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per 8 puntate
di Francesco Anfossi
pubblicato su Famiglia Cristiana il 26/10/2017
"Benedetta economia!" è il nuovo programma di Tv2000 che propone una lettura inedita dell’economia dei nostri giorni. Otto puntate, otto brani diversi della Bibbia, per scoprire cosa ci sia di antico e di nuovo all’origine di quella “economia dell’esclusione e dell’iniquità” condannata da Papa Francesco nell’esortazione apostolica ’Evangelii Gaudium’.
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È la nuova sfida di Luigino Bruni, economista, docente della Lumsa e appassionato biblista (i lettori di Avvenire conoscono bene i suoi appassionati articoli domenicali dedicati a una lettura teologica dei fenomeni economici). I suoi ospiti si confronteranno in studio con Bruni e con la bravissima Eugenia Scotti sulle contraddizioni dell’economia del terzo millennio: la precarietà del lavoro, un capitalismo piegato alle logiche della finanza speculativa, un mondo del commercio senza orari né feste, le differenze ormai abissali tra gli stipendi degli operai e quelli dei manager, l’inganno di una meritocrazia che finisce per assegnare ai poveri l’intera colpa della loro condizione. La prima a intervenire in studio sarà Susanna Camusso, poi via via Brunello Cucinelli, Cesare Romiti, Elsa Fornero, Giulio Tremonti, Suor Giuliana Galli, Johnny Dotti, Bill Niada: otto incontri per capire insieme come tradurre nella pratica quotidiana l’esortazione di Papa Bergoglio “ad un ritorno dell’economia e della finanza ad un’etica in favore dell’essere umano”.
“Abbiamo cercato di creare un programma un po’ diverso che mettesse insieme una riflessione sull’economia di oggi a partire dalla tradizione biblica”, spiega lo studioso di Economia civile, allievo del caposcuola Stefano Zamagni. “La Bibbia ha ancora qualcosa da dire o è solo una faccenda per il culto e per la messa? Io ho lanciato questa proposta. L’economia oggi ha bisogno di parole nuove quelle del Novecento sono logore allora nei tempi di crisi di parole logore bisogna tornare alla fonte. Siccome da anni mi occupo di questo di rilettura della Bibbia a partire dalla domande economiche allora ci siamo detti: scegliamo otto temi dal lavoro al perdono dalle beatitudini a Noé (il tema del giusto che salva tutti) vedere che queste pagine ci interessano ancora oggi hanno da dire delle cose importanti oggi”.
Recentemente papa Francesco ha ribadito l’esigenza di pagare le tasse.
“Papa fa bene a ribadire che le tasse vanno pagate. E’ un grande tema della dottrina sociale della Chiesa. Da San Paolo ad oggi è una questione che attraversa il cristianesimo nel profondo e tocca i rapporti tra religione e politica. I cristiani sono abitanti di un regno diverso, ma sono anche cittadini del mondo. Basta citare la lettera a Diogneto”.
Dunque il cristiano deve pagare le tasse fino all’ultimo centesimo.
“Sappiamo anche che ci sono state all’interno della Chiesa dei momenti in cui i cristiani hanno scelto di non pagare le tasse per non essere complici di un regime che compiva solo nefandezze. Ad esempio durante le persecuzioni dei primi secoli nell’Impero. Ci sono stati episodi in cui una forma di protesta e di libertà dagli imperatori consisteva nel rifiutare di partecipare alla vita civile e dunque nel rifiutare di pagare le tasse”.
Dobbiamo riferirci solo ai primi secoli, dalla persecuzione di nerone in poi?
“Certamente no. Anche in epoca moderna c’è stata qualche forma di ribellione, come durante le dittature sudamericane, che Francesco conosce bene avendo vissuto in quel periodo. Ma anche in Italia il Non Expedit è stato interpretato con l’obiezione fiscale. Ma sono casi marginali. La linea della Chiesa è quella di comportarsi da buoni cittadini e dunque da buoni contribuenti. Il papa fa bene a ricordarlo”.
Eppure l’Italia è uno dei Paesi in cui si pagano più tasse a fronte di meno servizi. Il fisco è avvertito da tanti come una vessazione, soprattutto in tempi di crisi.
“E’ un momento di crisi del patto sociale. Tanti non capiscono perché le tasse vanno pagate. Le tasse hanno sostanzialmente tre funzioni. La prima è la costruzione dei beni pubblici (le strade, la sicurezza, i lampioni, le scuole pubbliche, gli ospedali); la seconda è la redistribuzione del reddito dai più ricchi ai più poveri; la terza serve a favorire i beni di merito e sfavorire il consumo dei beni non di merito”.
Una funzione morale, si potrebbe dire
“Esattamente. Si tassano gli alcolici e le sigarette (che fanno male alla salute pubblica) e si mettono meno tasse per il pane e il latte. In questo modo lo Stato dà un indirizzo morale alla sua tassazione, utilizza il fisco per far capire cosa fa bene e cosa fa male. Ma oggi il problema è un altro”.
E quale?
“Se noi non diamo più un senso del perché i ricchi devono dare ai poveri, è un dramma. La società è un corpo unico: la ridistribuzione delle risorse serve a considerarla una comunità di gente che si aiuta reciprocamente, un organismo solidale. Ma se uno nega questa logica è finita. La società si frantuma come un cristallo in tanti piccoli egoismi. E i politici di oggi sono bravissimi a sfruttare queste pulsioni individualiste, per esempio assicurando che non metteranno le mani nelle tasche degli italiani e via dicendo. Ma così viene meno il senso di appartenenza, lo Stato non è più una comunità dove chi ha più risorse ne dona una parte a chi ne ha meno perché nella vita è stata più sfortunato”.
Dunque i recenti referendum sull’autonomia di Veneto e Lombardia, che chiedono di trattenere le tasse versate, si inseriscono in queste preoccupazioni?
“Certamente, e infatti si lega alle preoccupazioni dei vescovi recentemente espresse”
E’ per questo che papa Francesco ribadisce il concetto?
“Il papa intuisce queste cose. Oggi il vero rischio è lo sfaldamento dello Stato basato sull’individualismo. Le istituzioni sono dei beni comuni che se nessuno se ne occupa si distruggono: Province, Regioni, Comuni, Europa, tutte realtà costruite da chi voleva il bene comune. Le tasse sono una forma di mantenimento di questo bene comune. E’ più che mai opportuno pagare le tasse. Un Paese che ne paga poche vuol dire che dimentica i poveri”.
Ma se il cittadino ha la percezione che finiscano nelle tasche sbagliate, come greppia della corruzione e del clientelismo…
“Questo è un altro discorso, serve vigilare. Ma un Paese che riduce l’imposizione fiscale tende a ridurre i beni pubblici e il Welfare. E questo piace molto poco a papa Francesco”.
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“La Chiesa è forse rimasta l’unica agenzia che parla del bene comune e degli ultimi”. Così l’economista Luigino Bruni descrive al Sir i lavori che si stanno svolgendo da questa mattina alla casina Pio IV in Vaticano su “come cambiano le relazioni tra mercato, Stato e società civile”. Un convegno internazionale promosso dalla
Il professor Pier Luigi Porta (1945-2016), economista e storico del pensiero economico, è stato un intellettuale interamente cosmopolita e internazionale, e interamente milanese e radicato nella sua città. Ha collaborato alla scrittura della Storia di Milano, ha curato le opere economiche di Pietro Verri, ma è stato professore invitato in molte università del mondo, membro della Scuola di Cambridge, conoscitore della lingua inglese in tutte le sue sfumature.
Luigino Bruni, ascolano, classe 1966, insegna alla Lumsa di Roma, dove è ordinario di Economia politica, ma ha portato da poco in libreria, per le Edizioni Dehoniane di Bologna-Edb,
La mattina del 30 ottobre stavo percorrendo in auto la Salaria, passando accanto al paese natio di mia madre, Torre Santa Lucia, già evacuato dopo il 24 agosto, un antico borgo che avvolge la collina come un foulard bellissimo. Pensavo alle pietre di quel paese e degli altri, mentre mi avvicinavo ad Arquata. E il pensiero è andato naturalmente al mio bisnonno Benedetto, che sull’ inizio del secolo era emigrato, come altri suoi compaesani, per molti anni in America. Tornato, aveva messo tutti i dollari guadagnati nella sua casa, fatta di pietre di travertino: non li aveva "in-vestiti", li aveva "in-murati". E a suo figlio, mio nonno Domenico aveva dedicato gli anni migliori della sua vita spaccando pietre in quella cava di travertino poco più in alto, per edificare quelle case bianche. In quei massi squadrati e scolpiti, ora crollati, c’ è molto sudore di molte generazioni.
persone, ma in Italia si piange anche per le pietre, perché non sono soltanto pietre. Sono il nostro patrimonio, cioè il dono (munus) dei padri (patres), la sola cosa che ci hanno lasciato in queste terre di contadini, che quando riuscivano a comprare un terreno e a costruirci sopra una casa con le proprie mani e forze, era come se dicessero: "il tempo della schiavitù è finito, non siamo più ‘sotto padrone, siamo diventati liberi". Ancora analfabeti, parlanti solo lo splendido dialetto, ma non più servi. Ecco perché commuoversi di fronte a quelle antiche case cadute non è romanticismo né sentimentalismo, né disprezzare il dolore per chi muore: è qualcosa di serissimo come il sudore povero e vero dei nostri nonni, come la loro speranza. E poi, accanto o sopra le case, c’ erano le chiese, fatte con le stesse pietre bianche, con lo stesso sudore di generazioni.
In mezzo a quel manipolo di persone inginocchiate abbiamo visto gli ‘artisti della preghiera’ , chi per vocazione sa pregare: suore e frati. Hanno pregato sempre, ma questa volta, dopo i crolli, li abbiamo visti, tutto il mondo li ha visti, in piazza, a dirci che pregare è una faccenda anche civile. E abbiamo capito tutto, anche se non sappiamo spiegarlo. Ci siamo improvvisamente ricordati che nel nostro mondo dei consumi e della finanza, delle televisioni e dei social media, esiste ancora chi per ‘vocazione’ spende la vita per pregare, c’ è chi impara e coltiva quest’ arte tutta la vita, e lo fa anche per noi. E, inginocchiati tutti, abbiamo capito che quello che era accaduto in quella piazza distrutta era qualcosa di estremamente vero e importante, come lo sono le cose che si fanno mentre la terra trema forte. Che era importante per noi, per tutti, anche per chi la fede non ce l’ ha. Tutti, credenti e non, abbiamo capito che la città è più ricca quando c’ è qualcuno che sa pregare, anche se sono pochi, fosse anche una persona soltanto. Dietro il dolore di case e chiese crollate ci sono molte cose. Non soffriamo solo perché si perdono occasioni di lavoro e profitti, anche, ma sarebbe troppo poco; soffriamo perché sappiamo di non avere più la fede per costruire e ricostruire quelle chiese: “Se il Signore non ricostruisce la città, invano noi mettiamo pietra su pietra” (Salmo).
Le invasioni barbariche dell’azzardo è soprattutto un segnale chiarissimo del degrado morale del nostro Paese. Solo un popolo eticamente degradato può lasciarsi occupare da questo virus che, a differenza della peste che uccideva Padre Cristoforo e Don Rodrigo, colpisce e uccide soprattutto i più deboli, i più fragili, i più poveri. Dove era la politica, dove erano le istituzioni, le chiese, la società civile, i sindacati, mentre il nostro paese si riempiva in questi due decenni di questa zizzania, che ha soverchiato e affogato gli antichi giochi popolari che si chiamavano totocalcio, la lotteria Italia, persino le smorfie del lotto?
Nell'umanesimo biblico ogni giubileo è giubileo della misericordia, ma una misericordia soprattutto sociale, politica economica: fondamentale era nel giubileo degli ebrei liberare quegli schiavi che erano diventati tali per debiti. Se vogliamo che questo giubileo non resti solo una faccenda privata e intimistica dei singoli cristiani, dobbiamo cogliere questa grande occasione che ci dà papa Francesco per dar vita a grandi iniziative di perdono e di misericordia economica, bancaria, civile. Ad esempio interrogandoci sulla finanza e sui tanti debiti e sui tanti schiavi del nostro tempo, ridotti in schiavitù da un sistema sbagliato.
A Montgomery, Alabama, in una piccola chiesa battista, ascoltai il sermone più straordinario che avessi mai ascoltato: l’argomento era il libro dell’Esodo e la lotta politica dei neri del sud. Dal suo pulpito il predicatore mimò l’uscita dall’Egitto e ne espose le analogie col presente; piegò la schiena sotto la frusta, sfidò il Faraone, esitò timoroso davanti al mare, accettò l’alleanza e la legge ai piedi della montagna.
"E questo sangue odora come nel giorno, quando il fratello disse all’altro fratello: «Andiamo ai campi».".
La storia dell'Occidente e il nostro codice simbolico collettivo è popolato di sogni. La Bibbia è anche una grande raccolta di sogni e di sognatori, che riescono a dire l'indicibile quando le parole della veglia non bastano per dire le parole più grandi. Il sognatore più grandi di tutti è Giuseppe nel libro della Genesi (capitoli 37 e seguenti), che a causa dei suoi sogni di ragazzo nisce schiavo in Egitto venduto dai suoi fratelli, ma a che a causa della sua capacità di interpretare i sogni degli altri salverà se stesso, il faraone e il suo popolo dalla carestia. Dalle carestie si esce imparando, e reimparando mille volte, a sognare.