’insegnamento dei Padri della Chiesa sull’uso dei beni e sulla povertà va letto e compreso in questo contesto di risorse limitate e di rapporti economici come "giochi a somma zero". Come va anche inserita in questo orizzonte di scarsità l’etica contadina imperniata sulla virtù della temperanza, compresa quella sua tipica fioritura che fu il movimento delle casse rurali, soprattutto nel Nord-Est italiano (non è certamente un caso che il Trentino Alto Adige sia oggi all’ultimo posto in Italia per quota di popolazione vittima di quella grave mancanza di temperanza che si chiama azzardo!).

Nel Novecento, con la seconda rivoluzione industriale, pensammo che fosse terminata l’era della scarsità e fossimo approdati nell’eden della infinita riproducibilità dei beni. E si iniziò a guardare il mondo come un luogo di risorse potenzialmente illimitate. Da qui il declino della temperanza come virtù. Peccato che questa stagione dell’illimitatezza sia durata poco più di un baleno, perché prima l’ambiente, poi le energie e l’acqua, e quindi il deterioramento dei capitali civili, relazionali e spirituali ci hanno via via mostrato altri limiti non meno stringenti e gravi di quelli dell’età della scarsità di merci private e di abbondanza di capitali collettivi. Infatti oggi i nuovi limiti sono soprattutto limiti sociali e globali, per i quali sarebbe necessaria un’immediata riscoperta della virtù della temperanza, che andrebbe posta a nuova virtù sociale ed economica.

È ormai improcrastinabile una interiorizzazione del valore del limite, e soltanto una nuova etica delle virtù può farlo, poiché ogni interiorizzazione richiede il saper attribuire un valore intrinseco alle cose al di sopra del calcolo utilitaristico costi-benefici che oggi domina ogni ambito della nostra cultura. Ma mentre ieri esisteva un chiaro rapporto tra la mia temperanza e il mio benessere personale e il nostro bene comune, oggi nell’era della complessità questo nesso si è offuscato. Non è più immediato associare l’uso dell’aria condizionata nella mia abitazione all’aumento della temperatura nelle nostre città (e al successivo ulteriore aumento di uso di aria condizionata, in spirali da cupi scenari futuri). La sola razionalità economica non aiuta in questa presa di coscienza (anzi ci fa sprofondare), perché ci sarebbe bisogno del registro logico della virtù che ci porta a fare una azione perché ne abbiamo interiorizzato il suo valore intrinseco. Se quindi non de-mercantizziamo la nostra società, se cioè non liberiamo dalla logica dei prezzi e degli incentivi importanti aree di vita civile oggi da essi occupate e colonizzate, capiremo sempre meno il valore della sobrietà, dell’astinenza, del controllo di sé, e sempre meno lo capiranno i nostri bambini.

Infine, ieri come oggi, senza temperanza non c’è condivisione dei beni, non c’è la gioia della comunione. Se non ci educhiamo continuamente a delimitare i confini dell’io, condivideremo con gli altri soltanto le briciole di pasti intemperati. Ma così non sperimentiamo la vera fraternità, che è il frutto di scelte costose di chi sa ridurre le ragioni e le regioni del "proprio", per edificare quelle del "nostro", e quelle di tutti.

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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire l' 11/08/2013 

La temperanza è una parola che sta uscendo dal nostro vocabolario civile. Da quello economico è uscita già da molto tempo, per lasciare spazio al suo opposto. La usiamo ormai per le matite, per il clima, per le scale musicali o per il clavicembalo di Bach. Cose anche importanti, ma che non mettiamo al centro della nostra vita civile né del patto sociale.

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Temperanza (oltre la carestia)

Temperanza (oltre la carestia)

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Commenti - Le virtù che non è un lusso investire nel mondo dell'economia

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire il 04/08/2013 

logo_avvenireUno dei paradossi al centro del nostro sistema economico-sociale è la pacifica convivenza tra il radicale rifiuto di padroni e di controlli nella sfera politica e l’altrettanto radicale accettazione di altri padroni e controlli nelle imprese e nelle organizzazioni. Abbiamo fatto e facciamo lotte e rivoluzioni contro tiranni e dittatori, ma non appena lasciamo la piazza e varchiamo i cancelli dell’impresa deponiamo sull’attaccapanni il nostro vestito di cittadino democratico e docilmente indossiamo i panni del suddito regolato e controllato.

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Questo paradosso dipende in buona parte dagli equivoci attorno al termine incentivo, che sta diventando il principale strumento del culto capitalista, una parola magica che tanti invocano, e a tutti i livelli, al punto di poter parlare di una vera e propria "ideologia dell’incentivo" che sta occupando la nostra vita.

Incentivo è in realtà una parola antica. Durante il medioevo l’incentivus (da incinere, cantare e incantare) era lo strumento a fiato, il flauto in genere, al cui suono dovevano accordarsi gli strumenti e le voci del coro. Il flauto è anche lo strumento dell’incantatore di serpenti, che ammaliati da quel dolce suono, vanno docili dove il suono li conduce. L’uso dell’incentivus si è poi esteso dal flauto alla tromba che incitava e ritmava la corsa dei soldati in battaglia. L’incentivo è dunque ciò che sprona, che rende solleciti, che ci spinge ad azioni ardite, che ci incanta col suo suono e ci fa andare dove il suonatore vuole portarci. L’incentivo si presenta come un contratto libero, e per questo affascina. L’impresa capitalistica ci propone uno schema retributivo o di carriera, e noi lavoratori "liberamente" lo accettiamo. Lo scopo, come dice l’antica radice, è accordare i vari membri dell’impresa, fare cioè in modo che il comportamento del dipendente si allinei con l’obiettivo della proprietà dell’impresa, e in mancanza di questo accordo gli obiettivi e le azioni sarebbero naturalmente divergenti, discordanti e scordati.

Per capire la natura dell’ideologia dell’incentivo occorre però guardare la sua storia, che non origina dalla tradizione della scienza economica, ma nasce all’interno delle teorie scientifiche del management. Queste si svilupparono negli Usa a partire dagli anni Venti, quindi tra le due guerre mondiali e in presenza di fascismi, totalitarismi e collettivismi. Una fase di pessimismo civile e antropologicoche, come per Machiavelli e Hobbes, generò una teoria basata su un’idea pessimistica e parsimoniosa della natura umana. All’inizio la logica dell’incentivo fu introdotta tra forti polemiche e discussioni etiche, che però tacquero presto. Durante la guerra fredda il controllo delle persone tramite l’incentivo apparve infatti come una forma di vaccino contro una malattia che appariva molto più grave. Controllo e pianificazione dentro le organizzazioni furono la piccola dose di veleno ingerita per proteggersi dal possibile virus mortale della pianificazione e del controllo totali del sistema illiberale che si stava affermando dall’altra parte del mondo. Così le rinunce alla libertà e all’uguaglianza dentro le imprese apparvero un male necessario per tenere in piedi il sistema capitalistico e la democrazia. Si difese la democrazia politica sacrificando quella economica. Libertà nel sociale e pianificazione nell’impresa. Oggi i sistemi collettivistici appartengono alla storia, eppure quel vaccino continua a essere iniettato nei nostri corpi, e a operare ben oltre l’ambito della grande impresa industriale per la quale era stato pensato all’inizio.

Il principale, grande e nocivo effetto collaterale dell’ideologia dell’incentivo è realizzare un regno di relazioni umane in cui non esiste più nulla che abbia un valore intrinseco, qualcosa che valga prima del calcolo costi-benefici. C’è poi un secondo elemento cruciale, che si chiama potere. L’allineamento prodotto dall’incentivo non è reciproco. La parte potente fissa gli obiettivi e disegna lo schema d’incentivo, e alla parte debole è solo chiesto di allinearsi tramite il canto magico dell’incantatore. L’incentivo è dunque offerto da chi ha potere a chi il potere non ha, per controllarne le azioni, le motivazioni, la libertà. La natura dell’incentivo è consentire la gestione unilaterale del potere, non la reciprocità tra uguali; ed è il controllo, non la libertà, la sua funzione. Il sindacato, ad esempio, non può capire molte ragioni della sua attuale crisi e non ritroverà la sua vocazione se non legge il mondo del lavoro all’interno di questa nuova ideologia.

Infine la cultura dell’incentivo riduce la complessità antropologica e spirituale della persona. La grande cultura classica sapeva che le motivazioni umane sono molte e non riconducibili a un unico metro di misura, tantomeno quello monetario. E sapeva anche che usare il denaro per motivare la gente tende nel tempo inevitabilmente a ridurre le motivazioni intrinseche, e quindi a impoverire di molto le organizzazioni, la società e le persone, che hanno un valore infinito anche perché sappiamo trovare più forme di valore nelle cose e in noi stessi. Per ben intonare le persone dentro le organizzazioni e renderle con-cordi, occorrerebbero invece molti strumenti, tra cui certamente il flauto dell’incentivo, ma solo in accordo con il violino della stima, l’oboe della philia, la viola della riconoscenza. Perché se a suonare è un solo strumento, nei luoghi del lavoro si perdono biodiversità, creatività, gratuità, eccedenza e libertà, e si finisce per tirar fuori dalle persone le note meno squillanti e melodie poco originali e tristi.

Sappiamo bene quanto nella vita quotidiana delle famiglie e della società civile sia necessaria la multidimensionalità degli incentivi e degli ancora più importanti premi (che a differenza degli incentivi riconoscono la virtù, non la creano artificialmente né la controllano). Ma commettiamo l’errore di pensare che nelle imprese gli altri valori non contino, perché troppo alti per sprecarli nel volgare mondo dell’economia. Se così fosse, non si spiegherebbe la storia e il presente di tanta economia cooperativa, sociale e civile, né l’azione di quei molti imprenditori e lavoratori italiani ed europei che, figli e figlie di un’altra cultura economica, spirituale e civile, in questi anni stanno andando avanti reagendo per istinto alla logica degli incentivi, e che ancora resistono a consulenti, banche, istituzioni, che li leggono con gli occhiali dell’ideologia dell’incentivo, e così vorrebbero curarli.

Tutti nel corso della vita abbiamo fatto scelte, dalle piccole e ordinarie a quelle decisive, andando oltre e contro la logica dell’incentivo, preferendo il meno di denaro e di carriera al di più espresso in altri valori. E lo abbiamo fatto, e in tanti continuiamo a farlo, non per eroicità ma per dignità, e per fedeltà a quella parte non-in-vendita che ci abita tutti nel profondo. Nelle pagine della vita di ogni persona e di ogni organizzazione ci sono molte parole scritte con inchiostro simpatico, che la fredda logica dell’incentivo non vede, perché servirebbe il calore degli altri registri relazionali. Ma se queste frasi restano invisibili, non siamo capaci né di raccontare che cosa accade davvero nel mondo del lavoro, né tantomeno di migliorarlo.

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Commenti - Le virtù che non è un lusso investire nel mondo dell'economia

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire il 04/08/2013 

logo_avvenireUno dei paradossi al centro del nostro sistema economico-sociale è la pacifica convivenza tra il radicale rifiuto di padroni e di controlli nella sfera politica e l’altrettanto radicale accettazione di altri padroni e controlli nelle imprese e nelle organizzazioni. Abbiamo fatto e facciamo lotte e rivoluzioni contro tiranni e dittatori, ma non appena lasciamo la piazza e varchiamo i cancelli dell’impresa deponiamo sull’attaccapanni il nostro vestito di cittadino democratico e docilmente indossiamo i panni del suddito regolato e controllato.

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Oltre l'ideologia dell'incentivo

Oltre l'ideologia dell'incentivo

Commenti - Le virtù che non è un lusso investire nel mondo dell'economia di Luigino Bruni  pubblicato su Avvenire il 04/08/2013  Uno dei paradossi al centro del nostro sistema economico-sociale è la pacifica convivenza tra il radicale rifiuto di padroni e di controlli nella sfera politi...
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Commenti - La vecchia idea del benessere, la nuova realtà

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire il 28/07/2013 

logo_avvenirePerché sempre più gente corre nei parchi, pedala lungo le strade, fa ginnastica ballando gioiosamente in gruppo sulle spiagge? Per diverse buone ragioni, ma è certo che il nostro corpo non ha ancora capito che il mondo è cambiato – almeno in molte parti del pianeta –, e continua a renderci piacevoli cibi grassi e calorici, e meno attraenti verdure e cibi magri. E si capisce bene, se pensiamo che per un centinaio di migliaia di anni (se vogliamo limitarci al giovane homo sapiens) abbiamo vissuto in un ambiente povero di calorie essenziali per cacciare, riscaldarsi, fuggire dai predatori, sopravvivere.

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I tempi di cambiamento dell’organismo umano sono molto più lunghi dei mutamenti sociali e culturali. E così, se oggi vogliamo vivere bene dobbiamo correggere i segnali naturali del corpo con attività che consumano quelle calorie che assumiamo in eccesso, cambiando artificialmente stili alimentari, sottoponendoci a diete decennali che ormai assorbono molte risorse individuali e sociali.

Anche il nostro corpo economico-sociale mangia e beve troppe cose che gli fanno male, troppi grassi e zuccheri e pochissime verdure, ma non ha iniziato a correre né a fare diete. I nostri genitori e nonni sono stati gli ultimi eredi di un mondo caratterizzato dalla scarsità assoluta, in cui costante era la minaccia delle carestie e della fame. Così quando in quella cultura si rappresentava il benessere, i suoi simboli erano l’abbondanza, il grasso e soprattutto l’aumento delle cose, in numero e dimensioni, per i singoli (casa, auto...) e per le comunità (dai campanili ai grattacieli).

L’arte, anche quella sacra, rappresentava le persone ricche o sante in sovrappeso. Le canzoni, la religione, il lavoro, i miti erano espressione di un "già" di scarsità e di un "non ancora" di abbondanza, e l’etica era necessariamente tutta costruita sull’accontentarsi e apprezzare il poco. In quella cultura non c’era festa senza eccesso di cibo, di vestiti e di spreco vistoso. Si celebrava così il dove si voleva andare, si alimentavano i sogni di benessere dei poveri, che si sentivano almeno in quei giorno (quasi) come i ricchi. E quei sogni hanno spinto avanti il mondo, perché erano sogni veri e potenti. Se non sappiamo ascoltare l’eco di questa cultura, non capiamo, ad esempio, le nostre nevrosi nei confronti del cibo, o perché continuiamo ad accumulare cose e vestiti negli armadi (qualcuno ha stimato che in un’abitazione media si possono superare i 30.000 oggetti). Questa cultura, però, non associava soltanto il benessere all’abbondanza; lo legava anche alla diminuzione delle relazioni sociali, perché troppo intrecciate con rapporti ineguali e gerarchici, soprattutto per i poveri e per le donne.

Da qui nasce anche la cultura dell’appartamento, che divenne il sogno della giovane coppia che finalmente si emancipava da famiglie patriarcali popolate da troppi padroni, e si costruiva il proprio nido, appartato, nell’intimità dell’agognata libertà da quelle relazioni. Lo sviluppo dei mercati è stato anche visto – e non a torto – come una liberazione da relazioni comunitarie stringenti, da legami che a volte venivano percepiti come lacci. «Che torto ti ho fatto perché tu mi abbia abbandonato? Forse che quell’altro lavora meglio di me», scriveva Luigi Einaudi descrivendo il dialogo tra un ciabattino e un suo compaesano che aveva cambiato negozio (Lezioni di politica sociale, 1949). Siamo stati educati nel paradigma del "buono" associato al "grasso", del benessere legato al molto, del meglio sinonimo del "di più", della crescita misurata con l’aumento delle cose possedute individualmente o come famiglia. Questo abbiamo augurato ai nostri figli. Oggi l’ambiente non sostiene più questo umanesimo della quantità, e, d’altro canto, quei beni relazionali che ieri erano abbondanti al punto da percepirli come dei mali – e a volte lo erano realmente – stanno diventando i beni più scarsi, ricercati, preziosi.

Tanti darebbero interi patrimoni per un incontro di vera gratuità, (e non di rado li dilapidiamo anche per la gratuità finta, tanto la bramiamo). Tuttavia, i codici simbolici e comunicativi della politica, dell’economia, dei media, della pubblicità (anche di quella rivolta ai bambini, tutta centrata sul cibo e sulle cose) sono ancora quelli del vecchio mondo, e ci spingono al consumo di "cose" e ad auto-produrre solitudine. E, come logica conseguenza di questo rapporto squilibrato, non facciamo abbastanza per lo scandalo epocale della troppa gente che ancora vive malissimo e muore di fame. Dovremmo aggiornare presto il nostro vocabolario della vita buona, a partire dalla scuola. Non dico di non studiare più Verga, Rabelais o Dickens, né abbandonare le fiabe classiche legate al mondo della mancanza di merci e di cibo. Dovremmo però affiancare altre immagini e simboli a questi grandi "luoghi" educativi, che associno in modo non banale e buonista il benessere alle relazioni, alla crescita in gratuità e in libertà. Li troveremmo anche nei classici, ma dobbiamo lavorare di più per inventarne di nuovi, e non vivere di rendita anche in campo educativo e culturale.

Qualcosa si vede già, ma non è sufficiente. Ci servono molte più storie sulla ricchezza delle relazioni, che abbiano la forza di quelle che nei tempi della scarsità e della fame ci facevano sentire i sapori delle salsicce e vedere il luccichio dei gioielli. Servono altri Paesi della cuccagna, ma capaci come quelli di farci sognare, desiderare. Il nostro tempo parla molto di relazioni, ma non abbiamo ancora scritto nuovi miti e grandi narrative capaci di commuovere i cuori e muovere i passi all’azione individuale e collettiva. Eppure è fin troppo evidente che l’Europa, soprattutto quella del Sud, ritroverà la sua via al ben-essere e al ben vivere, anche economico, se riscriveremo l’immaginario collettivo del benessere. E anche di quello del cibo, se è vero che niente come il mangiare dice la qualità delle relazioni in una famiglia e in una comunità – il primo segnale della povertà relazionale del nostro tempo è la cultura del panino solitario (vedremo se all’Expo2015 sapremo mettere la relazione al centro del "nutrire il pianeta").

L’Europa può farcela, perché ha una straordinaria storia di successi civili ed economici nati da comunità reali, da territori fertili, da gente che sapendosi incontrare nella diversità ha saputo inventare democrazia e mercati. E se vuole può reinventarli anche oggi. Il portafoglio più importante non è mai stato, né è, quello dei titoli, ma quello dei nostri rapporti, soprattutto durante le crisi. «Un artista non è mai povero», esclamava Babette al termine del suo meraviglioso pranzo. In realtà l’arte di Babette non era soltanto quella culinaria, era anche l’arte delle relazioni. I beni, anche quelli economici, sono importanti, ma diventano benessere solo nella convivialità, quando le merci sono veicolo di incontri, ponti e non muri. Parliamo allora meno dei beni che consumiamo e più di noi, alziamo gli occhi da vivande e oggetti e incrociamo quelli degli altri.

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Commenti - La vecchia idea del benessere, la nuova realtà

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire il 28/07/2013 

logo_avvenirePerché sempre più gente corre nei parchi, pedala lungo le strade, fa ginnastica ballando gioiosamente in gruppo sulle spiagge? Per diverse buone ragioni, ma è certo che il nostro corpo non ha ancora capito che il mondo è cambiato – almeno in molte parti del pianeta –, e continua a renderci piacevoli cibi grassi e calorici, e meno attraenti verdure e cibi magri. E si capisce bene, se pensiamo che per un centinaio di migliaia di anni (se vogliamo limitarci al giovane homo sapiens) abbiamo vissuto in un ambiente povero di calorie essenziali per cacciare, riscaldarsi, fuggire dai predatori, sopravvivere.

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Non per dieta. Per umanità

Non per dieta. Per umanità

Commenti - La vecchia idea del benessere, la nuova realtà di Luigino Bruni  pubblicato su Avvenire il 28/07/2013  Perché sempre più gente corre nei parchi, pedala lungo le strade, fa ginnastica ballando gioiosamente in gruppo sulle spiagge? Per diverse buone ragioni, ma è certo che il n...
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Commenti - La regola aurea della «reciprocità»

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 21/07/2013 

logo_avvenireDovremmo approfittare di questo tempo duro per riflettere, più in profondità e più assieme, sulla natura di quell’attività umana fondativa e fondamentale che chiamiamo la­voro. A questo scopo, ipotizziamo, con un e­sperimento mentale, che una colonia di no­stri concittadini si trasferisca in un’isola de­serta per abitarla. Una volta approdati e siste­mati capirebbero presto che per far crescere e sviluppare le loro famiglie e il villaggio è opportuno passare da un’economia 'domesti­ca' di auto-produzione a una economia 'politica' di scambio, dove ognuno si adoperi af­finché ciò che sa fare sia utile agli altri, e o­rientare così a proprio vantaggio il lavoro de­gli altri abitanti.

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Se poi tra quegli abitanti ci fossero delle per­sone con abilità che non incontrano i bisogni degli altri, queste persone dovrebbero essere capaci di convincere qualcuno dell’utilità del­le cose che sanno fare. E se non ci riuscissero, dovrebbero presto imparare a fare altri me­stieri, per non finire tra i mendicanti e dipen­dere dalle elemosine - «Solo il mendicante – ci ricordava Adam Smithsceglie di dipendere principalmente dalla benevolenza dei suoi concittadini» (La ricchezza delle nazioni, 1776).

Questo semplice esperimento può, allora, ri­velarci tre verità a un tempo fondamentali e trascurate: che i beni diventano ricchezza e ben-essere grazie al nostro lavoro; che lavora­re, in una economia di mercato, è essenzial­mente una faccenda di reciprocità; che un si­stema economico si inceppa quando si inter­rompe questa catena di reciprocità lavorativa. Nel corso della storia ci sono statialtri sistemi per organizzare la vita in comune di piccole e grandi comunità. La più antica è la gerarchia sacrale, mentre le più rilevanti su larga scala sono state le varie forme di economia piani­ficata collettivista del Novecento. Tra le alter­native al mercato (che io chiamo civile) c’è an­che il recente capitalismo finanziario globale, che non si è fondato sulla reciprocità dei bi­sogni ma sull’avidità e sulle rendite (la rendi­ta è una deviazione dal principio del buon mercato, proprio perché nega la reciprocità dei bisogni).

C’è poi un’altra possibilità, di gran lunga più affascinante, che torna spesso in ambienti cul­turali critici della modernità e del mercato. Questa visione 'romantica' non accetta che siano il lavoro e i bisogni reciproci a orienta­re le attività da svolgere nell’'isola', perché – a dire di chi la coltiva – sarebbe più dignitoso ed etico che ciascuno svolgesse l’attività che ama senza dipendere dagli altri nel mercato, e che lo 'Stato' offrisse a tutti un giusto sala­rio (senza spiegare con quali redditi, e pro­dotti da chi).

Che cosa accadrebbe nell’'isola' se si affer­masse questa visione? Si creerebbe senz’altro un eccesso di attività in sé piacevoli perché arrecano una ricompensa intrinseca a chi le pratica per vocazione e passione. L’elenco di queste attività è semplice da fare: l’osserva­zione degli astri, la scrittura di gialli, la colle­zione di farfalle, studiare economia, ecc. Al tempo stesso, ci ritroveremmo in una comu­nità dove mancherebbero molti mestieri non particolarmente piacevoli, ma molto utili a tutti: spazzini, manutentori delle fogne, mi­natori, becchini, ecc. Una società dove le per­sone non si incontrerebbero tra di loro, per­ché troppo occupati a coltivare, narcisistica­mente, i propri interessi. I due elenchi si allungano di molto se, lascia­ta quella ipotetica isola, ci spostiamo nelle no­stre città complesse, dove tante persone svol­gono lavori che non trovano molto piacevoli (o non abbastanza per svolgerli otto ore al gior­no, per decenni), ma che sono utili agli altri, e spesso indispensabili al ben vivere della no­stra società. In questa lunga fase di crisi del lavoro, che du­rerà ancora molti anni, dobbiamo tener ben presente che la natura più vera del lavoro è la reciprocità, l’incontro di bisogni. Il lavoro ci le­ga gli uni agli altri, è il principale cemento del­la società, persino quando questa reciprocità convive con asimmetrie di potere, denaro, re­sponsabilità – anche se queste asimmetrie so­no sempre una minaccia alla durata e dignità di ogni reciprocità. Lavorare è un’ottima cura di ogni forma di narcisismo, perché ci spinge a metterci nei panni degli altri, e a chiederci: «Che cosa di ciò che so fare, o che potrei fare, interessa anche gli altri?».

Una virtù che aiuta a vivere bene in una economia di mercato è l’empatia, il saper anticipare e intuire i bisogni e i desideri degli altri, e cercare di soddisfarli. Il mercato civile è un meccanismo sociale attraverso il quale ci scambiamo beni e servizi che non verrebbero all’esistenza se ciascuno seguisse soltanto le proprie aspirazioni e vocazioni e il piacere individuale.

È anche da questa prospettiva che si può cogliere il significato più proprio della parola interesse. L’interesse è certamente ciò che mi interessa, ma è anche ciò che interessa agli altri, è la relazione che sta tra di noi (inter-esse) e che ci consente di incontrarci. Il secondo messaggio riguarda il rischio di non reciprocità lavorativa che s’insinua spesso nelle nostre imprese e organizzazioni. La vera reciprocità nella vita civile e nel lavoro non è semplice, richiede sempre creatività e impegno in tutte le parti coinvolte. Così accade che, per evitare questa fatica, si cerchino e imbocchino scorciatoie. Pensiamo, ad esempio, a quelle comunità pre­moderne dove le attività di cura erano assegnate alle donne che le dovevano svolgere per 'vocazione', una vocazione che consisteva nel servire tutta la vita altri (maschi soprattutto), i quali pensavano che i propri bisogni di cura e di accudimento fossero soddisfatti dalla vocazione di mogli, figlie, sorelle o suore. È un enorme miglioramento in umanità e dignità che molte di queste attività di cura passino oggi per il mercato (possibilmente civile e non capitalistico), un mercato che in questi casi può diventare un prezioso alleato della reciprocità – anche questo è sussidiarietà.

Non cercare e non arrivare alla reciprocità nel lavoro è sempre una scelta parziale e sbagliata. Un mio amico cooperatore sociale si recò un giorno nel carcere della sua città per iniziare lì un’esperienza lavorativa con dei giovani. «Trovai il lavoro delle barbies», mi disse. Quei ragazzi facevano lavori finti, perché svolgevano attività senza reciprocità, ideate allo scopo di tenerli occupati, e quindi dei non-lavori utili a nessuno, tantomeno a loro. «Non devo darmi pace finché questi giovani non si sentiranno utili alla nostra città», continuò. E così mise tutta la sua passione e il suo ingegno per trovare un lavoro vero per quei ragazzi, attività che fossero un’autentica esperienza di reciprocità.

E ci riuscì, come ci riescono tanti imprenditori sociali e civili, anche in questa età di crisi, che innovano veramente perché e quando non si accontentano dell’inclusione produttiva ma vogliano e cercano la reciprocità, dove tutti danno e tutti ricevono. Sono convinto che la nostra crisi dipenda anche dall’aver creato nei decenni passati troppi 'lavori' – e non solo nel settore pubblico – che si sono arrestati prima della reciprocità, per insufficiente creatività e impegno da parte di imprenditori, lavoratori, e istituzioni. Eppure, ci sono poche esperienze umane più dolorose di quella di sentirsi fuori dall’intreccio di reciprocità di cui è intessuta la vita in comune. La pensione è spesso una esperienza molto dolorosa se chi lascia il lavoro non continua a sentirsi, in altri modi, utile ai propri concittadini. Ritrovarsi disoccupato è tragico non solo perché si perde lo stipendio, ma perché si esce da questa rete di reciprocità, «la legge del Moderatore del mondo, che ci comanda di ingegnarci di essere gli uni utili agli altri» (Antonio Genovesi, 1767). Dalle crisi economiche e sociali si esce riattivando la reciprocità lavorativa. E per farlo occorre saper guardare il mondo che ci circonda anche con gli occhi degli altri.

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Commenti - La regola aurea della «reciprocità»

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 21/07/2013 

logo_avvenireDovremmo approfittare di questo tempo duro per riflettere, più in profondità e più assieme, sulla natura di quell’attività umana fondativa e fondamentale che chiamiamo la­voro. A questo scopo, ipotizziamo, con un e­sperimento mentale, che una colonia di no­stri concittadini si trasferisca in un’isola de­serta per abitarla. Una volta approdati e siste­mati capirebbero presto che per far crescere e sviluppare le loro famiglie e il villaggio è opportuno passare da un’economia 'domesti­ca' di auto-produzione a una economia 'politica' di scambio, dove ognuno si adoperi af­finché ciò che sa fare sia utile agli altri, e o­rientare così a proprio vantaggio il lavoro de­gli altri abitanti.

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Gli occhi giusti del lavoro

Gli occhi giusti del lavoro

Commenti - La regola aurea della «reciprocità» di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 21/07/2013  Dovremmo approfittare di questo tempo duro per riflettere, più in profondità e più assieme, sulla natura di quell’attività umana fondativa e fondamentale che chiamiamo la­voro. A questo scop...
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Commenti - Un bene scarso e prezioso: la stima

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 14/07/2013

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La stima è un bene sempre più scarso nelle nostre società, e quindi sempre più prezioso. La ‘domanda’ di stima cresce, ma non c’è sufficiente ‘offerta’, poiché siamo tutti intenti a cercarla e non abbiamo tempo e risorse per offrirla agli altri che, come noi, la cercano, la desiderano, la agognano. Avremmo bisogno di molta più stima di quella che riusciamo ad offrire, come ci ricordano nel libro L’economia della stima l’economista Geoffrey Brennan e il filosofo Philip Pettit. [fulltext] => La carestia di stima è una espressione di un tipico fallimento della nostra società di mercato, dove cresce lo spazio dei mercati e, come conseguenza, diventano drammaticamente scarsi i beni che non si possono comprare, beni che sono spesso quelli davvero essenziali per una buona vita individuale e sociale. Siamo così caduti in una carestia generalizzata di beni liberi non di mercato, e tra questi la stima.

La stima vera non è una merce. Ma il mercato capitalistico conosce la fame di stima non soddisfatta che c’è nel mondo, e cerca di offrire merci sostitute della stima. Queste merci sono soprattutto i ‘beni posizionali’, quelle merci che acquistiamo anche per soddisfare il nostro bisogno di attenzione, riconoscimento, di distinzione e persino stima da parte degli altri.

La ricerca dei beni posizionali è esistita in tutte le società, ma oggi questi beni stanno invadendo le nostre società individualiste e solitarie, dove mancando linguaggi più ricchi per dire chi siamo agli altri, la principale lingua che ci resta è quella del consumo vistoso. Il grande fascino che esercitano su di noi le merci dipende anche dal fatto che noi ‘parliamo’ con le cose che possediamo (e che non possediamo), una lingua che usiamo tanto più quanto più ci sentiamo analfabeti di altri linguaggi, salvo poi scoprire – quando lo scopriamo – che le cose che riusciamo a raccontarci con questa lingua sono troppo poche e povere, e mai quelle decisive per la nostra felicità. La lingua delle merci rischia di diventare il nuovo esperanto di persone sole in cerca di stima e di felicità nei modi e nei luoghi sbagliati.

La stima non è facile da individuare perché si trova spesso mescolata con altri sentimenti umani, tra i quali il riconoscimento, il fascino, il rispetto, l’attrazione, e soprattutto l’ammirazione. La stima ha però i suoi tratti distintivi e peculiari.

Innanzitutto la stima è faccenda di gratuità, non solo perché non può essere comprata né venduta, ma perché può solo essere donata liberamente e sinceramente. La sincerità, infatti, è essenziale: se colui al quale esprimo la mia stima percepisce o pensa che gli sto dicendo la mia stima solo per farlo felice o, magari, per pietà, la gioia della stima vera si tramuta nel suo opposto. L’esigenza di verità prevale sul bisogno di stima. Un meccanismo relazionale di cui sono consapevoli educatori e insegnanti. Se, infatti, uno studente legge un apprezzamento di un docente come non sincero, quella “stima” produce l’effetto di scoraggiamento e di riduzione di auto-stima. La stima finta si chiama anche adulazione (di cui sono inondati i potenti, che sono grandi indigenti di stima), ma può essere anche il risultato di scorciatoie prese per non aver voluto investire il tempo necessario per scoprire le ragioni della vera stima.

La stima ha poi bisogno della parola, meglio se orale e senza mediazioni. La stima va detta, va pronunciata. Non è un “I like”. Anche per questo la stima, a differenza dell’ammirazione, nasce solo tra persone legate da un rapporto personale. Posso ammirare un grande atleta o uno scrittore, ma perché si passi dall’ammirazione alla stima occorre che inizi un rapporto personale tra noi, è necessario che parliamo.

La stima, diversamente dal fascino o dall’attrazione che possono nascere anche da aspetti estetici o particolari doni (bellezza fisica, intelligenza …), sorge solo per ragioni morali. Non si stima l’altro per i suoi occhi verdi, ma per la sua virtù. Si può essere attratti o affascinati da un aspetto specifico di una persona (es. un talento), ma la stima è sempre un giudizio globale e sintetico sulla persona intera (e per questo la desideriamo tanto). E per questa sua natura globale, la stima è un processo, un cammino accidentato e fragile. La stima si origina sempre da un primo incontro, quando siamo colpiti da un aspetto dell’altro (onestà, bontà, rettitudine …). Ma la conoscenza e la frequentazione della persona che stimo può rivelarmi altre dimensioni del suo carattere che non meritano la mia stima, fino ad arrivare nel tempo alla triste e comune frase “non lo stimo più”, una frase tristissima e spesso fatale quando viene pronunciata nei confronti del proprio coniuge, dopo anni di matrimonio, di stima, di esercizio di “amarsi e onorarsi”. È a questo punto che inizia, se lo vogliamo e ne abbiamo le risorse morali e spirituali, l’ascetica della stima, quel processo doloroso, luogo ma anche sublime di ritrovare nuove ragioni per tornare a stimare una persona che non si stima più, e dal quale magari non si sente più stimata – essendo un bene relazionale, la stima è profondamente intrecciata con la reciprocità (“gareggiate nello stimarvi a vicenda”), che complica e arricchisce tutto il processo – la stima di chi non si stima, ad esempio, non genera alcuna gioia. Anche per questa ragione la stima vera è sempre dono, e per-dono.

Infine, la poca stima che esiste nel mondo dipende anche, e forse soprattutto, dalla scarsità di persone capaci di trovare ragioni di stimabilità negli altri. Molte persone che ci appaiono non meritevoli di stima in realtà se fossero viste con gli occhi giusti rivelerebbero almeno un aspetto di verità, bontà e bellezza, che potrebbe diventare una via di accesso alla stima. Ma questi “occhi”, questi sguardi profondi nell’anima degli altri, sono troppo rari nella nostra società. Noi sappiamo, o quantomeno intuiamo, di avere in noi qualcosa di stimabile, e ci sentiamo vittima di una vera e propria ingiustizia quando gli altri non si accorgono del bello che abbiamo e che siamo. La sensazione di non essere stimati abbastanza, perché non conosciuti e riconosciuti veramente, è tra quelle più profonde, dolorose e durature dell’esistenza. Ho avuto il dono di avere per amici alcune persone che hanno stimato delle cose belle in me ancor prima che io stesso mi accorgessi della loro presenza: la loro stima le hanno fatte fiorire e maturare. Questa stima profonda ha la capacità di trasformare i ‘non ancora’ in ‘già’. Una delle funzioni preziose che hanno i carismi nella storia è generare persone portatrici di questi sguardi capaci di far affiorare la stimabilità in tante persone che non si stimano, e quindi non stimano gli altri e la vita. Nelle persone ci sono troppe dimensioni di bellezza, verità e bontà che appassiscono e muoiono perché non trovano occhi capaci di vederle, amarle, e farle risorgere.

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Commenti - Un bene scarso e prezioso: la stima

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 14/07/2013

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La stima è un bene sempre più scarso nelle nostre società, e quindi sempre più prezioso. La ‘domanda’ di stima cresce, ma non c’è sufficiente ‘offerta’, poiché siamo tutti intenti a cercarla e non abbiamo tempo e risorse per offrirla agli altri che, come noi, la cercano, la desiderano, la agognano. Avremmo bisogno di molta più stima di quella che riusciamo ad offrire, come ci ricordano nel libro L’economia della stima l’economista Geoffrey Brennan e il filosofo Philip Pettit. [jcfields] => Array ( ) [type] => intro [oddeven] => item-odd )

Oltre la lingua delle merci

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Commenti - Un bene scarso e prezioso: la stima di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 14/07/2013 La stima è un bene sempre più scarso nelle nostre società, e quindi sempre più prezioso. La ‘domanda’ di stima cresce, ma non c’è sufficiente ‘offerta’, poiché siamo tutti intenti a cercarla e n...
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Commenti - Capitalismo finanziario e antidoti

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 07/07/2013

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Per capire che cosa veramente si cela die­tro le crescenti resistenze alla chiusura domenicale dei negozi, dobbiamo avere il co­raggio di fare seriamente i conti con la natu­ra antropologica e cultuale del nostro capita­lismo. Il filosofo Walter Benjamin nel 1921 scri­veva che «nel capitalismo bisogna scorgervi u­na religione, perché nella sua essenza esso serve a soddisfare quelle medesime preoccu­pazioni, quei tormenti, quelle inquietudini, cui in passato davano risposta le cosiddette re­ligioni. (…) In Occidente, il capitalismo si è sviluppato parassitariamente sul cristianesi­mo » (Il Capitalismo come religione, 1921). E con capacità profetica aggiungeva: «In futuro ne avremo una visione complessiva».

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Infatti, la natura religiosa del capitalismo è oggi molto più evidente che negli anni Venti, se pensiamo quanto sono diventanti esigui i territori della vita non in vendita. Una reli­gione pagana e di solo culto, che cerca di pren­dere il posto del cristianesimo (non di qual­siasi religione), anche perché è dall’umanesi­mo ebraico-cristiano che è stato generato. La modernità, allora, non sarebbe una de-sacra­lizzazione o disincanto del mondo, ma l’af­fermazione di una nuova religione, o la tra­sformazione dello spirito cristiano nello 'spi­rito' del capitalismo. Una tesi forte, inevita­bilmente controversa, ma che coglie senza dubbio una dimensione fondamentale del no­stro tempo, colta anche dal genio filosofico di Antonio Rosmini quando il capitalismo era ancora ai suoi albori.

Gli intrecci tra cristianesimo e capitalismo so­no profondi fin dalle loro origini. Il capitali­smo prende il proprio lessico dalla Bibbia (fe­de-fiducia, credito-credere...), e gli stessi e­vangelisti usano il linguaggio economico del loro tempo per comporre similitudini e para­bole. E non capiamo Medioevo, Riforma e Mo­dernità senza le tante intersezioni tra grazia e denaro. Ma solo in epoca recente il capitali­smo ha rivelato pienamente la sua natura di religione pagana. Non c’è soltanto la devo­zione alla dea fortuna, divinità suprema del­la legione di 'giochi' che sta possedendo nuo­ve categorie di poveri. Non ci sono soltanto i centri commerciali disegnati a forma di tem­pio, né solo la cultura di quelle società di mul­ti-level marketing che iniziano col segno del­la croce le loro sedute in cerca di nuovi fedeli del loro prodotto-feticcio, e neanche soltan­to la creazione di un sistema finanziario ba­sato sulla sola fede senza più alcun rapporto con l’economia reale.

Questa nuova religione ci promette, ci offre, molto di più: una pseudo-eternità, un surro­gato della vita eterna. La mia auto in quanto singolo prodotto invecchia e si deteriora, ma, se ho il denaro o credito, posso acquistarne immediatamente un’altra nuova, vincendo così la morte. Fino all’apoteosi della chirurgia estetica, l’elisir dell’(illusione) dell’eterna gio­vinezza. Come ogni religione pagana celebra il piacere e la giovinezza, e così non vuol ve­dere e nasconde la morte (anche dentro l’idea orgogliosa di quell’autodeterminazione che si fa eutanasia e suicidio assistito). La na­sconde perché troppo vera per essere da es­sa capita: chi incrocia più un funerale lun­go le nostre strade? Chi vede più i bambini attorno al capezzale di un nonno defunto? Così da idolatria, malattia di ogni civiltà reli­giosa, il culto del denaro si è trasformato con il capitalismo in una vera e propria religione, con propri sacerdoti, chiese, incensi, liturgie e santi, con un culto feriale a orario conti­nuato, un’adorazione perpetua che non si in­terrompe né di sabato, né di venerdì, né tan­tomeno di domenica. È quindi una pia illu­sione pensare che la cultura capitalista pos­sa rispettare il riposo domenicale: in quella re­ligione non c’è domenica, perché ogni gior­no è il giorno del culto. Non c’è coabitazione tra la cultura della domenica e la cultura del capitalismo.

I capitalismi, però, non sono tutti uguali – o almeno non lo erano fino ad epoca recente. L’Europa, in particolare, ha generato una sua propria via al capitalismo, che è stato l’ap­prodo di un modo di intendere l’economia e la società, nato anche dal cuore dei carismi monastici, francescani, domenicani. La Rifor­ma e la Controriforma hanno inferto una profonda ferita a quell’economia di mercato che aveva fatto grandi e bellissime Firenze, Venezia, Lisbona.

La lunga storia europea, con la sua grande esperienza di società diverse e meticce, è stata capace di dar vita ad un capitalismo sociale o, come preferisco dire, a una economia di mercato civile che ha consentito i miracoli economici, la fioritura del movimento cooperativo (la più grande esperienza di economia di mercato non capitalistico della storia), il grande progetto di un’Europa unita, e la realizzazione di uno Stato sociale e comunitario che il mondo civile ci invidiava. Il nostro capitalismo è stato diverso, non dimentichiamolo oggi nell’età della globalizzazione, perché era basato su una idea di mercato solidale e comunitario. Se il nostro capitalismo civile fosse ancora vivo, non dovrebbero esistere società di giochi e scommesse 'legali' che 'donano' un volgarissimo 0,0001% degli enormi profitti a fondazioni per la cura delle dipendenze dall’azzardo da loro create. Come non dovrebbero esistere fondazioni ed enti pubblici che accettano queste elemosine, disoneste e mortifere. E non dovrebbero esistere cittadini europei che assistono silenti a questi sacrifici umani ai nuovi dei pagani. E invece esistono e proliferano, complici i governi, anche per mancanza di forza politica, per assenza di pensiero profondo, e per la latitanza di una società civile matura e responsabile. Le Chiese, in particolare la Chiesa cattolica, nel Ventesimo Secolo avevano individuato il nemico della fede nei grandi sistemi collettivisti, e sono state protagoniste nel crollo di quei muri. E mentre la polvere di quel crollo si alzava, la voce del Papa non mancò di avvertire che un’altra forza presuntuosa e 'selvaggia' continuava a minacciare l’uomo e la donna del nostro tempo.

Non c’è, però, ancora la consapevolezza diffusa del pericolo non meno devastante e anti-cristiano del capitalismo finanziario, che, anche per la nostra distrazione, sta dominando e paganizzando il mondo. L’uomo del capitalismo non può essere evangelizzato, perché ha già il suo vangelo, che chiede molto meno del Vangelo di Gesù.

La buona battaglia per salvare la domenica, anche come giorno liberato dalla cultura del mono-mercato, ha senso se è segno di una rinascita di un pensiero politico ed economico diversi, che metta in discussione i dogmi e i tabù del culto dei mercati. Le radici cristiane e umanistiche dell’Europa non possono essere invocate solo per riconoscere da dove veniamo, dovrebbero anche indicarci dove dobbiamo andare. E sono negate e osteggiate proprio perché segno di contraddizione, perché risorse morali utili per tracciare una rotta alternativa rispetto a quella che si vuole imporre. L’impero del capitalismo finanziario e della sua religione è destinato, come tutti gli imperi della storia, a crollare, e sono molti i segni che dicono che il suo crollo non è distante. Dobbiamo sentire forte la responsabilità di agire e reagire subito per far sì che tra due-tre decenni i nostri nipoti crescano liberati dai totem e i tabù che hanno occupato il nostro tempo e persino le nostre anime.

Tutti i commenti di Luigino Bruni su Avvenire sono disponibili nel menù Editoriali Avvenire  

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Commenti - Capitalismo finanziario e antidoti

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