Levatrici di un'altra gioia

Levatrici di un'altra gioia

L’anima e la cetra/30 - La libertà vera è dalla miseria, non dalla «perfetta letizia» della povertà

 di Luigino Bruni

Pubblicato su Avvenire il 25/10/2020

"I giusti, nei quali il Signore ha creato il disperato bisogno della gioia, avranno la gioia."

Sergio Quinzio, Un commento alla Bibbia

C’è una gioia diversa che può nascere solo da una certa povertà. I salmi e i profeti lo sanno bene, e la liturgia ce lo ricorda ogni giorno.

La gioia non è soltanto un bisogno disperato di ogni essere umano, è anche un diritto. Un diritto alla gioia che non è scritto in nessuna Carta costituzionale ma nell’anima delle persone e dei popoli. Un diritto fondamentale che va difeso soprattutto durante i tempi delle grandi crisi, quando è minacciato fino a negarlo. Ogni impero, non solo quello egiziano al tempo di Mosè, cerca di negare il diritto alla festa dei suoi sudditi, perché troppo forte è la tentazione di negare il diritto alla gioia per uccidere la speranza in un altro futuro: non ci riesce mai del tutto, ma ci prova sempre e tenacemente. Ma esiste anche un dovere alla gioia, ed è un dovere essenziale. Perché quando in una comunità o in una società sparisce la gioia, con essa sparisce la speranza e la fede nella vita. C’è, qualche volta, più agape nel custodire l’ultima gioia che nell’amare il dolore, perché una gioia custodita dall’avanzare della tristezza degli anni e degli eventi è un bene collettivo, è una benedizione per tutti, è l’annuncio tenace che siamo più grandi del nostro destino. 

In genere sono i bambini e i giovani che donano alle famiglie e alle comunità questo bene speciale, ma dove mancano occorrono dei "cirenei della gioia", degli adulti custodi di questa fiamma, che svolgono per amore la funzione che i fanciulli svolgono per natura; con una differenza: la gioia agapica degli adulti e dei vecchi ha il profumo del paradiso, e possiede, forse, la forza più grande per convertire chi la sfiora. Questa gioia biblica, molto simile alla letizia (da laetus: letame: fertilità), non è allora semplicemente la felicità, né il diritto a questa gioia è il diritto alla "ricerca dell’happiness" della Dichiarazione di Filadelfia del 1776. Questa gioia non si cerca, ma si custodisce quando è arrivata senza cercarla perché eravamo tutti occupati a cercare la felicità degli altri. Va custodita come si custodisce un dono prezioso, come l’ultimo sorso dell’ultima bottiglia di vino della cantina del nonno, come l’anello di nozze. Non è l’allegria, perché questa gioia non si esprime con i molti sorrisi. Gliene basta uno solo, ma quando fiorisce buca il cielo e ci fa intravvedere qualcosa di Dio.

La liturgia è un esercizio collettivo di custodia della gioia. È una pratica comunitaria che fa sì che la gioia non manchi alla comunità neanche quando, individualmente, nessuno la possiede più, o non la possiede ancora. Anche in quei giorni in cui nessuno ha custodito, o non ha trovato, nessuna ragione per cantare la gioia, si arriva nel coro, si apre il libro dei Salmi, si inizia a cantare, e la gioia nasce sul nulla delle nostre singole gioie. Come tutti i doni, anche la gioia liturgica può non essere accolta; ma, proprio come tutti i doni, anche questo dono rifiutato resta dono, sta lì, vivo, e in un modo misterioso opera e cambia. Questa gioia è un bene comune, di cui nessuno è padrone, nessuno lo produce da solo, ma serve e ama tutti, e da tutti deve essere custodito se vogliamo che continui a vivere. La liturgia, allora, è un moltiplicatore di gioia nel mondo, è un dispositivo che fa sì che la gioia presente ogni giorno sia maggiore della somma delle singole gioie individuali delle donne e degli uomini. La liturgia, in particolare la liturgia delle ore e la preghiera dei Salmi, è il dono di una gioia vicaria, è la manna della letizia quando abbiamo esaurito, nel deserto, il pane. È un altro e diverso opus operatum che ci garantisce una presenza gioiosa nelle nostre comunità anche quando, per incuria o per dolore, non ne saremmo individualmente capaci. Se siamo fedeli all’appuntamento con la liturgia, la sua gioia è fedele al suo appuntamento con noi, anche quando l’accogliamo con le lacrime.

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