Il lavoro? Una vocazione

Il lavoro? Una vocazione

Tre riflessioni sul lavoro: una persona è sempre più grande del lavoro che fa; il lavoro è una vocazione; serve una nuova etica del lavoro dove le mani e il pensiero diventino alleati.

di Luigino Bruni

pubblicato sul Messaggero di Sant'Antonio il  01/05/2019

«Questo paese è di origine medievale?», chiedo al benzinaio. «Non solo questo – mi risponde –, ma quasi tutti i paesi in questa area sono stati fondati tra il X e il XV secolo». Replico: «Complimenti per la cultura storica». E lui: «Non sono mica solo un benzinaio?! Questo è il lavoro che faccio per vivere, ma poi mi occupo di storia, teatro e arte». Un dialogo quotidiano e semplice, che però mi ha portato ancora a riflettere su questioni importanti. Innanzitutto, mi ha ricordato che una persona è sempre più grande del lavoro che fa. Anche perché le dimensioni della nostra vita sono molte e, come dice l’economista e filosofo Amartya Sen, «ogni volta che una persona è ridotta a una sola identità c’è violenza». Quel signore è un benzinaio, ma anche molte altre cose. Le altre dimensioni non erano visibili a occhio nudo, perché la divisa da lavoro faceva da velo alle altre «divise» invisibili. È stato necessario parlare, e andare oltre il normale scambio merce-denaro (quante «rivelazioni» ci perdiamo ogni giorno perché arriviamo troppo distratti ai tanti piccoli appuntamenti?!).

Un secondo pensiero riguarda il rapporto tra lavoro e vocazione. Il lavoro è vocazione – si sente spesso dire, soprattutto in ambito cristiano –. Occorre però non avere una visione statica e troppo astratta della dimensione vocazionale del lavoro. Ci sono persone per le quali il lavoro ha una forte dimensione vocazionale (medici, insegnanti, infermieri, scienziati…), ma ce ne sono altre, e tante, che lavorano come quel benzinaio: «per vivere», e potersi così consentire di coltivare le altre passioni senza dipendere dagli altri. Non credo che quel signore trovasse forti motivazioni intrinseche nell’azionare le pompe di carburante e pulire i vetri, o le trovasse al punto di poter scomodare la parola «vocazione» per quel suo lavoro. Al tempo stesso, sebbene gestire una stazione di servizio possa non corrispondere a una vocazione, quella persona (e le tante come lui) può sempre decidere di far bene il suo lavoro, e quindi di vivere quella concreta e umile attività come impegno civile ed etico. E, se vogliamo, anche questo umile impegno può meritarsi il bel nome di vocazione. Non dobbiamo poi dimenticare che anche le persone con mestieri più esplicitamente vocazionali hanno dei momenti della vita (crisi, malattie, depressioni…) quando le motivazioni intrinseche del lavoro si riducono molto, e nonostante questo continuano ad andare a lavorare la mattina con le stesse motivazioni di quel benzinaio: «per vivere» loro stessi e per far vivere chi amano. Anche perché nemmeno i lavori più vocazionali vivono sempre e solo di vocazione. 

Infine, quel signore alla pompa di benzina mi ha dato un ultimo insegnamento. Il XX secolo ci ha consegnato un’etica del lavoro dove i lavori manuali erano associati in genere alla bassa (o nulla) istruzione, e dove chi studiava non si «sporcava le mani» con essi. Un’antica eredità che rimanda all’idea arcaica che i lavori manuali erano quelli degli schiavi e dei servi. Dobbiamo presto dar vita a una nuova etica del lavoro dove le mani e il pensiero diventino alleati. Giardinieri con dottorato in filosofia, benzinai laureati in storia, infermieri umanisti e umanisti capaci di prendersi cura di anziani e bambini…: dovranno essere queste le belle professioni di domani. Ma intanto, ringrazio quel giovane benzinaio di Servigliano, che, mentre lavorava, mentre mi serviva «per vivere», mi ha fatto anche sognare un brano di un mondo diverso.


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