Siamo migliori di quanto pensiamo: ce l'ha detto il covid

Siamo migliori di quanto pensiamo: ce l'ha detto il covid

l covid ci ha mostrato che il mercato funziona bene per le cose semplici, male per le complicate, malissimo per le crisi, quando, senza istituzioni forti, i mercati sono «nudi» come il re della fiaba.

di Luigino Bruni

pubblicato su Il Messaggero di Sant'Antonio il 07/09/2020

Un importante messaggio che non dovremmo dimenticare quando questa pandemia passerà è la diversa visione degli uomini e delle donne emersa da questa crisi. Dopo decenni nei quali ci eravamo rassegnati a una visione pessimistica e cinica degli esseri umani, e ci guardavamo gli uni gli altri come potenziali evasori e corrotti, ci siamo ritrovati quasi in tutto il mondo in lockdown e ci siamo accorti di coordinarci per azioni collettive difficili. Abbiamo dimostrato di essere capaci di cooperare, e lo abbiamo fatto non soltanto per paura del virus o delle multe, ma perché abbiamo capito che dovevamo coope­rare per un bene più grande di noi.

La paura non basta a fondare il patto sociale. In questi secoli di modernità abbiamo capito che la paura produce più guerre che pace, che la democrazia ha bisogno delle virtù civili per nascere e per durare. Anche noi abbiamo cooperato per difendere le nostre persone più fragili, per gli anziani, per i nostri genitori e nonni. E lo abbiamo fatto anche per virtù, anche per amore. Perché se alle persone si chiede poco danno poco, ma se si chiede molto danno molto, e lo danno bene e volentieri. Abbiamo cantato dai balconi, siamo stati disciplinati e ordinati nelle file, abbiamo obbedito alle regole e rispettato i divieti. E tutto questo perché siamo migliori di quanto pensiamo. La principale povertà del nostro tempo è aver ridotto l’essere umano a un massimizzatore di piacere, un cercatore di profitti, che risponde solo agli incentivi. Non è vero: noi valiamo molto di più, valiamo «più di molti passeri».

Il tema del pessimismo antropologico è anche alla base del rapporto tra Stato e mercato. Venivamo da decenni di fiducia generalizzata nell’azione della libera iniziativa individuale. Ma prima la crisi finanziaria del 2008, poi ora quella prodotta dal covid-19, ci stanno dicendo qualcosa d’importante sul rapporto tra privato e pubblico.

Siamo stati dominati dall’idea che se vuoi fare qualcosa di serio devi affidarlo all’iniziativa privata. L’azione pubblica è via via diventata sinonimo di corruzione, di spreco, un’ideologia suffragata, purtroppo, anche dall’evidenza di corruzione offerta da molti Paesi, Italia compresa. Abbiamo così affidato crescenti aree di vita civile a manager e consulenti provenienti dalle business school, che hanno stravolto le istituzioni pubbliche, la scuola, la sanità, gestite sempre più con la logica tipica del business e dell’impresa capitalista.

Alla base di questa invasione di logica economica privatista c’è un grande pessimismo antropologico: l’uomo non è capace di impegnarsi davvero per il bene comune, perché ciò che lo motiva a far le cose bene è l’incentivo monetario. E così, le imprese private sono garanzia di efficienza e di qualità perché mettono in moto l’unica motivazione capace di farci lavorare. Di conseguenza, la parola «pubblico» è diventata sinonimo di cose tutte negative, vecchie. Se, infatti, osserviamo bene l’umanesimo del mercato capitalistico ci troviamo idee molto ciniche e parsimoniose di essere umano, dominato dall’interesse personale. Nella sfera pubblica le motivazioni pro-sociali sono troppo deboli, quindi dobbiamo accontentarci degli interessi e della «mano invisibile» che li trasforma, con una alchimia, in «ricchezza delle nazioni».

Il covid ci ha mostrato invece che il mercato funziona bene per le cose semplici, male per quelle complicate, malissimo per le grandi crisi, quando, senza istituzioni forti e i loro aiuti, i mercati sono «nudi» come il re della fiaba. Lo stiamo vedendo, non dimentichiamolo più, e ripensiamo seriamente il nostro capitalismo.


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